(Cocchiere) – cocchiere, quale è strada per la betoniera? Nel museo delle cere, ovviamente. E la ceramica? La veste antica è un’ombra di riflesso della corazza nell’armatura stata elmo di razza pura… Chi ha vinto il labirinto? Gli angeli che portano alle madri preghiere dei figli assenti dai padri. —————————————————–
Archivi autore: fabrizio centofanti
Opera
La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Massimiliano Bardotti
FARE LUCE CON LA POESIA – intervista a Massimiliano Bardotti
Per Massimiliano Bardotti la poesia deve saper gettare uno sguardo nuovo sul mondo. Non si tratta di donare luce, ma di levare “le travi dagli occhi” per poter osservare la bellezza che circonda gli esseri umani. Dunque, la poesia è modo per abitare l’esistenza, una vocazione di bellezza alla quale affidarsi con speranza.
Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita? Continua a leggere
Allen Ginsberg
a cura di Giorgio Stella
Flash back
In macchina fumo Grigio sopra Elmira
La grande fabbrica di mattoni riformatorio maschile
Nella valle sotto colline nebbiose 25 anni fa
Stavo in visita con Joe Army e mormoravo Erba verde.
Jack non è più qui, ceneri di Neal
La solitudine fa gemere i vecchi, solitudine di Dio,
O donne tacete, urlanti per altra carne di bimbo.
10 Novembre 1969
Gloria
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
La traccia
(M. Rothko)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Continua a leggere
Andrea Inglese
Se per caso, in questo
catrame, a naso fiutando
in questa pece calda
che appiccica e non coagula
raso tra i piedi un topazio,
come dire: il bello che spunta
imprevisto, il bello antico
eterno che fa capolino:
una frase solida, lustra
di razionalista seicentesco
o il pugnale col manico d’osso
cesellato dove i cani
divorano il cinghiale
o i festoni anomali, l’intreccio
di fronde, conchiglie, satiri
di qualche grottesca di palazzo
se dunque salta fuori
ancora come nuovo il bello
aperto da ambo i lati
disteso di fronte
in misurata simmetria
non lesinare martello
tacco, nocche, cranio,
saliva. Schiaccia
il bubbone, pesta
rintuzza a fondo
nel fondo la magra
chimera, il placebo.
(da Prove d’inconsistenza)
Per l’altro
Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 5
Quinta pronuncia
L’identità spezzata
L’uomo non ha più il volto dato dalla natura.
Ogni giorno interviene con un’aggiunta, una correzione. Lo compone, lo assembla con materiali instabili. Effettua piccole manutenzioni.
Il risultato finale non è una persona ma una compatibilità con le attese del mondo esterno.
L’uomo, da sempre, è stato una contraddizione vivente, proprio a causa della sua inquietudine: ha sempre portato in sé scarti, parti non coincidenti.
Oggi ritiene che mascherandosi possa avere una completezza, una diversa identità.
Ma c’è nella sua vita un respiro per nulla corrispondente con quanto mostra. C’è un adattamento tenuto insieme con adesivi provvisori, una necessità di essere immediatamente riconoscibile.
L’uomo non sceglie più in base al bene ma in base alla coerenza dell’immagine.
È così che si arriva a quello che possiamo definire un nuovo peccato: l’abbandono della propria interiorità.
Anche la coscienza, per chi ne ha ancora consapevolezza, viene trattata come qualcosa da normalizzare. Da allineare al nuovo credo della società contemporanea, ovvero l’estetica.
In questa situazione la responsabilità umana diventa una rarità e un qualsiasi pentimento improbabile. Perché pentirsi significherebbe dire non sono ciò che ho mostrato; significherebbe incrinare il personaggio che si è costruiti; significherebbe rischiare di perdere l’approvazione.
L’uomo preferisce restare integro davanti agli altri, anche se continua a frantumarsi dentro; preferisce essere credibile e avere coerenza visibile, anche se nulla di ciò che mostra corrisponde al vero.
Tu lo sai, mio Dio, che senza pentimento non c’è ritorno. Senza ritorno non c’è conversione. Purtroppo, stiamo navigando verso una deriva collettiva e sembra che nessuno sia più capace di accorgersene.
Ti prego, mio Dio, fa’ che l’uomo non sia più un funzionamento, fa’ che torni capace di perdere.
