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da qui
Come la questione dei “fannulloni” (termine giornalistico ingiusto e orribile, ma ormai fatalmente riassuntivo in cui viene purtroppo racchiusa l’annosa “Questione Amministrativa”) scippata se non alla sinistra ad un uomo di sinistra come Pietro Ichino che per primo l’ha brandita, così la questione del ritorno della severità a scuola in qualche modo ha tolto il terreno sotto i piedi alla sinistra riformista che ne doveva fare, a mio avviso, un proprio terreno d’elezione. Che il fischio de “la ricreazione è finita” e che il particolare rappel à l’ordre venga poi da un Ministro che ha glissato sulla severità delle regole scegliendosi una sede di comodo per superare il suo concorso d’Avvocatura, aggiunge ancora più sale alle nostre ferite di riformisti impazienti e angosciati, ma non sposta purtroppo i termini della questione. Continua a leggere
“Lasciate voi allora
la dolente al suo lutto:
stiamo sempre annegando
– nel fiorire di un giardino azzurro-
e tutto sarà dimenticato
e a nulla si porrà riparo!”
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di Francesco Sasso
Questo La Tana degli Alberibelli (Longanesi, Milano 2009), che esce proprio in questi giorni in libreria, è il sesto romanzo di Marino Magliani.
Vi si narra delle indagini di un giovane olandese, Jan Martin, inviato da un’agenzia europea antifrode in Italia. Siamo in Liguria, nelle terre di Ponente. A Bruxelles si sospetta che i fondi europei per costruire un porto turistico, il più grande del Mediterraneo, siano stati dirottati altrove.
di Domenico Lombardini
È come se quella che era stata in principio una fenditura o una piccola lacuna ci avesse infine svelato le quinte e il palco, squarciando: il proscenio sfondato, i posti a sedere divelti con violenza, le maschere sparse a terra; solo silenzio; il Re è nudo! I demiurghi dell’economia previdero male, e come potremmo credere ora alle loro analisi, alle loro previsioni?
Infondo, i pochi decenni di agiatezza per tutti, in Occidente, percepiti come ineluttabile prodotto di uno sviluppo economico senza fine, sono stati una parentesi alla normale precarietà dell’esistenza, alla violenta e naturale esposizione dell’umano. Ora, però, il sentire comune spinge alla paura; e la paura crea gregarismo, non solidarietà. Continua a leggere
a cura di Loris Pattuelli
Conosci Ain’t talkin’ di Bob Dylan? Credo sia la prima canzone del nuovo millennio. Due sono le versioni stampate su disco: una è un requiem e l’altra sembra una marcetta. Puoi trovarle su Modern times e su Tell tale signs. Ecco il ritornello finale: Non sto parlando, sto solo camminando, su per le strade, dietro la curva, il cuore brucia e ancora si strugge, nell’ultima retrovia alla fine del mondo. Questa canzone mi ricorda Le bateau ivre di Rimbaud, forse perché Dylan è riuscito a concentrare qui tutti i luoghi comuni della canzone esattamente come un secolo prima aveva fatto Rimbaud con la poesia. Il ragazzo di Charleville pensava di usarla per fare bella figura con i poeti parigini, il menestrello di Duluth credo l’abbia incisa soltanto per mettere in imbarazzo i cacciatori di Nobel. C’è anche da dire che queste due opere sono quasi intraducibili. Però ci proviamo lo stesso. Ecco due traduzioni, quella di Ivos Margoni, un grande rimbaldiano, è forse la migliore possibile del Bateau.
Il temporale infuria, stanotte. La rabbia repressa dell’universo si sfoga nel vento furioso e in rombi di tuoni vanagloriosi. La fine del mondo. Pioggia a secchi. Diluvio universale. Ma che importa? È tutto là fuori, in un altro mondo. Resta solo da vedere se i veri alieni stanno dentro o fuori le mura dell’ospedale.
Il mio pensiero è che tutto sommato mi trovo al sicuro qui in reparto. Lascia che piova, che infuri la bufera. Un tempo del genere concilia il sonno a chi può dormire. Tra queste quattro mura, tristi per convenzione, ci si può convincere perfino di essere inattaccabili dal maltempo. Sarà perché se ne ha già abbastanza di fare i conti con la propria salute, non può essere che uno stupido temporale possa disturbare il riposo. Continua a leggere
1609 Galileo punta il cannocchiale verso il Cielo
Seminario di studi
13 marzo 2009
Ore 15.00 – 19.00
Sala delle Leopoldine
Piazza Torquato Tasso – Firenze
PROGRAMMA:
Gianni Conti – Il declino italiano tra Cinque e Seicento
Teresa Paladin – Una Biografia di Galileo Galilei
Giuseppe Lorenzo – Galileo nel secolo della Scienza
Claudio Berti – Galileo: la Scienza come meraviglia?
