Archivi autore: fabrizio centofanti

Informazioni su fabrizio centofanti

https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

41. Il giardino incantato

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Stavamo parlando di condanne: sì, è più facile condannare che capire. Basta mettere alla fine della frase un anàtema sit, secco e indiscusso.
Analizzare, distruggere, ricostruire, piazzare le tessere del mosaico al posto giusto per disegnare un futuro adatto ai tempi.
La guardia svizzera legge, legge – chiedo spesso a un’assemblea di pensare a un foglio a due colonne: da una parte devo e dall’altra voglio; quale lato riempite di più? Continua a leggere→

Marco Simoncelli

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Si può morire in molti modi, credo,
chissà perché c’è un modo che fatichi
ad accettare, forse perché vivi
rischiando e quando rischi
ti sembra d’essere immortale,
perché la morte a ventiquattro anni
è un’amica troppo seria, noiosa
per i tuoi capelli ricci, per le tue
tute sgargianti, per le tue risate
di marziano veloce come il vento
dalla voce squillante, dal cavallo
sempre pronto a imbizzarrirsi, a fare
quello scatto di reni che lo porta
sulla luna, perché dopo l’impatto
dove puoi essere volato, Marco,
se non sulla luna dove rincorri
l’ultimo dei sogni, dove i riccioli
sono fatti di stelle e di pianeti,
dove non vivi se non sei un po’ matto,
dove si cade e si rimane in piedi.

40. Il mio cadavere

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Riuscimmo a metterci d’accordo: con la raccolta, da parte nostra, di una cifra simbolica, fummo finanziati per il viaggio più importante della vita.
Non avevo mai visto una cosa del genere: un elefante tutto bardato, una torretta sul dorso in cui sedeva trionfalmente un personaggio che doveva essere ricchissimo.
Ci imprigioneranno, ci multeranno, prenderanno le nostre proprietà. Continua a leggere→

39. Mi ricordo tutto

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Sembra facile: un motto per tutte le stagioni. Ma si adatta bene a quello che successe.
Le guardie svizzere hanno qualcosa d’irreale: gli elmi, le alabarde, la divisa d’altri tempi e l’aria di chi difficilmente muove un sopracciglio. Se non le avessi incontrate in un albergo di Loreto, in libera uscita, potrei pensare che siano manichini.
Chissà perché mi vennero in mente mio padre e mia madre, con i volti cordiali dei contadini di una volta.
Qualcuno mi ritenne matto, pensò di non dovermi prendere sul serio. Continua a leggere→

38. Ha bisogno

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All’inizio sembra facile, ma i problemi arrivano col tempo.
Qualcuno mi spieghi perché, da cittadino, non posso esprimere il mio voto, il mio parere.
La strada procede tra fiori selvatici e cespugli, sembra che la natura voglia salutare, lasciarsi coinvolgere nel dramma delle donne e degli uomini che incontra.
La gente comincia a criticare, da destra e da sinistra: per qualcuno sei troppo radicale, per altri troppo moderato.
Non hai diritto a dire la tua per lo sviluppo del paese, non sei degno di fare una proposta, una critica, un progetto. Continua a leggere→

Primavera

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Le immagini che seguono potrebbero
urtare i più sensibili.
Perché potrebbero soltanto? Credo
che se qualcosa di umano rimanga
negli occhi di chi guarda lo spettacolo
dei video commerciabili,
non possano negare lo sgomento
del corpo profanato,
dell’orrore dell’odio, del linciaggio
di uno alla mercè del più bestiale
sentimento di vendetta, se ancora
è lecito chiamarlo sentimento.
Anche se il più tiranno, il dittatore
più barbaro e inumano
finisse nelle mani di una folla
avversaria, non pensi che sarebbe
sì, una primavera
portarlo in tribunale per rispondere
di un rito sanguinario?
Più facile – ed è qui che si bestemmia –
farne un Cristo di sangue sul Calvario,
trucidato dall’odio, quella sera.

