Stare con Gesù, vivere della Sua intimità, non scendere a compromessi col mondo: si può immaginare l’esito finale dei potenti che lo hanno giudicato. Manca poco per vederlo, quel tanto che basta per vivere di fede. Ma lo vedremo faccia a faccia, e sarà allora che ci disseteremo. Per ora è Lui che beve a lunghi sorsi. Così il Cristo alla Bossis, in questo intenso, sorprendente svelamento dei segreti della vita.
Dare Dio agli altri: è il nostro lavoro. È insieme con gli uomini che il Cristo si presenta al Padre: se amiamo con Lui siamo già in cielo, con il cuore, per questo possiamo trasmetterlo, quaggiù. Così Gesù a Gabrielle. Favole, per chi non crede; vita, per chi è stato conquistato dall’amore.
Gesù più dona, più è felice. A volte ne siamo infastiditi, perché nessuno è degno di ricevere. Ma dobbiamo essere certi che non è merito nostro, farci avvolgere nel manto delle Sue virtù, così che il Padre veda solo Lui. Di là scopriremo il Suo amore impensabile, inaudito.
Nella puntata di Poetando in onda alle 23.10 di sabato 15 e domenica 16 agosto, Luisa Cozzi incontra Mauro Ferrari, direttore editoriale di puntoacapo Editrice che vanta nel proprio catalogo anche un pregevole plaquette di Padre Elia, al secolo Sergio Spezzano: «Croci del sud». Come scrive Fabrizio Centofanti, autore della prefazione, «la poesia di Spezzano è bellezza che si incammina verso la notte del senso, la sofferenza dell’uomo che ogni volta rinasce dalla tomba come musica triste e malinconica, ma così vitale che sembra provenire dalla terra stessa di Dio».
Sei niente senza Me, dice il Cristo alla Bossis, che confidava di sentirsi, a volte, arida. E aggiunge: vi lascio così, a intervalli, perché siate consapevoli della vostra piccolezza e vi rivolgiate a Me con fiducia e umiltà. È questa la Mia gioia.
Gesù dice a Gabrielle di rivolgersi a Lui con fiducia, se si aprisse una falla a causa del peccato: è l’unico che può reintegrare nella vita, soddisfare e rispondere a qualsiasi desiderio. È il vincitore: nulla può opporsi alla Sua azione salvatrice.
Vivere della grazia di Gesù, lasciarla diffondere nel modo unico che ci è affidato, affrettare la venuta del Regno, come ogni giorno si chiede nel Pater, lasciare che la pace traspaia, trasformi, vinca: questo è lo Spirito. Così si cambia il mondo, amen.
Gesù basta chiamarlo, e certamente arriva. Charis anti charitos, un amore che risponde all’amore. La vita si legge da questo versante, altrimenti è incomprensibile. Amare è la sola intenzione all’altezza del progetto.
Padre, se anche tu non fossi il mio padre, se anche fossi a me un estraneo, per te stesso, egualmente t’amerei. Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno che la prima viola sull’opposto muro scopristi dalla tua finestra e ce ne desti la novella allegro. Poi la scala di legno tolta in spalla di casa uscisti e l’appoggiasti al muro. Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’ altra volta mi ricordo che la sorella mia piccola ancora, per la casa inseguivi minacciando. (la caparbia avea fatto non so che). Ma raggiuntala che strillava forte dalla paura, ti mancava il cuore: che avevi visto te inseguir la tua piccola figlia e, tutta spaventata, tu vacillante l’attiravi al petto e con carezze dentro le tue braccia avviluppavi come per difenderla da quel cattivo ch’era il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio padre, se anche fossi a me un estraneo, fra tutti quanti gli uomini già tanto pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
Da Poesia italiana del Novecento, volume primo, Milano, Garzanti, 1980, p. 283.
Si serve l’amore con l’amore, dice il Cristo alla Bossis, non con la paura. È l’esercizio quotidiano, instancabile di un Padre, che attende con l’impazienza di chi ama e che dà sempre una risposta, anche se sembra silenzioso. L’amore viene incontro, magari nei modi impensabili di un Dio.
Tu sei di Dio – il tuo Padre creatore -, per mezzo di Dio – il Figlio tuo salvatore -, in Dio – lo Spirito Santo santificatore, che ti abita e ti muove. Così il Cristo alla Bossis. Detto questo, è detto tutto.
Ogni essere umano ha una storia, o meglio è una storia degna di essere raccontata, anche quella apparentemente senza nulla di particolarmente rilevante, quella che non entrerà nella Storia con la s maiuscola, ma della quale fa comunque parte. Ogni vita ha un suo significato, direi un suo ruolo, un suo compito che sfugge al nostro imperfetto sentire.
Fare le cose semplici del giorno per giorno lasciandole toccare da Gesù: è semplice, come il consiglio dato a Naaman, il funzionario lebbroso che voleva tornarsene a casa per la banalità del consiglio del profeta. Il Cristo dice alla Bossis che è proprio questa la via per incontrarlo, per scoprire uno sguardo nuovo sul mondo e sulle cose. Lo sguardo dei santi.
“Sapere che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere non mi faranno mai amare da chi io amo, sapere che la scrittura non compensa niente, non sublima niente, che è precisamente là dove tu non sei: è l’inizio della scrittura”. Questa citazione di R. Barthes da “Frammenti di un discorso amoroso” è messa ad esergo del tuo libro “L’inizio della scrittura” (Fusibilia Libri, 2018), che è una raccolta di poesie d’amore. Si tratta di un’affermazione forte, che ha il coraggio di metterci di fronte alla tensione tra vita e scrittura. Una tensione che tu riprendi chiedendoti: “Eppure perché il verso più perfetto non vale/ l’occhiata che ci siamo date sul fondo delle scale?”. Prima di entrare nel merito della raccolta, vorrei che tu rispondessi a questa domanda: perché, secondo te, si scrive?
Gesù vuole agire attraverso di noi: mangiare, dormire, amare, come quando è passato sulla terra. Perché accada, è necessaria l’umiltà: pensare che è Lui che scrive quella cosa, che avvia quel discorso, che mette quella mano sulla spalla. Lui è in noi: è il centro, è accanto, è dappertutto. Vuole che lo lasciamo vivere.
Il paradosso della vita cristiana è che siamo nulla, se contiamo su noi stessi, ma siamo tutto, se contiamo su Dio. E su Lui possiamo fare affidamento, perché è Amore senza limiti. Dunque: coscienti della nostra inconsistenza, passiamo dall’occasionale al necessario, dal relativo all’assoluto. Diventiamo ciò che siamo, divinoumanità.
Gesù desidera che ci sentiamo più forti, sicuri del Suo amore, non contando sulla nostra miseria, ma sulla Sua ricchezza. Vuole che siamo come i Dodici, che hanno permesso alla Sua grazia di agire. L’agàpe supera ogni limite.
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