Matteo Borri – Galileo e la prosa
Stefano Berni – Il neoplatonismo galileiano
Paolo Vannini – Galileo visto da Brecht
Giuseppe Panella – Bruno e Galileo al cinema.Tra topos letterario e icona della modernità trionfante
Moderatrice: Elisa Sergi
Segue dibattito

Da quando don Mario è morto, i miei impegni si sono triplicati. A quelli della parrocchia, già infiniti, si è aggiunto il tour de force del Centro giovanile. Ieri è venuta un’animatrice dei ragazzi a domandarmi: quando possiamo vederci con un po’ di calma? Trovare un orario, ormai, è un’impresa disperata. Le ho risposto che il giovedì, dalle tredici e trenta alle diciotto e trenta, sono a disposizione del Centro. Poi mi sono accorto dell’errore: posso fare la doccia solo alle quattordici; ma era tardi per tirarmi indietro. Il risultato è il seguente: niente doccia il giovedì. Subito dopo ho pensato: se ciascuno di noi mettesse a disposizione il proprio tempo, come sarebbe il mondo? Cambierebbe qualcosa? Forse è facile immaginare il paradiso: è un posto dove il giovedì nessuno fa la doccia, neanche Dio.
(Fonte immagine)
(versione audio)
Contro gli studiosi che pensano di distruggere il fenomeno religioso gli scienziati non cancellano il sacro

di Roger Scruton
Di fronte allo spettacolo delle crudeltà perpetrate in nome della fede, Voltaire pronunciò il famoso appello: «Ecrasez l´infâme!». Numerosi pensatori illuminati lo hanno seguito, affermando che la religione organizzata è il nemico del genere umano, la forza che divide il fedele dall´infedele e che per questo eccita entrambi e autorizza l´omicidio. Continua a leggere
Franco Nasi, La malinconia del traduttore, Medusa,2008,pag.105, euro11,50
Un tempo c’è stato forse un mondo perfetto e coeso, dove colori, fiori, piante, suoni erano e significavano lo stesso per tutti, dove gli umani utilizzavano un’unica lingua che non necessitava di spiegazioni, chiose, note, traduzioni. Sappiamo per certo che questa infanzia del mondo non è mai accaduta, ma basta solo immaginarsela per provare verso di essa una nostalgia struggente quanto sconfinata. Continua a leggere
[Pubblichiamo la seconda parte di Divisioni spostate e allegoria “riflettente”, capitolo di un libro in fieri di Antonino Contiliano. [QUI] la prima parte del capitolo. f.s.]
Divisioni spostate e allegoria “riflettente”. Parte II
La razionalità tecno-scientifica occidentale, dice Latouche, soprattutto la scienza economica, che ha voluto dimostrare “la verità del liberalismo”, ha perso il suo contatto con la realtà diventando solo calcolo razionalizzato; identificando razionalità e calcolo razionalizzato, la ragione scientifica occidentale ha eluso e escluso la potenza critica del dire-altrimenti dell’allegoria “riflettente”. La sua razionalizzazione, promettente universale e libera socializzazione, si è dunque svuotata di ogni sostanza. “Essa si è trasformata in qualcosa di totalmente astratto e inafferrabile, ma lo spirito di geometria che ha occupato il posto vuoto la oppone vieppiù al ragionevole”(37); ha perso la razionalistica oggettività che prospettava il futuro come il progetto di una buona società del vivere e fare, insieme, il bene. Ma se questo è vero, è anche vero il fatto che il suo stesso razionalismo calcolistico, progressista e sviluppista, si infiltrava nelle coscienze con la seduzione e la persuasione dei grandi “racconti”, e non senza arte retorica. Il che, come ricorda Jean-François Lyotard, comportava far credere che nella modernità, e nella riedizione della modernizzazione post-moderna, fosse possibile ancora il “racconto” di un’altra epopea. Continua a leggere
Via Berenini
Sbucavano sempre dalla strada di Tabiano
alla fine di febbraio coi primi tepori
e noi ci appostavamo giorni interi
finché uno li avvistava e urlava
arrivano i baracconi! arrivano i baracconi!
come se fossero le rondini. Continua a leggere
di Antonio Sparzani
Il 27 febbraio scorso alla libreria Odradek di Milano sono stati presentati i due recenti libri La distrazione di Andrea Inglese e Autoreverse di Francesco Forlani. Di quest’ultimo si è qui già parlato, e dunque vorrei accennarvi qualcosa del primo, che ho finito di leggere con vero piacere, e senza potermi distrarre, da pochi giorni.