Il libro segreto di Gesù

di Fabrizio Antinozzi

«Chi, tra i personaggi dell’antichità, ebbe una fama così grande e duratura da portare ancor oggi milioni e milioni di persone sulla sua tomba? Di molti profeti ed eroi conosciamo la vita, ben poco però sappiamo del luogo dove furono sepolti. Il caso più enigmatico riguarda Alessandro Magno: nessuno sa ancora dire con esattezza dove si trovi il sepolcro del maggiore condottiero dei tempi antichi. Generalmente, la storia tramanda il luogo in cui è sita la tomba dei fondatori di grandi religioni, come quella di Maometto a Medina. Dove si trovano, invece, i sepolcri di Ottaviano, Marco Antonio o Cleopatra? Oppure quelli di celebri filosofi, come Socrate, Platone, Aristotele? Gli storici sono più interessati alla loro vita. La morte, infatti, segna il punto finale di un’esistenza, pur illustre che sia. I grandi personaggi storici non ebbero seguaci che ne venerassero a tal punto la memoria da tramandare con precisione, lungo i secoli, il luogo della loro sepoltura. Eppure, fra le domande decisive che ognuno di noi si pone, vi è proprio ciò che accadrà dopo la morte. Che sarà di noi quando esaleremo l’ultimo respiro? Nessuno storico, mosso solo da interessi scientifici, potrà mai indagare adeguatamente su questo tremendo e affascinante mistero, studiato piuttosto dai teologi, gli “esperti di Dio”. Al centro delle loro ricerche vi sono i Vangeli, dove si narra di un uomo che morì, fu sepolto e che – caso unico al mondo, se si crede all’esistenza del Gesù storico – resuscitò. » Continua a leggere→

37. Che salti

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Le colonne della basilica sono lisce come gambe di donna.
Il bambino è accovacciato per terra, magro da far paura, con la faccia che tocca la terra e un avvoltoio che lo fissa, leggermente ingobbito.
Gli archi sono buchi neri nell’universo della religione, la forma che inghiotte la sostanza, parla come mangi, va bene, va bene, non si aprono falle, ogni volta che vorresti compattare la fede a uso e consumo di interessi inconfessabili? Continua a leggere→

36. Riflessi

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Tutti capirono che intorno alla questione degli autobus si giocava la battaglia più importante.
Le immagini violente sono monotone, come quelle pornografiche.
Sull’acqua, i riflessi hanno forme inafferrabili; cerchi d’inseguirle, di fissare un simbolo plausibile: un cane che insegue la preda con la lingua penzoloni, un serpente che striscia in un canale, un fumo che si alza all’improvviso dall’ombra di una città senza parole.
Non si poteva più tornare indietro, anche se i razzisti cercarono di compattarsi e di mostrare la faccia più cattiva, di arginare il movimento prima che fosse troppo tardi. Continua a leggere→

Zanzotto come io me lo immagino

di Giuseppe Panella

«Significasti allungano le dita, / sensi le antenne filiformi. / Sillabe labbra clausole / unisono con l’ima terra. / Perfettissimo pianto, perfettissimo»

(Andrea Zanzotto, Ecloga I da IX Ecloghe, Milano, Mondadori, 1962»

Come Blanchot ha fatto con Foucault (sul quale pure ha scritto un libretto splendido), neppure io ho conosciuto di persona Andrea Zanzotto. Lo conosco solo attraverso la sua opera poetica e letteraria (Zanzotto è stato anche autore di magnifici saggi sulla letteratura del Novecento non soltanto italiana – Aure e disincanti del Novecento Letterario, Milano, Mondadori, 1994, tanto per citarne uno) e attraverso le traduzioni che in epoca più giovanile aveva pubblicato traendole dalla propria vasta conoscenza della letteratura francese (Età d’uomo di Michel Leiris, Nietzsche. Il culmine e il possibile di Georges Bataille – ancora solo un esempio).

Ma Zanzotto è stato essenzialmente poeta e poeta tra i più originali nella lirica italiana del Novecento. Questa potrà sembrare una banalità e sicuramente lo sarebbe se non si tenesse conto del fatto che la produzione del poeta di Pieve di Soligo è sempre stata in crescendo e in modificandosi, a partire dal tardo ermetismo di Dietro il paesaggio del 1951 al petrarchismo sostenuto e rimaneggiato di La Beltà del 1968 alla ricerca linguistica oltre il senso stesso del significante presente negli ultimi libri da Meteo a Sovrimpressioni del 1996-2001). Continua a leggere→

