Archivi autore: fabrizio centofanti

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L’ocra in punta di lingua, di Elisabetta Sancino

di Rosa Salvia

Elisabetta Sancino, L’ocra in punta di lingua, (Ronzani- LietoColle, maggio 2023)

Quella di Elisabetta Sancino è una poesia che si apre oltre la soglia della convenzione, della rabbia e della paura, rappresenta l’Aperto rilkiano ovvero quello che la creatura vede “con tutti gli occhi”.
Una poesia terrigna, con una capacità di evocazione, anche lirica, struggente e originale.
Perciò non consente facili etichette, restia a categorie e a collocazioni rassicuranti.
Vortica con il nostro vorticare di creature capaci di interrogare il senso e il non-senso delle cose, l’enigma del teatro del mondo a partire da esperienze brucianti e da una psicologia ritratta nella sua pullulante proliferazione di echi. L’io esplode, si disperde, e viene assorbito dai versi che fanno da tramite fra l’introspezione, il corpo e il paesaggio; il fuori viene alla fine reso possibile e per questo la narrazione ha una ‘scansione esplosa’, espressione di un movimento di formazione, di scoperta e di esperienza in divenire. Continua a leggere→

Juan Ramon Jimenez

a cura di Giorgio Stella

Siviglia a Madrid, 30 giugno

Addio!

Sognando, in treno

Oh, come verde indietro
rimani, Andalusia,
che bianca tra le tue agre
vigne!

Le alte terrazze,
dove il sole intreccia
colori di cristalli
malva, rosa la sua calce fresca
guardano la tua gioia.

In tutti c’è la mia anima
con la banderuola, in alto,
in alto.

…Qua e là, il mare, lungi,
in nastri accesi -.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Il quando e il come

                          (M.Chagall, Il mondo sottosopra)

«In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita». [Lc 21,5-19] Continua a leggere→

13

Poesia oltre la siepe, di Marco Masciovecchio

Francesca Romana Rotella è una poetessa italiana contemporanea, nata a Roma nel 1975. Si è laureata in lingue e letterature straniere con una tesi sullo scrittore e poeta spagnolo José Jiménez Lozano. È attiva nel panorama culturale romano, dove partecipa a letture e ai “poetry slam”. Nel 2024 ha organizzato con CASA – Community Autogestita Scrittori Artisti – in collaborazione con la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam) il I° Poetry Slam under 20 del Lazio. Continua a leggere→

Diario del disarmo. In direzione del sacro, di Michele Caccamo. 1

1ª pronuncia

Ti parlo lentamente perché mi hanno detto che sei morto.
Anche se non riesco a immaginarti con gli occhi chiusi e con la tovaglia della messa ai piedi. Piuttosto penso tu abbia cercato un posto in penombra per non farti più trovare.
Come sai, qui, il mondo scorre, produce, comunica, senza però originare nulla di sacro.
L’anello si è ormai spezzato, non abbiamo compassione nemmeno di noi stessi; non troviamo virtù teologali nel nostro animo.
Siamo scesi, mio Dio, e oggi copriamo il suolo senza pensare alla sorte della vita, avanziamo in una superficie ad alta risoluzione, che non è terra e non è mondo.
Siamo diventati inutili transitanti.
Parliamo con la voce delle macchine, pensiamo in schemi. Persino la nostra anima è costretta a giustificarsi e a dimostrare la sua utilità.
Abbiamo scambiato la trascendenza per un bug dell’apparato sociale.
Ormai sono anni che ci hanno educati a credere che la tua assenza sia una conquista. Ma senza di te l’uomo ha perso la sua dimensione universale, non fa che dilatarsi dentro il proprio limite: vaga tornando sempre nello stesso punto, confondendo l’espansione con la salita.
Ti parlo perché in questa nuova fede della ragione io credo si nasconda un’angoscia letale. Ed è per questo che siamo sventurati, smarriti, senza neanche uno spirito che ci guidi.
Tu non eri l’opposto dell’uomo, ma ti hanno fatto diventare la sua parte inutilizzabile. E così, quando l’uomo ha deciso di poter essere tutto, ti ha espulso: come un errore del sistema, come un file corrotto. Continua a leggere→

