Archivio mensile:Dicembre 2017

Folle di sapone


Quanta gente dice di sentirsi sola. Vale sempre più l’assunto di Italo Calvino: non c’è più nessuno che ascolti nessuno. La tendenza è quella di esprimersi in pubblico, nelle reti sociali, dove fiumi di parole scorrono senza che alcuno le degni di uno sguardo, scivolando via come sapone nello scarico del lavandino. È un’abitudine mandare messaggi che nessuno recepisce, confermando che non abbiamo alcuna rilevanza, che il nostro mondo non è degno di attenzione e possiamo scomparire, di punto in bianco, senza suscitare una pur minima curiosità. La società liquida è diventata gassosa: la presenza umana evapora in nuvole di bit – si chiama “cloud”, mi pare, l’organizzazione dei contenuti in rete -, lasciando in una nebbia in cui si perdono i contorni del non-io e dunque, per forza maggiore, anche quelli dell’io, che è relazione.
Che fare? È una domanda che si riaffaccia sempre, nella storia, richiedendo uno sforzo ulteriore, un supplemento di speranza.
In realtà, per un cristiano, il problema non dovrebbe porsi: se riceve Gesù nel sacramento, non se lo leva più di torno, come scriveva Teresa d’Avila nel suo linguaggio colorito. Una ragione in più per uscire dalla solitudine delle folle virtuali, dal torrente di parole che sfocia nel mare dell’oblio, e approdare alla Parola che riporta, all’istante, alla vera identità.

Foto di famiglia

di Stefanie Golisch

A lui mancano i due denti incisivi, lei pesa
almeno un quintale. I due bambini portano
nomi da telenovela. Niente lavoro, niente
soldi, niente sogni. Si vive così, tra un oggi
e l’altro. Solo una volta sono stati felici tutti
insieme quando avevano vinto un biglietto
famiglia per il circo. Con quattro magri cavalli,
due vecchi lillipuziani e una trapezista senza ali,
in quella domenica pomeriggio il piccolo circo
ambulante aveva fatto del suo meglio a fare
da circo vero e loro a fare da famiglia vera.
A fine spettacolo, erano stanchi tutti. I cavalli,
i lillipuziani, la trapezista con il rossetto sbavato
e loro quattro. Perché vivere stanca, sporca,
puzza e promette senza tregua, senza tregua

Punti di vista


L’esistenza di Dio sembra una favola. Non sarà la proiezione di un bisogno, l’ipotesi che mette a tacere il timore della morte? Da sempre l’umanità ha creato miti con cui interpretare paure e desideri.
Se Dio non esistesse, le conseguenze sarebbero evidenti: mangiamo e beviamo, sintetizza san Paolo, e chi s’è visto s’è visto. Si tornerebbe alla legge del più forte, Darwin sarebbe la bibbia da ossequiare, fino a convincersi che l’uomo è lupo all’uomo, per la felicità postuma di Hobbes.
Nell’ottica agnostica, i miracoli sarebbero solo coincidenze, la fede dei popoli, i martiri, gli immensi sacrifici di santi e missionari, una recita realistica, ma non meno inattendibile.
L’unico motivo per credere è il fatto di sentirti qui, vicino a me, presenza che riempie la mia vita, che mette in fuga i dubbi, le negazioni, le bestemmie. Sei qui e mi basta, Signore di una storia che si rivela al suono del tuo Nome.

SUL TAMBURO n.61: Andrea Verri, “Per la giustizia in terra. Leonardo Sciascia, Manzoni, Belli e Verga”

Andrea Verri, Per la giustizia in terra. Leonardo Sciascia, Manzoni, Belli e Verga, prefazione di Ricciarda Ricorda, Mira (Venezia), ArtPrint Editrice, 2017

_____________________________

di Giuseppe Panella

.