Ricordo estemporaneo di Andrea Zanzotto

di Guido Michelone

La memoria del grandissimo poeta veneto, morto a Conegliano da pochissimo novantenne il 18 ottobre scorso (era nato il 10 ottobre 1921 a Pieve di Soligo e lì era sempre vissuto), può essere altresì onorata, al di là di un’imminente ripubblicazione di un corpus lirico notevole o degli eventuali inediti, da quello che è forse l’ultimo libro pubblicato in vita, uscito nel settembre 2011 con il titolo Il cinema brucia e illumina, sottotitolo Intorno a Fellini e altri rari per le edizioni Marsilio di Venezia. Si tratta di un’antologia curata dall’esperto Luciano De Giusti che contiene tutti ma proprio tutti gli scritti riguardanti il cinema che il poeta ha disseminato lungo una carriera letteraria intensa e aperta a diversi linguaggi estetici, come la musica, la pittura e appunto le immagini in movimento. Continua a leggere→

Cesare e Dio

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L’omelia era un genere letterario. Oggi è un modo per far sentire la voce del vangelo tradotta nella lingua del nostro tempo: parole in bilico su lunghezze d’onda diverse, sempre sul punto di essere fraintese, travisate, strumentalizzate. Per una volta, sfidando i livelli della realtà, l’incrocio tra missione e virtualità, ho pensato che valesse la pena, su un tema delicato come quello del rapporto tra fede e politica, condividere un’esperienza circoscritta, in genere, a coloro che superano la soglia materiale della chiesa. C’è una soglia spirituale che viene oltrepassata da un numero molto maggiore di persone; e queste persone potrebbero incontrarsi al di là dell’adesione a una confessione religiosa, sul terreno di un rinnovamento necessario dei rapporti economici, politici e sociali. Per una volta.

35. Masticando le parole

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Sì, se lo sono chiesto in molti.
Nello scudo c’è il riflesso di una faccia, ha il naso affilato, le labbra grosse e chiuse in una morsa.
Come mai solo alla fine, quando c’era tutta una vita per mettere le carte sulla tavola?
Una striscia nera copre l’occhio: senza quella si sarebbe capito, ti avrei riconosciuto.
Sai, me lo chiedo anch’io, se penso alla neve in cui affondavo i passi, quando la chiesa sembrava un miraggio, in lontananza, proprio sotto il monte. Continua a leggere→

34. Betelgeuse

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La volta della bomba ci andò bene.
Ti sei mai sentito, nella vita, una stella cadente? Hai mai lasciato una scia di fuoco mentre precipitavi a mille chilometri all’ora in un mare al tramonto?
Io stavo predicando, insomma, facevo il mio mestiere, perché ognuno ha il suo carisma.
Hai presente gli uccelli che migrano in gruppi tanto fitti che sembrano pioggia frustata dal vento, una muraglia d’acqua e penne che fa paura a guardarla? Continua a leggere→

Treni

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Perché quando mi guardi non mi dici
nulla? Perché mi parli solo andando
via, come se già fosse stato detto
tutto? Non credi che al dolore umano
sia necessario dare un’altra volta
ascolto, non pensi di aver bisogno
di una guida per ogni labirinto
e la guida sia proprio la parola,
che sia precisamente il nostro dirci
quanto ci manca sentire la voce
capace di posare una carezza
proprio là dove il cuore butta sangue
e teme di non farcela stasera
che il mio male ha la faccia dell’amico
per colpire più duro.
Sai cosa penso quando non mi parli?
Quante volte ho sentito che il ferito
è chi ferisce, che il morto sulla strada
è chi è stato investito da se stesso,
chi alla fine di un giorno senza senso
sale su un treno che non è partito.

33. Di questa infermità renduto sano

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Vogliamo parlare dell’Indice dei libri proibiti?
Nel reame di Francia fu un gentile uomo, il quale chiamato fu Isnardo, conte di Rossiglione, il quale, per ciò che poco sano era, sempre appresso di sé teneva un medico, chiamato maestro Gerardo di Nerbona.
La stanza termina con una finestra a ogiva, e sotto c’è un altare: ma è una chiesa! Continua a leggere→

32. Lo spazio bianco

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Lascio a voi giudicare tra lui e me, se è lecito un giudizio.
Un albero è un albero, ma è anche vero che ci sono alberi e alberi – fuori della finestra vedevo un cedro che mi faceva compagnia mentre scrivevo versi. Guardavo il cedro e scrivevo, e piangevo, perché se non escono le lacrime, si sa, non ci può essere poesia.
Eravamo diversi in tutto, dicevano che le mie linee erano dolci, quelle sue, dure e spigolose. Continua a leggere→

Laura Bosio, Le notti sembravano di luna.

