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da qui
Riflettevo. Anche se riflettere, a volte, sembra inutile. Riflettevo sul benessere, la felicità. Spesso la confondiamo con la comodità, con le cose che vanno sempre lisce, la compatibilità con le nostre aspettative. Secondo me, che un po’ di spirito m’intendo, sono balle: istanze – e pretese, di frequente – di quello che chiamiamo io. La felicità non pertiene a questo io, ma a qualcosa che lo supera. Lo hanno dimostrato con chiarezza – se non si vuole dar credito al Vangelo – personaggi come Buber – Il cammino dell’uomo – o Carl Gustav Jung – il processo d’individuazione. La felicità si trova solo nel passaggio all’io profondo, nell’accoglienza di una voce che parla a noi da sempre, e ci conosce meglio di noi stessi – Agostino d’Ippona: Deus intimior intimo meo. L’amore – la felicità – è parlarsi da profondo a profondo: lasciare che sia proprio quella Voce a parlare di noi all’altro, e viceversa. Perché ciò sia possibile, bisogna far morire i logismoi, come i Padri li chiamavano; i pensieri cattivi, che costringono a un discernimento: sei dei nostri o sei dell’avversario? Se imparo a fare questo, nulla può incrinare la mia pace: ho trovato le acque di Siloe, di cui scrive Isaia (8,6), e in me chiunque troverà rifugio dalle sue tempeste (Bob Dylan).