La bibliografia su Leonardo Sciascia e la sua produzione letteraria, saggistica, aforistica, teatrale (e chi più ne ha più ne metta) è ormai così vasta e così ampia da risultare incontrollabile anche al più attento dei critici e /o dei lettori. Questa raccolta di saggi di Andrea Verri sarebbe sfuggita anch’essa se non fosse per l’originalità delle connessioni e dei rapporti che costruisce a partire dallo scrittore siciliano per giungere a lambire e affrontare gran parte della cultura letteraria italiana. La cultura letteraria dispiegata da Sciascia nelle sue opere è stata enorme e i collegamenti presenti nella sua produzione sono stati di grande ampiezza e notevole qualità fino a formare una vera e propria ragnatela di riferimenti letterari. L’intertestualità, quindi, come tecnica di indagine a livello di analisi della tessitura stilistica e ideologica presente nelle opere dello scrittore siciliano costituisce il contributo metodologico più significativo presente in questo volume di Verri mentre a livello tematico molto significativi sono i diversi sondaggi compiuti riguardo la sua relazione con alcuni autori classici italiani e il suo possibile riscontro nel complesso della produzione stessa sciasciana.

Come annota Ricciarda Ricorda nella sua intensa prefazione al volume:

L’attenzione al dato etico sembra essere il filo rosso che consente di accostare all’analisi del manzonismo di Sciascia il rilevamento del suo interesse per Belli, la cui continuità nel tempo Verri riporta a ragione proprio alla dimensione morale evidente nella produzione del poeta ottocentesco. Anche in lui, dunque, lo scrittore siciliano cerca quanto più gli sta a cuore, cerca, nonostante tutte le differenze e la distanza, se stesso» (p. 3).

Continua a leggere

Elisabetta Perfumo intervista Guido Michelone sul senso della musica


Presentiamo un dialogo inedito fra Elisabetta Perfumo e Guido Michelone, a proposito del nuovo libro di quest’ultimo, dal titolo Voglio trovare un senso, alla ricerca del senso della musica.

 

Professore festeggerà Il Santo Natale con un nuovo libro, con tanto di titolo filosofico?

Sì, in apparenza potrebbe sembrare un interrogativo della filosofia classica o contemporanea, in realtà si tratta di un verso di una canzone di Vasco Rossi che, non a caso, è il musicista raffigurato in copertina.

 

Dunque Vasco, una sua canzone, ancora un libro di musica?

Certamente, ma si tratta di un volume assai particolare, almeno per quanto riguarda il mio tipo di approccio alle sette note. Non è un libro sul jazz né sul rock. Infatti, già leggendo il sottotitolo, si può intuire il contenuto del testo: “Quando la musica emoziona anche a parole”. Esistono delle espressioni, delle frasi, degli scritti che parlano di musica e la fanno sembrare ancora più bella, più importante e più suggestiva. Continua a leggere

Scorfani


L’egoismo è una brutta bestia. È difficile, però, che esista una bestia così brutta. A Napoli si parla di scorfani, o di scarrafoni. Per carità, non sono un concentrato di bellezza, ma si dice anche che ogni scarrafone è bello a mamma soja.
L’egoismo è brutto e basta. È lo scavarsi una nicchia e starci bene. Che poi non è vero, si sta male. Questo dovrebbe spingere ad aprirsi, a lasciare il nascondiglio e affrontare il mondo a viso aperto.
C’è un prezzo da pagare: il dolore. Uscire è scomodo, costa, presuppone il darsi. Dando, sembra di perdere, di ridursi all’impotenza, mentre è vero il contrario: se mi do agli altri, mi viene incontro l’Altro, il Servo sofferente, l’Agnello immolato, insomma, uno che se ne intende di ferite, di pesi, persino di disperazione: uno, a dirla col profeta, che ben conosce il patire.
Si tratta di scegliere: o mi infilo nella tomba, rimboccandomi il lenzuolo, o accetto l’avventura di lanciarmi sul terreno accidentato dell’eterno, laddove scarrafoni, scorfani, brutti di ogni specie, si trasformano in angeli belli quasi come Dio.

estremo, anacoretico cartiglio (inedite)

Andando per qualche via antica di Milano
di colpo rammento le parole di Raboni
sulla “sua” Sicilia conosciuta attraverso Cattafi –
e “in Sicilia, in Sicilia”, mi recito e dico, invano
forse, per le mie mute, inesauribili orazioni…
(9 maggio 2016)

(dormiveglia)
Mio padre,
Con mia madre, conferma riconosce
L’origine la stirpe il nome
Di mia figlia che nasce.
Nomina di nuovo la terra e la casa.
Ritorna al cuore della mente,
Non so come.
(15.1.2017)

Tra le case, del molto che qui fu,
Resta qualcosa, forse, quasi un niente,
Un fregio una pietra cimino o poco più,
Quasi una disperata speranza della mente.
(30.09.2017)