Conversazioni con i critici Paolo Pomati, Giusi Baldissone, Tonino Repetto e con l’autrice Laura Bosio

di Guido Michelone

Forse non è un caso che la protagonista del nuovo libro di Laura Bosio, il romanzo Le notti sembravano di luna (Longanesi, Milano 2011, pagine 215), Caterina, dieci anni quinta elementare in una città di provincia innominata (ma chiaramente identificabile con Vercelli borgo natale dell’Autrice, da trent’anni trapiantata a Milano), ami la bicicletta e viva negli anni Sessanta: due argomenti, quest’ultimi – la bicicletta e gli anni Sessanta – oggi di moda per varie ragioni. Il grande antropologo francese Marc Augé pubblica nel 2009 Il bello della bicicletta (Bollati Boringhieri) che è il primo importante elogio del mezzo da parte di un intellettuale a quasi mezzo secolo di distanza dall’esaltazione che ne fecero l’unico movimento giovanile dotato di due ruote, i Provos olandesi con le loro biciclette bianche pacifiste. Laura Bosio non parla né di Augé né di Provos ma il messaggio è chiaro, sebbene implicito. Semmai, in una recente tavola rotonda, di un libro poliedricamente affascinante, sono emersi altri temi, come spiegano via via tre diversi interlocutori (oltre l’Autrice stessa), nell’ordine Paolo Pomati (operatore culturale), Giusi Baldissone (italianista), Tonino Repetto (critico letterario).

Paolo Pomati

Michelone: Come sintetizzeresti il nuovo romanzo di Laura Bosio Le notti sembravano di luna?

Pomati: Come la storia di Caterina Guerra, bambina diventata donna, che racconta il suo passato negli anni 1963-64 a un interlocutore che sarà svelato solo alla fine, con un incredibile congegno narrativo, come uno specchio dialogante che chiosa, commenta, corregge le memorie di Caterina stessa.

Michelone: Laura Bosio è per la critica la ‘narratrice dell’anima’…

Pomati: Forse sarebbe meglio definirla una narratrice di anime, intese quali voci piccole, minime, quasi volti nascosti, che la protagonista vuole scoprire. Infatti Caterina tenta di capire il mondo che le sta attorno negli anni del boom economico in cui le spinte costruttive del dopoguerra si sfilacciano con le prime contestazioni.

Michelone: In tal senso sono fondamentali i due genitori di Caterina.

Pomati: Infatti il padre Enrico e la madre Adele iniziano a non capire più il mondo circostante: lui quindi di sera sul balcone manifesta le inquietudini personali e politiche facendo comizi agli orti; lei, con l’improvviso benessere, è catapultata nella piccola borghesia, costringendo la figlia a lezioni di inglese e di pianoforte, ma è una donna piena di contraddizioni, dura, rigida, severa, sfuggente, imprevedibile, anaffettiva.

Michelone: Nonostante le difficoltà di rapporto con i genitori, Caterina rimane con un atteggiamento positivo di fronte alla vita.

Pomati: Sì, Caterina non si abbandona mai alla disperazione, perché ha dalla sua l’amore per la bicicletta, con la quale sfreccia, pedala, ricerca, decifra con la leggerezza di un’anima archetipa in un universo sconcertante e magnifico che è quello dei bambini: e si capisce che è una ribelle, una non alienata nell’apparente domesticità della piccola casa…

Michelone: C’è qualche altro elemento che hai gradito nel libro?

Pomati:
Giusi Baldissone

Michelone: Cosa ti ha colpito maggiormente di Le notti sembravano di luna?

Baldissone: Anzitutto il meraviglioso incipit del libro, con scrittura rara, sintetica, pensata, incastonata che non è più rivolta a una struttura normale, anche perché sembrerebbe un romanzo denso di promesse che si potevano evolvere tragicamente, ma che così non è. La bambina che corre verso piccole fughe o altre deviazioni per perdersi un pochino, di fatto poi rientra; Caterina sembrava dunque promettere una tragedia…

Michelone: Ma tragedia non è e non è stata… E allora a che genere guadare narrativamente parlando?

Baldissone: Bisogna anzitutto domandarsi fino a che punto era un discorso che ha reso autobiografica la finezza nel narrare nascondendosi; io, a metà dell’opera, mi sono accorta che questo libro è un magnifico palinsesto che dava la sua scrittura e la sua capacità di narrarsi attraverso il romanzo; il fatto di essere un palinsesto è la capacità astuta e profondissima di tirar fuori il meglio di questa sua memoria e, per l’autrice, di misurarsi con una costruzione e uno schema narrativo che non deve essere spontaneo, altrimenti è difficile che si arrivi a scrivere qualcosa che vale per tutti. Dico questo, perché non si può scrivere di getto su se stessi, perché è una trappola, ma poi diventa qualcosa che non dice molto a nessuno.

