Gesù vuole che lo chiamiamo Fratello, Amico, Sposo. Così l’amore può variare, pur restando lo stesso.
Archivi autore: fabrizio centofanti
Uno psicologo nei lager
“Uno psicologo nei lager”, di Viktor Frankl, è un libro che bisogna leggere. Non elencherò le ragioni, tranne una che le supera tutte: si tratta di un antidoto alla disperazione, una via d’uscita dall’inferno, tema di grande attualità, come ognuno può capire. È il libro delle cose ultime: l’ultimo destino, l’ultima libertà. Una volta letto, non ci si può più lamentare, perché tutto ciò che abbiamo appare superfluo: all’internato non rimane che sé stesso, ed è lì che si gioca la partita. Non si può vivere al livello del “cosa”, e neanche del “come”: è necessario arrivare al nocciolo della questione, ossia al “perché”. La vita, allora, non è più una condizione, ma una conquista interiore. E il suo senso non è una categoria generale, si realizza nella concretezza dei fatti, è una risposta esatta a una domanda precisa. Il problema, dunque, non è più che cosa ci aspettiamo dalla vita, ma cosa questa si aspetta da noi. Abbiamo un compito, originale e unico, qualcosa che solo noi possiamo essere e fare. Anche il dolore è un compito, e anch’esso è originale e unico: solo una tale consapevolezza può strappare alla paura della sofferenza e della morte. Soltanto l’unicità e l’irripetibilità della persona restituiscono alla vita il suo significato. È un libro controcorrente, che ci ricorda come l’apparente inutilità sia il presupposto di ogni sacrificio. Dal prendere la propria croce scaturisce la possibilità di riscoprire un senso: l’uomo, la donna, possono essere più forti del destino.
Non voglio dire troppo, cito solo una scena che fa intuire quanto un’opera non religiosa possa essere misteriosamente tale. Un capo operaio offre a Frankl un pezzo di pane, togliendolo dalla propria razione del mattino. Ecco – pensa Viktor -, quello non è più un semplice pezzo di pane; è l’umano. Forse, addirittura, il divino.
Luigi Maria Corsanico legge Federico Garcia Lorca. 32
Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Carla Malerba

Scorgere il divino intorno a noi, nella natura, nel cielo con le sue fasi d’ombra e di luce, nelle creature che popolano il nostro piccolo pianeta, potrebbe essere cosa naturale, darci subito sensazioni di pace interiore. Invece abbandonarsi alla fiducia nel Creato non è cosa facile, distratti come siamo dalle mille incombenze del quotidiano. Ma tutto intorno a noi respira e i simboli rimandano al mistero di un Dio che aspetta soltanto di essere intuito. Cosi la poesia che di segni e simboli intreccia la propria parola può forse, presso chi sente il bisogno di scorgere un sentiero di luce o si trova dinnanzi a inspiegabili misteri, fungere da intermediaria tra l’uomo e l’universo. Continua a leggere
Da che pulpito, di Andrea Ponso