Il volume si apre con una ripresa di alcune poesie già contenute in Bilico; ma la prima, che non era contenuta nella vecchia raccolta, ha un incipit di grande intensità:
Vita, Non posso non raccontare la mia storia.
Chiamo questo: calamità autobiografica.
Doversi fare una storia, andarla ad estrarre
come una scheggia, tra i tessuti fragili
della pelle, a rischio di
sbriciolamento. Continua a leggere

Lo portarono in un giardino e lo sistemarono in un sepolcro nuovo che apparteneva a Giuseppe, discepolo di Arimatea. Lo avvolsero in bende, ma non ebbero il tempo di ungerlo, perché già splendevano le luci del sabato.
La luce comincia a splendere quando il corpo è morto: l’uomo ha dato tutto. E’ il momento del grande fallimento, il suo impegno si è schiantato contro la più completa incomprensione; è stato giudicato e condannato. E’ stato ucciso. L’ultima risposta viene dal sepolcro: quando l’amore è ridotto al silenzio, è allora che comincia a parlare. Dal buio della tomba inizia un discorso che non può essere interrotto.
Andiamo al giardino per ungerlo. Preoccupate, per la pesantezza della pietra. Vediamo il masso rotolato via: chi sarà stato? Entriamo: il corpo non c’è più. L’avranno rubato? Sarà stato trasferito? Abbiamo preso un sepolcro per un’altro? L’uomo di Nazaret sorprende sempre. Ci parlava di un terzo giorno, nel quale si sarebbe alzato. Ora è svanito. Perché non riusciamo ad afferrarlo? Cosa ci manca per capire il suo messaggio? A noi resta una cosa: la paura. Amare come lui ha insegnato è spaventoso, per questo è sparito anche il suo corpo: da morto continuava a turbare i nostri sonni.
Un giovane vestito di bianco ci disse qualcosa che non riuscimmo a decifrare. Fuggimmo via. Ancora oggi ci chiediamo cosa possa aver detto. Se abbiamo perso qualcosa di essenziale.
(versione audio)
Capire il non capito
alzare la testa
schioccare il dito
camminare la domenica
prima del sonno lungo.
Che desta giornate.
È finita l’estate
da qualche anno
e io ho arrugginito
la bicicletta con la mia saliva.
di Gaja Cenciarelli ed Enrico Gregori
L’idea di una recensione scritta a quattro mani non è peregrina quanto può sembrare a prima vista: abbiamo entrambi assistito alla presentazione romana del romanzo di Elisabetta Bucciarelli, abbiamo conosciuto di persona l’autrice, abbiamo ascoltato il dibattito che ne è seguito – interessante come capita di rado in occasioni del genere.
Ci siamo poi confrontati sul contenuto del libro – e anche sulla forma: elemento importante e da non trascurare. Il formato della collana è in un certo senso vincolante per la lunghezza del romanzo. Ci sono intrecci e personaggi cui ci si affeziona e che si vorrebbe non ci abbandonassero tanto presto. Succede proprio così con Femmina De Luxe, centoventotto pagine dense di umanità nell’accezione più positiva del termine.
Sesso, cibo, la “perfezione” dei corpi: questi sono gli argomenti cardine del romanzo di Elisabetta Bucciarelli. Una storia che è una telecamera ad alta definizione, e che l’autrice utilizza sapientemente per scavare nelle pieghe più oscure dell’animo umano. Perché le dicotomie tra dentro e fuori, tra pieno e vuoto, tra apparenza e sostanza sono i puntelli dell’intreccio. Uno iato che sembra incolmabile. Continua a leggere
Entro in biblioteca, ma l’interruttore non funziona e la stanza resta in penombra, con la sola luce che filtra dall’ingresso. Guardo verso la finestra, non c’è più. Nemmeno gli scaffali di libri ci son più, al loro posto ci sono appendiabiti su rotelle, strettamente affiancati, a riempire lo spazio; tutti stipati, lo vedo alla fiamma dell’accendino, di vecchi vestiti di ogni foggia e taglia. Al di sopra degli appendiabiti, lungo le pareti, scaffali con borse e valigie.
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