Gesù desidera che gli parliamo. Noi fatichiamo a farlo: ci sembra inutile, come se le nostre parole sbattessero contro un muro di silenzio. Non è così: Lui ascolta attentamente, previene le richieste, suggerisce, ispira. Come scrive Isaia: non ce ne accorgiamo?
“Le parole sotto la roccia”: l’universo di Lunamajella- di Anna Maria Curci.
Nel suo movimento che associa, alterna, combina e ricongiunge il protendersi e il ritrarsi, il balzo in alto e la discesa nel profondo, il dire poetico cerca, trasforma, rimpiange e ricostruisce, vela e rivela regioni, paesaggi, terre e distese d’acqua, cime e firmamenti.
Lunamajella di Gian Piero Stefanoni non solo conferisce – lo affermo ricorrendo alla prima parte della celebre formula di Winckelmann – “nobile semplicità” a questo movimento, ma trova, in più, nuove, singolari combinazioni di fonti di luce, di angoli e di spianate, di luoghi appartati e di consonanze di voci umane.
Siamo distratti, ma Gesù ci attende. È uno specialista dell’attesa: anche quando tutti, perfino una madre o un padre, uno sposo o una sposa, perderebbero, quasi per forza di cose, la pazienza, Lui è lì, che aspetta. I cuori più duri vacillerebbero per un istante, se se ne accorgessero.
A chi mai può interessare la tracciabilità di un alberello di limoni, venduto a una ragazza in gonna rosa? Non ci saranno tante avventure per un alberello da vaso, che non può deambulare in lungo e in largo, anzi è proprio impossibilitato a farlo. Ognuno trova il suo posto nella vita, si dice con una certa sicurezza, senza pensare a quello di chi l’ha avuto assegnato fin dalla nascita e non può in alcun modo mutarlo.
Gesù si sente solo? Su questa terra, sì. Sono pochi quelli che si accorgono del suo appello all’amore, del suo paradossale bisogno della nostra risposta. Forse pensiamo che abbia il nostro stesso cuore di pietra. Oppure che esista un amore indifferente al tu.
La marchigiana Vittoria Chiarenza ha da poco pubblicato il libro Vasco Rossi, sottotitolo Una vita spericolata in equilibrio sopra la follia, in cui racconta l’intera vicenda artistico-professionale del rocker di Zocca, dalle prove giovanili fino ai segreti della prossima tournée estiva. In quest’incontro spiega come è arrivata a redigere un testo importante, frutto di u lavoro precedente assai amato dallo stesso Vasco Rossi.
Perché fare silenzio? Perché raccoglierci? Non dobbiamo mai dimenticare la lezione di Elia, la qol demama daqqa: la voce di silenzio sottile attraverso la quale avviene la comunicazione col Signore. Se escludiamo il silenzio, escludiamo Gesù. Ecco perché dobbiamo amare il raccoglimento, e praticarlo ogni volta che possiamo.
Il sorriso è importante. Vuole dire: ci sei, ti riconosco, non avere paura. In fondo, viviamo ancora nella giungla. Potremmo dover contenderci, da un momento all’altro, un pezzo di pane, per una improvvisa carestia. Ma se ti sorrido, voglio dire: siamo qui, ora, abbiamo fiducia, nonostante.
Gesù vuole parole d’amore: perché non dirgliele? A volte pensiamo di conoscere la vita; poi, un bel giorno, ci svegliamo, e comprendiamo che è tutta un’altra cosa.
Vieni, Signore Gesù: è il finale della Bibbia. Evidentemente, è la cosa più importante. Se Lui non ci venisse incontro, saremmo perduti, anche se fatichiamo a concepirlo. Il primo atto da compiere, dunque, è mettersi alla sua presenza, sentirlo vicino ed amorevole. È la realtà. Ma si può vivere anche di illusioni, pensando che sia assente.