Michelone: Quella di Laura Bosio è quindi una grandissima operazione meta letteraria?

Baldissone: Sì, perché entra dentro la struttura di un libro come Infanzia di Nathalie Sarraute, non a caso citato nell’esergo, trasformandolo nel suo codice e nel suo modello.

Michelone: Ma quali elementi in comune possono esistere (e coesistere) tra la scrittura di Laura Bosio e quella di Nathalie Serraute?

Baldissone: La grande sfida è accettare la sua memoria; attraverso il narrare senza narrare dell’avanguardia francese degli anni 60-70, la cosiddetta école du regard o nouveau roman, la Sarraute snoda la struttura attraverso lampi di pensiero prima ancora che si trasformi in scrittura. Anche la Bosio va dentro la sua memoria con una sorta di grido simile a quello della Sarraute. Quest’ultima ci racconta che il grido della bambina nasce dall’osservare la tata che cuciva la lana e le forbici in primo piano. Prima che memoria è cervello ancora da esaminare.

Michelone: E il palinsesto di cui parlavi?

Baldissone: Poi pian piano ci si rende conto che il palinsesto va avanti, narrandovi esperienze molto diverse: però c’è sempre questa struttura da parodia da palinsesto che salta fuori fortissima. Ci sono nel romanzo molte spie o sguardi in macchina che la Bosio meravigliosamente si concede come dire ‘sono felice di potermene giovare, usare questo e dire altre cose’: è la bellezza della struttura che non ha il carattere dell’irruzione dell’io senza schermo.

Michelone: E a proposito di schermo, non ti sembra che la Bosio usi quasi un linguaggio cinematografico?

Baldissone: Le tecniche che usa sono certamente più fotografiche e cinematografiche rispetto alla Sarraute, perché ad esempio la Bosio rappresenta molti oggetti, a cominciare dalle gambe-oggetto del sogno di ciclista di Caterina. Le gambe della bambina sembrano oggetti che appartengono al corpo ma al contempo sono distaccati, come se la bambina fosse cresciuta attorno a queste gambe e ai sogni del futuro, come le gambe di Dora Markus nella poesia di Eugenio Montale, gambe che il poeta non ha mai viste, perché le ha ammirate solo in una foto inviatagli da Bobby Baszlen.
Tonino Repetto

Michelone: Essendo tu amico di Laura Bosio, hai seguito da vicino al genesi del libro Le notti sembravano di luna?

Repetto: In effetti ho visto crescere un testo che si modificava a seconda delle suggestioni. C’era anzitutto il problema del fratello, che corrisponde a quello di un tu indistinto, che faceva da contraltare alla narratrice: alcuni lettori magari conducono il tu una sorta di super ego letterario, altri l’identificano con la madre. In realtà il fratello nascosto esisteva già nascosto, perché c’è un passo in cui Caterina chiede alla madre un fratellino. L’idea geniale è assegnare il tu al fratello, persona inventata che è al contempo il primo interlocutore del racconto, ma anche un personaggio particolarmente fiabesco, come fiabesche sono molte componenti del testo.

Michelone: In che senso fiabesche?

Repetto: Il fratello è quasi come un gnomo, un personaggio della foresta incantata, con una funzione di chi, ridendo o sghignazzando, serve forse per tenere a bada la voce narrante che non è Caterina adulta, ma per un gioco di specchi è un personaggio di donna adulta (non un io autobiografico). Il mistero del fratello è anche tale perché l’io narrante si rivolge per risolvere problemi stilistici e letterari.

Michelone: In tal senso è straordinario nella Bosio l’uso dei tempi verbali.

Repetto: Laura usa il trapassato prossimo e l’imperfetto perché sono i tempi dei racconti infantili della fiaba, perché è un flusso temporale che non si conclude mai. C’è solo un uso parco di qualche passato remoto spiegato con la regionalità del nonno di origine siciliana.

Michelone: Parlando di tono fiabesco, hai trovato altre suggestioni come lettore?

Repetto: C’è una sorta di dimensionamento tipico dell’infanzia, ad esempio le case come scatole, la fabbrica invece come una scatola più grande, un po’ come il gioco del Lego, che dà una visione infantile recuperata nelle cose, come pure vedere le persone come gigantesche.

