Archivi autore: fabrizio centofanti

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Vincenzi e Genova

di Domenico Lombardini

Allora, riassumiamo. Qui a Genova, a detta della sindaca (già in questa autodenominazione sulla cartellonistica cittadina vi è il sintomo di qualche stortura caratteriale: perché mai enfatizzare il fatto sono-donna-e-sindaco? I risultati del femminismo e del post-femminismo sono sotto gli occhi di tutti, solo i ciechi non vedono), c’è stato un evento straordinario non prevedibile. Poi rivendica il fatto che, in quanto vigente l’Allerta 2 già da ieri, era implicito, a suo dire, che la gente fosse al corrente della gravità della situazione. Continua a leggere→

53. Nella carne

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Pensavano fossi troppo buono. O incosciente. O troppo astuto: un contadino che la sapeva lunga e voleva ingannare tutto il mondo.
C’erano stati tentativi di unità: ricordo un monastero che ospitava monaci di ogni confessione, segno vivente che sarebbe possibile convivere.
Ma loro non erano gli scemi del villaggio e avrebbero resistito all’opera di soppressione della fede.
A volte viene da chiedersi come si possa essere cristiani ignorando la preghiera di Gesù, il testamento alle soglie di una morte infame, quando si ha poca voglia di scherzare. Continua a leggere→

Saverio Bafaro

Dieci testi da Eros corale

***

Avvenne la potenza
superlativa paura d’estasi
che spinse oltremodo
il prepuzio dell’Essere
insorto, dilatato nelle pareti
a varcare la soglia
conoscendo ogni voglia
disegno, volontà, foga

***

Eros corale

Non attimi più gloriosi
non misteri più semplici
hanno fuso
intere moltitudini
nella meta
pienamente raggiunta

*** Continua a leggere→

52. Il confine

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Hai presente quando succede qualcosa che di dà l’impressione di riguardarti da vicino?
E’ una curva come tante altre: sullo sfondo, palazzi bianchi e beige, a sinistra un’ombra indefinibile – un pallone aerostatico? La faccia inquietante del maligno?
Erano circa le dodici e trenta di venerdì ventidue novembre millenovecentosessantatré.
La gente era assiepata lungo i marciapiedi, tutti in attesa di qualcosa – la vita non è aspettarsi qualcosa dalla vita?
Avevamo cominciato a intenderci, per amore o per forza, i nostri interessi convergevano, il popolo nero poteva contare su un sostegno decisivo.
Spunta la prima moto, leggermente inclinata: è bello vedere i segnali di un arrivo, il ramoscello d’ulivo alla fine del diluvio, Giovanni il battezzatore con la tunica di peli di cammello, la prima lama di luce che si affaccia all’orizzonte con la timidezza di un bambino, che ha chiesto di dormire col papà e la mamma per timore del buio.
Fino allora, il movimento era cresciuto, ma come sospeso sopra il nulla: equilibristi in bilico sul filo teso dell’indifferenza o dell’odio della gente.
Altre due moto si allargano a destra, cavalieri che vorticano intorno al paladino, una danza che alterna il paso doble, il giro e il mezzo giro, il ronde de jambe, la piroetta e l’arabesque.
Occorreva una leva e la nostra forza sarebbe finalmente esplosa, nessuno avrebbe potuto più fermarci.
Una delle moto gira a destra, prendendo una strada laterale; ora ne rimangono due, tirano dritte ai lati opposti del vialone.
Che importavano le critiche? Che senso aveva soffermarsi sul processo alle intenzioni? Lo faceva per motivi di carriera? Erano solo i nostri voti a interessarlo? E allora? Non contava più la libertà, che appariva all’orizzonte come la sposa dei tuoi sogni?
Ecco, finalmente le macchine, vicine, come due sorelle, due gameti, una cellula che si trasforma in due cellule diploidi, nella mitosi incessante della vita.
Poi aveva i numeri: privo di retorica, infiammava gli animi con discorsi sobri che andavano dritti alla questione.
Con un colpo d’occhio puoi cogliere lo scintillio delle ammiraglie, le moto che le affiancano, l’erba rasa del prato, un bambino che corre per vedere meglio.
Cosa importavano il come e il perché, i soldi del padre, le lotte a coltello, i compromessi con le fazioni opposte?
Una coppia matura passeggia allacciata, come se intorno non ci fosse nulla; il cuore ha il potere di cancellare tutto, quando può stringere il suo sogno.
La politica non richiede di barcamenarsi, di scegliere, in certe circostanze, il male minore?
Ma ora, perché si piega? Non si sente bene?
Non è sempre così chiaro il confine tra il bene e il male, la vita e la morte.
Istanti eterni, in cui non si capisce che cosa sia successo; sguardi in cui si legge la domanda di fronte al destino, a qualcosa che ci supera e non potremo mai dirigere – cos’hai amore? Qualcosa non va? – Mamma, quanto manca? Comincio a essere stanco.
Qual è il confine fra la realtà e l’assurdo, tra la ragione e la follia?
Sono qui, amore, non ti preoccupare – mamma, mamma, mi sento morire!
Qual è il limite, oltre il quale la vita diventa intollerabile?
Una nuvola di fumo, il cervello che salta ed è finita.
Qual è il margine oltre il quale l’umano rischia di arrendersi alla faccia inquietante del maligno?
Sì, tutto questo mi riguarda da vicino – amore, coraggio! non pensare a niente.