Il senso deciso, ultimo delle cose, come un vento
Ladro, nascosto e feroce, con destrezza,
A un’ora qualunque, al preciso inatteso momento,
Così da smarrire il tempo in qualche brezza.
(4.11.2017)

A margine freddamente si tratteggia
La parola che c’è, il finto foglio,
La rinuncia abbozzata, in una scheggia
Di estremo anacoretico cartiglio.
(07.11.17)

S’infima l’inferno, interna, inverna-
Le s’insinua, inscena l’alpe eterna.
Vi si intravede come un Dio mendìco,
Morto per freddo, straniero, senza amico.
(30.11.17)

E dimmi, di ragione, io, chi sono io
a scrivere, in minuscolo, il nome di Dio?
e se tutto in minuscolo il mondo
tutti celasse i Nomi, in fondo in fondo?
(1.12.2017)

(contrade)
S’elevava calcarea la luce, da un pertugio
Aspro di mosto si apriva – ancora indugio –
Il mare delle vigne alla collina,
Appena sopra il sale, alla marina.

Sant’Elia, le Rocche, la Traversa,
Vi punge l’aria fine dell’inverno,
Peppino tra una salita una discesa
Nel sole di febbraio, arreso
Al peso dell’eterno.
(13.12.2017)

Luigi Maria Corsanico legge Lawrence Ferlinghetti

[youtube=https://youtu.be/MgMGV7aT_Co]

da qui

Lawrence Ferlinghetti Cristo è smontato dal Suo Legno nudo

Lettura di Luigi Maria Corsanico

CHRIST CLIMBED DOWN, 1958
A Coney Island of the Mind
(City Lights Books,
New Directions Publishing Corporation, 1958)

A Coney Island of the Mind / Lawrence Ferlinghetti
traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan.
Roma : Minimum fax, 2011

Dark Was the Night Cold Was the Ground by Blind Willie Johnson (1927)

**************************** Continua a leggere

Guardate qua


È bello essere a immagine di Dio. Sei sicuro di avere delle doti, e per di più le sue.
Dio è amore, dice Giovanni nella prima lettera. Ciò vuol dire che lo siamo anche noi. Se si cerca attentamente, frugando dappertutto, alla fine in qualche posto c’è.
Dio è umile. Per cui, al di là delle nostre spacconate, dell’inguaribile tendenza ad apparire migliori o superiori agli altri, c’è in noi una coscienza dei limiti, la misura giusta della nostra identità.
Dio perdona. Io no, verrebbe da ribattere, citando il titolo di un notissimo film. E invece, dal momento che siamo a immagine di Dio, dev’esserci in noi un’attitudine a sospendere il giudizio, a evitare le condanne, optando per criteri più miti e comprensivi.
Si potrebbe continuare, ma concludo con la creatività, il tratto di Dio che mi è più caro. Dunque anche noi abbiamo il dono di fiorire in modi sempre nuovi, con la gioia del bambino che mostra ai genitori l’opera d’arte che ha prodotto.

Julian Barnes e l’ossessione di essere arrivati ‘dopo’

barnes

Graham Hendrik, docente di Storia alla London University, incontra a una festa Ann, giovane paracadutista con un passato da attricetta. Per lui è la donna ideale, lo rende capace di quelle splendide follie che quindici anni di matrimonio con Barbara hanno castrato. Il nuovo amore rappresenta, insomma, la svolta in un’esistenza in cui l’uomo ha “la vaga impressione di vivere già come un pensionato” perché nessun tradimento o frizzo – neppure la figlia Alice – riescono a suscitargli forti emozioni. Continua a leggere