Michelone: Tu sei anche quello che trova sempre riscontri o analogie fra libri o personaggi.

Repetto: Ad esempio i periodi lunghissimi particolarmente elaborati che Laura adopera, simbolicamente riproducono le volute di Caterina sulla bicicletta. Oppure il personaggio del padre è esemplificato in quello tratteggiato dal polacco Bruno Schultz nei racconti Le botteghe color cannella del 1933 con un’intertestualità letteraria che denota un grande lavoro sul lessico e sulle espressioni; ad esempio un periodo inizia partendo come se si dovesse concludere al modo solito come una frase fatta, ma invece Laura piazza un aggettivo imprevisto che lascia piacevolmente sorpreso il lettore.

Michelone: Cosa è ancora Le notti sembravano di luna?

Repetto: Un romanzo in cui ci si identifica affettuosamente con la bambina, facendo recuperare nel lettore i ricordi d’infanzia, che fa diventare il libro commuovente, nel senso etimologico, cioè che muove dentro qualcosa.
Laura Bosio

Michelone: Condividi quanto detto sul tuo romanzo da Paolo Pomati, Giusi Baldissone e Tonino Repetto?

Bosio: Sì, molto, e li ringrazio per le belle osservazioni. Ho preso alcuni appunti, per rispondere a quanto detto finora. Sono d’accordo che non si debba scrivere di getto dell’infanzia: io avevo voglia di ritornare all’infanzia, ma non mi interessava raccontare la mia infanzia in senso stretto, per quanto schegge possano essersi inserite inconsciamente; avevo invece il desiderio di riattivare un sentimento, possibile quanto più m’inventavo un gioco anche crudele.

Michelone: E la Sarraute ti è venuta incontro?

Bosio: Sì, con il libro Infanzia mi ha offerto una possibilità di inventare un interlocutore che permettesse a un io narrante di farlo, giocando a inventare una storia di qualcuno che fosse il più possibile vicino; e questo gioco dell’inventare storie (che è il gioco dell’infanzia) è ciò che ho in mente di fare ed è quello che ha poi fatto la lingua, la scelta delle parole.

Michelone: Laura, tu e la bambina…

Bosio: La bambina viene raccontata con lo sguardo di una bambina anche secondo la consapevolezza di un’adulta, ma vede le cose come le vedono i bambini e questo mi ha permesso di avere quel sentimento in cui è possibile che si riconoscono anche altri, senza bambineggiare troppo.

Michelone: Perché la bicicletta?

Bosio: A me interessa la velocità, le corse, in un precedente libro parlavo di gare automobilistiche, ma amo una velocità un po’ curiosa, come Paolo Conte nella canzone Velocità silenziosa.

Michelone: Infine, che cosa si ricorda di più nel mosaico dell’infanzia?

Bosio: Ricordiamo qualcosa di fisico e dunque attraverso gli oggetti ci si racconta perché gli oggetti si raccontano. A me interessa dare voce ai personaggi minimi, dare voce alle vite comuni, qui. In Le notti sembravano di luna, una famiglia come tante negli anni Sessanta, che cerca di ‘salvarsi’. Ma, se c’è salvezza nei miei personaggi, è duramente pagata da loro.

31. La storia comincia

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E così, arrivai io. Una certa etichetta saltò subito: la distanza e la freddezza, il tenersi sulle proprie o il rinchiudersi nei sacri palazzi non facevano per me.
L’edificio magnifico nel centro della Piazza – ricordo quella volta che ci portammo due ragazze svizzere, nella piazza dico, dopo aver fatto le guide al litorale e al Teatro romano di Ostia Antica; ci aspettavamo una gratitudine allegra e invece, appena dopo la birra, ci piantarono. Continua a leggere→

Gianluca Morozzi

Gianluca Morozzi, Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen, Castelvecchi (roma 2011, pagine 251, euro 16,00.

di Guido Michelone

Lajos, trentenne bolognese, dongiovanni, autoironico, hippy e bamboccione al punto giusto è protagonista assoluto di questo divertente libro: sta ultimando il suo terzo romanzo, suona (male) la chitarra in una cover band chiamata Little Boys Lost che ovviamente vanta l’intero repertorio dylaniano, passa da una ragazza all’altra scegliendo le più belle e al contempo le più antipatiche, come da inveterato copione. All’inizio del testo la madre gli rivela che il padre naturale è nientemeno che Bob Dylan in persona, ubriaco, durante un party veneziano. Continua a leggere→