E se rileggessimo… di Enrico Grandesso. “Le occasioni”, di Eugenio Montale

Si è oramai insediato l’autunno: stagione dai delicati e coinvolgenti colori, che a molti porta un dolce e inguaribile senso di nostalgia. Eccola che ci avvolge, con lo sfumare dei dettagli e dei giorni: nostalgia, dal greco nòstos, ritorno. Questa e la prossima tappa della mia rubrica volgeranno così l’attenzione a due poesie che richiamano i mesi di novembre e dicembre – e alle due raccolte che le contengono, tra le parole del loro canto e il non detto di un ritorno interiore.
La poesia di oggi è tratta da “Le occasioni” (1939) di Eugenio Montale: il suo secondo volume poetico (in parte anticipato da alcuni testi usciti su rivista) che fu anche, come scrisse Pier Vincenzo Mengaldo, la sua prima opera di levatura europea. “Ossi di seppia”, uscito nel 1925 e di cui si è celebrato quest’anno il centenario, offriva alcuni elementi fermi del giovane e ambizioso poeta genovese: la non adesione al clima culturale del fascismo, l’impegno artistico ed etico ad una via di fuga che fosse anche imperitura ricerca di autenticità esistenziale. Ma presentava anche qualche elemento dannunziano lievemente eccessivo, tra l’esaltazione delle liguri riviere e le tuffatrici estive.
Le “Occasioni” cantano invece appieno la desolazione storica del tempo; e, con essa, la dimensione metafisica di Clizia, Musa salvifica. Emblematico è uno dei “Mottetti”: “Non recidere, forbice, quel volto, / solo nella memoria che si sfolla, / non far del suo grande viso in ascolto / la mia nebbia di sempre. // Un freddo cala… Duro il colpo svetta. / E l’acacia ferita da sé scrolla / il guscio di cicala / nella prima belletta di novembre”. Un oggetto d’uso quotidiano, cioè una forbice, può portar via un volto caro, solo in una memoria che vorrebbe far dimenticare, avvolta nella nebbia. Il poeta continua a cantare, benché si senta ferito dentro come l’acacia tagliata dai boscaioli. Intanto novembre sparge la sua belletta (fanghiglia), a cui opporre la poesia e la nostalgia mai distrutta del mito.

L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 49

L’oggetto estetico proietta il proprio compimento nella lettura attenta e strumentata, complice, integrativa; resta un muto spartito, un treno d’onde di pure virtualità finché non viene “eseguito”, convertito in entità olisticamente articolata, si direbbe quasi catalizzato dall’atto critico, autentico acceleratore di particelle cui è dato svelare un numero teoricamente infinito di livelli successivi di realtà testuale ignoti allo stesso produttore.

Antenati del futuro, di Rossella Seller

di Francesco De Girolamo

La raccolta di poesie Antenati del futuro – Poesie della Trasformazione di Rossella Seller, presenta una visione profonda e suggestiva del nostro rapporto con le problematiche delle relazioni umane, in ogni sua particolare manifestazione, offrendo un’analisi e una riflessione raffinata, intensa e personale sui temi della trasformazione, della libertà e della connessione con il mondo naturale, osservato nella sua complessa totalità fenomenica.
Una delle caratteristiche più evidenti della poesia di Rossella Seller è la sua capacità di evocare immagini e sensazioni con un linguaggio limpido ma pregnante, ricco di figurazioni di grande vigore espressivo e padronanza stilistica.
Un tema centrale nella poesia di Rossella Seller è l’esplorazione della relazione tra gli esseri umani, nella sua effettiva, reale autenticità, in tutte le sue implicazioni e le sue dinamiche, a volte anche larvatamente, strumentali e strategiche. Nella poesia “Se un dono”, il dono è presentato come qualcosa che può essere sia fonte di gioia che di dolore, a seconda delle intenzioni e delle aspettative che lo accompagnano: Continua a leggere→

Amelia Rosselli

a cura di Giorgio Stella

La passione mi divorò giustamente
la passione mi divise fortemente
la passione mi ricondusse saggiamente
io saggiamente mi ricondussi

alla passione saggistica, principiante
nell’oscuro bosco d’un noioso
dovere, e la passione che bruciava

nel sedere a tavola con i grandi
senza passione o volendola dimenticare

io che bruciavo di passione
estinta la passione nel bruciare

io che bruciavo di dolore nel
vedere la passione così estinta.
Estinguere la passione bramosa!
Distinguere la passione dal

vero bramare la passione estinta
estinguere tutto quel che è
estinguere tutto ciò che rima
con è: estinguere me, la passione

la passione fortemente bruciante
che si estinse da sé:

Estinguere la passione del sé!
estinguere il verso che rima
da sé: estinguere perfino me

estinguere tutte le rime in
“e”: forse vinse la passione
estinguendo la rima in “e”.

Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Elisabetta Petrolati

Prego piano

Questa sera prego piano
perché chiedo solo pochi
centimetri di distacco
dalle cose che non riesco
a cambiare, capire, spiegare.
Pochi centimetri di distanza,
un sottile piano di spazio
tra me e le cose umane
per far accadere
il contatto di coscienza
di ciò che è evitabile o inevitabile
indipendentemente da me.
Chiedo mi sia data la misura
tra perseveranza e ostinazione.
Prego piano, mettendo
in devota processione poche,
essenziali parole:
esisto, agisco, osservo,
lascio che sia.

Elisabetta Pamela Petrolati

Roberto Dedenaro, Il ballo delle gru

di Giselda Pontesilli

IL BALLO DELLE GRU di Roberto Dedenaro

(Vita Activa Nuova 2025)

C’è una sommessa “coralità” nelle poesie, sempre attentamente sorvegliate, mai passibili di retorica che compongono Il Ballo delle gru, recente libro del poeta triestino Roberto Dedenaro.

E tale coralità si esprime forse in modo emblematico nella poesia intitolata:

L’Orizzonte inscurito

l’orizzonte inscurito non si distingue più
fra terra e cielo luci lampade e luci
scandagliano profili di case senza più
finestre illuminate uno spessore di silenzio
sale come una domanda dove mai una divinità regga più
con le sue braccia il tutto e i corpi che da qualche dove
dentro a quelle case senza forma stanno dove
il punto di quell’equilibrio che ancora regge
se regge ogni cosa in un posto suo e le coscienze
riposte in qualche dove nelle strade che sembrano
nella notte non aver nemmeno polvere più
tutto passa al vaglio e dai più stretti fori
qualcosa pur rimane, qualche vago notturno animale.
E una fragilità come forma di salvezza a tutti disponibile. Continua a leggere→

Alessandro Anil Biswas

a cura di Giorgio Stella

Sono cose leggere gli anni che ti avvolgono e disperdono,
immedesimati nel silenzio delle ore che da infanti
ci cullarono, tu non puoi ad essi sfuggire, né posso io
oltre la moltitudine a poco a poco
illuminata, disposta in piccole linee, vestite
di abitudini tramate, coincidenze… dunque è questo
il salire lento, a poco a poco di persone che fra tante
hai amato e dimenticato, a poco a poco
il segreto condiviso che si portano oltre la durata
delle presenze… li vedi così come sono,
a passi lenti, ridotti ai cardini del proprio dramma
di piccoli uomini macerati, ad uno ad uno, tuo padre
e un amico di tanti anni fa, con cui diviso il pane
hai assaporato la lama sottile della giovinezza, ad uno ad uno
entrano, si disperdono nel vortice di solitudine e folla,
solitudine e folla a mano a mano come loro
tocchi… il corrimano di questa stazione per sentire
il tatto degli innumerevoli, l’incessante frastuono
delle loro piccole ossa, dove tutto, ogni amore, ogni alluvione
di ricordi e gesti, ogni azione tua, ogni passo
verso l’immagine di te che già dall’infanzia
custodivi, ogni declinazione trattenuta di parole dette,
non dette… tu non puoi ad essi sfuggire, come posso io
ora, dimmi, come posso.

Il participio del credere, di Alessandro Pertosa

Nella vita di ogni essere umano, c’è un punto in cui le certezze smettono di bastare. Le parole imparate si fanno troppo strette, le formule che un tempo rassicuravano non sono più capaci di contenere il respiro profondo dell’anima. È allora che si comprende che credere non è semplicemente l’atto di aderire a una verità, ma di attraversarla completamente. È un respiro che si rinnova, una corrente che non si arresta. Credere è un verbo in divenire, voce piegata al presente fuggevole, mai fissata nella garanzia del passato. Il credente autentico abita il participio del fare, non quello del fatto. Non dice «ho creduto», dice «sto credendo». Non posa il cuore su un dogma marmoreo, lo lascia sospeso nel vento dell’incertezza, dove la fede rimane cammino, scelta, tensione viva. Ogni giorno si rialza, stanco e fragile, e pronuncia il suo sì ancora una volta nonostante tutto, nonostante il mondo, nonostante se stesso. Continua a leggere→