Giorgio Stella. Una poesia
Trittico nel putto di misericordia – avevi detto che il nulla è di nessun niente & lo avevi giurato nel picco della ceramica nella betoniera – nel museo delle cere – ora il diritto di quella fiamma non ha nucleo flessione rivoluzione! Quanti erano? Vallanzasca Licio Gelli Renato Curcio… Il carbonaro di de Andrè Fabrizio! Ogni rosa ha una mediocre spina come a Natale la rotonda sul mare. Ma dilla tutta? La spina dell’Eden i frutti maturi di cocco, la ragione nel torto l’ortica di Pasqua ti basta!?. ———————
Senza limiti
La video-poesia intransigente e visionaria di Cataldo Dino Meo
di Franz Krauspenhaar
Dino Meo è un artista possiamo ben dire indipendente, parente non lontano di quel fenomeno underground che ha coperto, dal Novecento in avanti – fino ai nostri tribolatissimi giorni – le produzioni “ fuori dai circuiti” di molta arte contemporanea, in buona parte letteraria. Dino fa parte di questa nutrita, anzi autonutrita compagine di artisti liberi e indipendenti. Nel suo caso, addirittura, troviamo l’abiura di qualsiasi prospettiva di pubblicazione tradizionale. Il poeta – perché egli è, a tutto tondo, un poeta – non vuole far parte, fin dai lontani esordi datati 1970, di alcuna “pelosa scuderia”, soprattutto di editori a pagamento. Continua a leggere
Il Cielo
Luigi Maria Corsanico legge Charles Baudelaire. 11
Risposta
Giorgio Stella. Una poesia
DOVIZIA – 1 – nell’ anno della scure la gavetta pianse la cima in vetta, in vetta sua – nessuna trincea è una buca. – 2 – nel museo delle cere le betoniere di ceramica sono offerte ai cicli dei tempi civili – dal porto il faro è mosso… Quale luce? Nessuna Signore, troppo buio brucia il tronco della conchiglia. – 3 – il lago di Pan ad est del fiore del mare, vanta una reciproca rosa di porpora rossa come una aragosta sullo scoglio della forma – le cere del museo hanno una betoniera di ceramica e un faro acceso quando è spento il pieno nudo… Perche si avvicina la tempesta? La sabbia è del mulino a vento con la taglia nel petto. – 4 – ti sei mai domandato perché tutti ti hanno abbandonato? La betoniera la ceramica il museo delle cere la conchiglia gravida di faro ecc…. No, sinceramente mi trovavo alla fiera delle ombre in festa. (Una pausa) # – 5 – leggo sulla mia lapide il nome cosacco del crisantemo rotto dalle doppie spade del lordo col netto e mi accorgo che la morte è di ceramica l’anima di betoniera e lo spirito un faro in un bordello dove non pago! Gli amministratori lo sanno? Cosa? Così. (Una pausa) # – 6 – il sasso della conchiglia è una bilancia di frodo all’io che non sono – eppure il Duca del cavallo era nobile di schermo nell’armatura dura di calco. A tutto tondo nessuna gondola spacca il cristallo dove è nato lo specchio nel parto di vetro! Ti vedo preoccupato…. No Signore, la Madonna è il mio amore del cuore non ha bisogno del sangue, Lei Te sei. – 7 – la matrioska è un uovo di Pasqua senza uomo Continua a leggere
Scendere
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 63
Per sempre
E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. Stabat Mater, di Tiziano Scarpa
Una delle belle consuetudini che tuttora persiste nel nostro mondo culturale a volte un po’ spaesato è la “traduzione” di opere letterarie in film. Quando lo scrittore e il regista in questione sono artisti veri, il frutto stimola e affina il confronto e la pluralità di percezioni e riflessioni. Così è successo con Primavera, film uscito poco prima di Natale, diretto da Damiano Michieletto con Tecla Insolia, Michele Riondino e Andrea Pennacchi, il cui romanzo di ispirazione è Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Einaudi, 2008).
Trattare di Venezia – o di quel che ne rimane oggi – è sempre a rischio di retorica: Michieletto, veneto e regista di opere liriche da oltre vent’anni, sa però calarsi nel modo appropriato in uno squarcio di Settecento che fonde musica e durezza di vita, i percorsi della creatività e i cromatismi nostalgici e malinconici della città lagunare. Il romanzo del venezianissimo Scarpa è ambientato nell’orfanotrofio della Pietà, una delle quattro istituzioni della repubblica veneziana in cui le piccole orfane ricevevano un’educazione musicale; per poi esibirsi, in maschera e con una balaustra che le separava dai fedeli, la domenica a Messa, attirando il pubblico aristocratico cittadino e non.
Riprendendo la prassi settecentesca del racconto epistolare, Scarpa ci immerge nelle confessioni di Cecilia, adolescente violinista che scrive di nascosto alla madre mai conosciuta, rivelandole la tristezza e i bagliori minimi di una vita dolorosa: “Signora Madre, io vi invoco, ma voi non rispondete. Voi siete soltanto nella mia testa, io guardo i miei pensieri che escono dalla punta della penna, li getto fuori dalla mia testa senza mai riuscire a liberarmi di voi. Ogni parola che vi scrivo è soltanto un altro modo per dire il vostro nome, il nome che non conosco”. Fino all’incontro con il nuovo maestro dell’istituto, Don Antonio Vivaldi, che condurrà lei e le sue compagne ad un nuovo modo di sentire e vivere la musica.