L’Inizio


C’è una domanda che ritorna sempre: chi sono? Se lo chiede Leopardi, nel canto notturno straordinario, struggente, del pastore errante; Rodolfo, il poeta squattrinato di Puccini; l’anonimo autore del Gnothi seautòn (conosci te stesso), inciso per sempre nella pietra del tempio di Apollo, a Delfi. È l’interrogativo di ogni uomo, ogni donna, forse ogni bambino, che osserva con timore la luna enorme e rossa, pensando che preluda alla fine del mondo (succedeva a me).
Quanto dura la ricerca? Quante volte ci si illude che una risposta sia esaustiva e invece bisogna partire dal principio?
Ecco: il principio. È qui che possiamo scorgere una traccia più sicura di ciò che perseguiamo.
In principio era il Logos: la ragione, la logica, il Progetto. Solo se ritrovo le radici, il punto esatto in cui è stata concepita la mia storia, prima che il mondo fosse, molto prima che Leopardi e Rodolfo scrivessero poesie, e ancora prima che una mano ignota incidesse una scritta sulla pietra del tempio antico di un dio, prima di ogni pensiero, parola, opera e omissione, c’era l’Inizio.
Se mi connetto, se torno a quel momento fuori del tempo, se riconosco d’essere me stesso nell’abbraccio dell’Altro, allora, finalmente, sarò in grado di rispondere.

Giovanna MENEGUS – Una poesia…

Le micropolveri in fumo denso…

 

Che cosa leviamo al cielo
da questa nostra bassura umana
pianura padana
dolcissima terra pedemontana

gas e veleni in luogo d’incenso,

e un frastuono in luogo di canto,
al mare ai pesci le microplastiche,
alla notte e all’altissimo
festoni di luminarie spastiche Continua a leggere

Scrittori e Scrittura: intervista a Riccardo Gazzaniga

Sono sempre stata attratta dagli scrittori e dalle scrittrici, dal rapporto che ognuno di loro ha, più che con il libro che sta scrivendo, con la scrittura in generale. Mi incuriosisce molto capire se per loro scrivere sia un’ossessione, una necessità, un lavoro come un altro, una liberazione. Mi piacerebbe anche “spiare” la loro routine, capire se seguono uno schema, hanno un metodo o si lasciano guidare dall’ispirazione e in che modo.


Inizio questa serie di interrogat… ehm… interviste con un autore, Riccardo Gazzaniga, che seguo dal suo primo romanzo, A viso coperto, uscito nel 2013 per Einaudi Stile libero, dopo aver vinto il premio Calvino (massimo rispetto!). Il suo secondo romanzo, Non devi dirlo a nessuno, completamente diverso dal primo (il primo ambientato nel mondo degli ultrà e dei poliziotti, il secondo in un piccolo paese, Lamon, dove due fratelli imparano a essere grandi, fra paure e segreti) Continua a leggere

Più di là che di qua


Se ripenso a quando stavo sulla terra, provo una certa tenerezza per la storia che, da qui, sembra un punto invisibile, un concentrato di eventi che s’impressero nell’anima fino quasi a distruggermi, a offuscare senza più rimedio il Progetto di Dio sulla mia vita. È utile toccare con mano come basti nulla perché un essere orientato alla luce possa piombare nella tenebra, nel gelo in cui risuona soltanto la risata sinistra del Nemico. Tra inferno e paradiso c’è una linea sottile, come tra ventricolo e orecchietta, un passo appena, che significa salvezza o perdizione. Il segreto sta nel compiere un gesto, nel dire una parola, nel rivolgere un semplice sorriso, nel pronunciare il Nome – Gesù Cristo – che impedisce alla furia del maligno di spegnere l’ultima fiammella.

Madre con figlio non come gli altri

di Stefanie Golisch

Di un incontro carnale consumato in fretta,
le è rimasto un figlio gonfio di amore materno.
Nessuna fata cantò alla sua culla guarnita di
fiocchi azzurri. Doveva crescere come gli altri,
ma non è come gli altri che lui in segreto
s’immagina sempre felici come una famiglia
pubblicità. Lei si tinge di biondo cenere e lui
porta soltanto capi firmati. Per essere ammessi
alla tavola di tutti, non smettono mai di sorridere.
Quella coppia di madre e figlio è lo zimbello
della parrocchia, l’occasione unica di mostrare
un poco di pietà. Vedrai che presto troverai una
ragazza. Farai dei viaggi bellissimi, ascolta
la mamma che spera senza speranza, e lui risponde,
mamma voglio dormire