La “Carità” in senso cristiano, l’amore, diceva Massimo il Confessore, dovrebbe essere motore di una “LODEVOLE DISUGUAGLIANZA”: questa “lodevole disuguaglianza” mi risuona in testa da tanto, al fondo dell’unità e della comunione.
Anche, e forse più modestamente, al fondo di quella falsa “unità” che è in realtà parificazione e pianificazione, conformismo comodo e confortevole – oppure è simulazione delle “diversità”, loro inarrestabile invenzione, perfettamente funzionale ai bisogni pulsionali del mercato globale, all’ansia continua di movimento, come di insetti, al fare che coinvolge spesso, come una febbre sopra al vuoto, anche la Chiesa; decostruzione continua del discontinuo, dell’inaudito, del silenzio come fecondità e Mistero (dove, nei luoghi pubblici, possiamo ancora trovare silenzio, ad esempio? Dove?). Lo stesso Massimo scrive: “Gli uomini, lasciando il pianto sui propri peccati, hanno sottratto il giudizio al Figlio, ed essi stessi, come se fossero senza peccato, si giudicano e si condannano l’un l’altro, ma essi non si vergognano perché divenuti insensibili”.
È questo che distrugge, è questo che ti fa sentire pronto per la cella monastica o per quella manicomiale: in cerca semplicemente d’amore, un amore che non distrugge nessuna disuguaglianza, ma la rende lodevole, degna di ascolto e di cura. Ed è un segno di salute, io credo, sentirsi oggi in questo modo.
Il seminatore
Certi seminatori sono folli. Gettano il seme sulla strada, sulle pietre, tra le spine. Verrebbe da dirgli: non vedi che ti stai sbagliando? Qualcuno si faccia coraggio, lo tiri per la giacca e lo costringa a cambiare. Va bene, vado io. Rifaccio il suo percorso, con una specie di rabbia, il furore dei momenti in cui sei certo di avere ragione, e che l’altro ha torto marcio. Cammini, senti i tuoi passi sul duro della strada, e ti ricorda qualcosa; prosegui sulle pietre, e ti ricorda qualcosa; ti trovi in mezzo ai rovi, e cominci a capire. È come se il cuore si specchiasse in quel cammino, come se pensasse: perché mi ci ritrovo? Il seminatore è a un passo: che aspetti? Perché non gli sciorini ciò che ti eri preparato? Ti guarda sorridendo: i suoi piedi sono fissi sul terreno, dov’è il seme che ha appena gettato. Ti gira la testa, non puoi credere ai tuoi occhi: eri strada, pietra, rovo; hai provato tutte le sfumature del rifiuto; e adesso sei qui, terreno buono, come mai ti era accaduto, fino ad ora.
[immagine: “Il seminatore” di Vincent Van Gogh]
Il bello
Lao-Tsu
Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro
La memoria del Re
(per la festa di Cristo Re)
(M. Chagall)
«In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». [Lc 23, 35-43]
L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 50
Digitate in Google e in Google Libri la stringa «i più migliori» e vedrete che il costrutto non è affatto privo d’attestazioni lessicografiche e letterarie anche illustri. Ciò significa che è grammaticalmente corretto, visto che si tratta di una «possibilità dell’italiano», come dice un mio amico studioso?
Prendiamo intimo e infimo. Si tratta di superlativi, ma vengono percepiti dalla totalità dei parlanti/scriventi come aggettivi di grado positivo: “il mio più intimo amico” ecc.
Al contrario, migliore è (finora) avvertito come comparativo di buono, ergo “più migliore” è considerato erroneo. Non possiamo escludere che migliore abbia la stessa sorte di intimo e infimo, ma aspettiamo che accada.
Finora, ripeto, è un costrutto appartenente all’italiano dialettale, popolare, deficitario.
Ferite
Giuliano Mesa
Apparizioni
Kobayashi Issa
Meriti
Luigi Maria Corsanico legge Pablo Neruda. 26
Jirì Orten
C’è calore da te…
C’è calore da te, ah qui poter dormire,
nella terra profonda mi immergerei volentieri,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe il mio corpo
tutto spoglio, questo nudo immiserito.
Farsi ciechi di luce con un canto che si spegne!
Già al mio palato sento sete di solitudine,
che m’inebria e mi chiama a un restare
che non sia timoroso e entri nella musica.
Essere morto, padre, appartenere a nessuno,
non udir passi, non pensare, non sentire,
essere morto, indicibile con se stesso giacere,
essere pronto per sempre, finito essere – e avere.
Avere, avere almeno, almeno quel che è piú fedele,
il mio libero niente, sognare che si frantuma
in bei cubetti, esser solo, esser piú taciturno,
esser nel centro esatto, essere tempo e giardino.
Essere morto alle donne, esser morto agli amici,
esser morto all’angoscia, essere morto ai morti,
essere sí, cosí proprio, cosí pienamente e totale,
e non vedere piú niente che abbia nome di foglia.
Ah quanto è il tuo calore, da te poter dormire,
mi immergerei volentieri nella terra profonda,
in una mestizia di piogge sgocciolerebbe la gioia
che già soffriva per una meta mai vista.
Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Giansalvo Pio Fortunato

Poesia e divino: molte domande, poche risposte
La complessa relazione tra poesia e divino si pone entro due sfere assai specifiche ed articolate. In una chiave rigorosamente analitica, la segnicità, insita a qualsiasi forma poetica, si evidenzia in maniera chiarissima nella segnicità del sacro e, con esso, del divino. D’altro canto, una vigorosa esperienza del sacro e del poetico si accomunano per vari punti di tangenza (?), che devono essere adeguatamente posti in risalto. Continua a leggere
Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Cibo 2

Il Cibo 2. Il cibo che non sazia
“Non so perché lo faccio… Mi vedo farlo, ma non sono io… non è il vero me stesso… Quando mi guardo allo specchio non sono un mostro…”. Si confessa, si lascia andare, cerca di capire, di resistere all’avvilimento, il ragazzo grasso seduto curvo, le mani intrecciate, circondato da altre persone con evidenti problemi di peso che attendono il loro turno per parlare. Quando la riunione viene sciolta dal rassicurante terapeuta, “Alla prossima volta, stessa ora…”, seguiamo una di queste persone, che s’incammina per strada: è consapevole degli sguardi derisori lanciati di sottecchi da alcune snelle ragazze, è consapevole delle vetrine colme di ottimo cibo; gocciolante di sudore, giunge infine a casa, dove non gli resta che aprire il frigorifero e ingozzarsi. Ed è la stessa persona che ritroviamo mentre sta per varcare la soglia di un commissariato, salutato con rispetto apparente, “Buongiorno signor commissario…”, “Buongiorno, capo!”. Ma l’uomo obeso, ora, non suda più; il volto è torvo ed esprime una grinta non effimera. Continua a leggere