Papa Francesco è agli antipodi del padre edipico: “Chi sono io per giudicare”, disse il pontefice riferendosi agli omosessuali. Non è un padre legislatore, che legifera; non è un padre governatore, che fa rispettare la legge; non è un padre giudice, che giudica e condanna i colpevoli. In effetti, non sembra essere padre tout court. Vapuntualizzato che secondo il Vangelo, Gesù Cristo non venne per annullare la legge dei padri ma per emendarla e per compierla; con lui non venne un caos anarchico ma una nuova libertà, che dalla legge tuttavia promana: una libertà dura da portare, certo, come ogni libertà radicale; e poi che ognuno porti la sua croce. Sebastian Franck ci ammonisce: Il Cristo del mondo è l’anticristo di Dio, e viceversa. Tutto nel mondo è stato fatto contrario al Regno dei Cieli, perché così piacque a Dio; ed ecco perché vi mando come agnelli fra i lupi. Guardatevi da chi occulta lo spigolo duro della realtà, da chi con toni accomodanti e amichevoli vorrebbe cattivarsi le nostre simpatie, da chi ci costringe a sognare in un giardino incantato (De André).
Cosa possiamo offrire a Gesù? Tutto: ogni piccola cosa che viviamo, possiamo porgergliela, come un dono ingenuo, come tra bambini. E cosa siamo, se non piccoli bambini che guardano il mondo stupefatti? Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Anzi, cominciano già a vederlo, da quaggiù.
Il servizio, a volte, è faticoso, a volte umiliante. Ti impegni senza risparmiarti, ma nessuno sembra accorgersene, nessun grazie ti raggiunge. Al punto che, andando a svolgerlo, già ti incupisci, già ti sorprende la tristezza. Eppure Gesù identifica il servizio con la gioia: se ne dichiara pieno, e nello stesso tempo si presenta come Colui che serve. Non resta che imparare da Lui, mettersi ogni volta alla sua scuola. E un giorno, pensando al servizio da svolgere, quello stesso servizio che ci rendeva tristi, sorrideremo felici, non sapendo perché.
“Partì per un paese lontano” (Lc 15,13). Nella parabola del Padre misericordioso c’è la definizione più efficace di peccato, che è il campo della distanza da Dio, una tragica divaricazione di cammini. È logico, dunque, che la predicazione di Gesù cominci con l’annuncio contrario: “Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino (Mc 1,15). La nostra vita si gioca tutta in questa opposizione tra lontano e vicino. Sta a noi scegliere la collocazione: noi siamo qui.
MiDBaR, deserto. DaBaR, parola. Il deserto come luogo della parola, che nasce nel silenzio e al silenzio ritorna, dopo aver attraversato distanze, pericoli, solitudini.
Ma DaBaR è anche evento. Una parola evento che si inscrive nel tempo, accettando i rischi del divenire e cercando non una comprensione che fossilizzi il senso, ma un’accoglienza che la rinnovi.
Nel deserto, che azzera l’orientamento e genera una visione sempre diversa, la parola evento inciampa di continuo su se stessa. Eppure è proprio il suo balbettare, il suo cadere e ricominciare che la rende vera e cosciente della sua povertà, bisognosa di un senso che la soccorra. Nel deserto, non si sopravvive da soli.
Gesù è definito come Colui che passò facendo del bene. Sarebbe bello che si dicesse anche di noi: non coloro che sparlarono, ingannarono, ferirono; non coloro che ignorarono, dispezzarono, offesero; ma coloro che passarono facendo del bene. Cessi il male, venga il tuo regno, Signore.
Cerchiamo consolazione, da quando siamo nati, come scrive quel genio di Leopardi. Il quale, però, non aveva capito tutto il resto. Ossia che c’è un Dio che ci consola. Non solo, ma che – udite, udite – vuol esser consolato. Lo rivela il Cristo alla Bossis, spiegandole anche il modo: restandogli fedele.
Gesù, nel Vangelo, lo spiega in tutti i modi: il segreto è l’unione, la fiducia. Noi, invece, siamo quelli che diffidano, che partono per un paese lontano, come il figlio prodigo. Salvo ritrovarci, puntualmente, nella carestia. Chissà se prima o poi ci lasceremo convincere. “Riversati in me”, dice il Cristo alla Bossis.
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