Il pozzo


Cominciare è un carisma, una vocazione, forse un destino. La maggior parte delle cose si decide all’inizio: partendo col piede sbagliato, difficilmente si ricupera.
“Era una notte buia e tempestosa”, scrive Snoopy. In un esordio così, si è detto tutto. C’è anche il mezzo e la fine, perché include una promessa: in quella notte può accadere solo qualcosa d’importante, se non nei fatti, almeno nei pensieri.
Ciò spiega come occorra impegnarsi, varando una qualsiasi iniziativa; lo dimostrano le inaugurazioni d’ogni specie: di negozi, istituti, sedi civili e religiose.
Chi ben comincia è a metà dell’opera, ci ricorda il proverbio. E chi fallisce?
Nel Vangelo accade il contrario. Il lieto fine spetta ai guariti, ai salvati, ai convertiti: pubblicani come Levi e Zaccheo, la prostituta pentita che unge Gesù col suo profumo, il figlio prodigo, l’indemoniato di Gerasa. Tutta gente partita malissimo, e finita molto meglio.
Il Vangelo è un deposito infinito di speranza, un pozzo senza fondo di felici assurdità.

Mercanti nel (del) tempio

di Antonio Sparzani

Ieri mattina sono passato da Piazza del Duomo, a Milano, e sono stato preso da un crescente orrore: il duomo, bellissimo monumento dell’italica architettura, è completamente circondato, salvo che sul lato frontale, da una serie continua di baracchine pseudo natalizie che vendono ogni sorta di orrendi gadget, destinati a milanesi borghesotti e insipienti e a turisti di passaggio. Baracchine ben s’intende, tutte ornate di fregi natalizi, rametti di abete, veri o finti, luccichini, stelline e un numero impressionante di piccole luci, che ora che si è scoperto l’uso del led ci infestano a migliaia. Già questo a me pare troppo e mi piacerebbe molto che Gesù in persona, alla guida di un divino possente bulldozer, desse una bella spianata a tutto ciò, come mi pare che già fece, ancorché senza bulldozer, con un certo tempio ai tempi suoi. Continua a leggere

La ginestra


Sarebbe bello tirare fuori il meglio da coloro che incontriamo: strappare un sorriso al tipo cupo, risollevare l’anima depressa, addolcire il criticone per principio. Come accade nei cartoni animati, nascerebbero fiori nel deserto, il verde prenderebbe il posto della sabbia, e dal nulla apparirebbero cervi, uccelli esotici, frutti d’ogni specie.
Fatichiamo a scoprire i poteri di cui siamo dotati: ci trasciniamo, a volte, in un impegno dopo l’altro con l’impaccio di chi ancora non ci crede, seminando sospetti o indifferenza.
Finché ci accorgiamo di avere appresso una tavolozza da pittore, per colorare il mondo.
Oggi predicavo alle suore. Ho chiesto loro: come si passa dai sensi esterni – grevi, superficiali, fuorvianti – a quelli interni – l’occhio e l’orecchio del cuore?
Mi hanno fissato aspettando una risposta, con lo sguardo di chi si è alzato a stento, la mattina.
Facendo tutto con amore, ho detto, incassando un debole sorriso, una ginestra spuntata a fatica sull’arida schiena del vulcano.

Che cosa vuol dire amare Gesù?


di Rosa Salvia

 

In primis mi soffermo su quanto affermano alcuni cristiani che declinano il loro amore per Dio dicendo “di essere innamorati di Gesù”. Quanti gruppi pullulano in alcune chiese di Roma (e non solo) ad esprimere con canti improvvisati, smorfie strane, tensioni corporee molto vicine a una sorta di orgasmo sublimato, imposizioni reciproche di mani, manie narcisistico-compulsive e via discorrendo, questa sorta di “innamoramento” dionisiaco. Continua a leggere

Via della felicità


Cosa ci fa felici? La domanda si affaccia, prima o poi, e ci costringe a uscire dalle rassegnazioni, dalla sclerosi che avanza appena smettiamo di sperare.
Il punto è questo: fare domande. Ognuno ha le sue fonti, le agenzie di fiducia a cui rivolgersi: i grandi del passato, il pensiero filosofico, la saggezza delle antiche religioni, fino all’oroscopo, all’oracolo della cartomante, ai maghi e ai ciarlatani d’ogni tipo e natura.
Io ho il Vangelo: quando sento il bisogno, apro una pagina e comincio a leggere una riga, due righe, finché non si fa strada il senso. Le parole sante sono un cibo, una risposta alla sete di luce e orientamento, che è dentro di noi.
Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Vivere, nutrirmi, avvertire una pienezza, scoprirmi me stesso trovando ogni volta, dietro l’angolo del Libro, il sorriso di Dio: questo mi fa felice.