51. Il vento gelido

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Facile immaginare cosa dissero dopo la mia morte i più conservatori.
Eppure ce ne sono di esempi: ricordo il tavolo di legno in mezzo agli alberi, il prete stempiato che parlava ai ragazzi – e come lo ascoltavano!
Che ormai era un caos, che si erano persi i punti di riferimento, le certezze che sorreggevano la chiesa: l’anticomunismo, il cattolicesimo come depositario unico della verità, la centralità assoluta della Curia romana.
Come faceva a interessarli così? Erano pensosi, gli occhi inchiodati su di lui, persino i più piccoli sembrava che pendessero dalle sue labbra. Continua a leggere→

Sempre uguale

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Eccomi, le parole che ho da dirti
sono sempre le stesse, anche se vanno
in ogni direzione, per trovare
il filo di aquilone che le porta
dalla spiaggia bagnata dalla schiuma
in un angolo di cielo dove tu
diventi nuvola, crinale rosso
del tramonto che prende il primo treno
parcheggiato nella nebbia, dove due
si tengono per mano,
dove i piedi camminano da soli
verso un posto che non c’è,
perché è bello pensare che il bacio
non ha casa, ma vive di espedienti;
ora è un cuore spezzato che va in cerca
di un foglio letto tanto tempo fa:
che cosa c’era scritto?
Quante volte hai cercato nei suoi occhi
la risposta che ha l’odore del salotto
buono, dove giocavi ai soldatini;
non sapevi che stavi combattendo
con te stesso, seduto sull’abisso
dell’assenza di lei, della parola
che ancora ti ripeto, sempre uguale,
ancora appesa a un filo di aquilone,
nell’angolo di cielo in cui il tramonto
è un bambino che sogna d’incontrarti,
se gioca ai soldatini nel salone.

50. Zucchero filato

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I fatti di Birmingham, forse, segnarono l’inizio del declino.
La cella comunica con la luce esterna attraverso una grata di venti centimetri che sembra fil di ferro: è così difficile da rompere?
Nessuno seppe chi fu. Scrisse bene un avvocato: avrebbe potuto ritenersi responsabile chiunque seminasse odio, chi raccontava barzellette contro i neri, chi non denunciava le sopraffazioni o scaricava la colpa di ogni male sulla gente di colore.
Due occhi scrutano il mondo, come cercando un segno amico, una parola, uno sguardo da incrociare. Continua a leggere→

49. Una notizia

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La gente riempie la piazza: sono in piedi, bambini, vecchi, adulti; uomini in giacca e cravatta, donne con abiti bianchi e occhiali da sole più scuri del normale.
Lo vedo, il viale alberato che arranca come un uomo anziano, segnato dalle prove della vita, dalle lotte, da una speranza che fatica a farsi largo tra uomini ostili vestiti di porpora e di bisso. Continua a leggere→

Richard Mason, Alla ricerca del piacere

di Guido Michelone

Sembra un romanzo d’altri tempi, Alla ricerca del piacere, quinto titolo pubblicato dal trentatreenne autore sudafricano, cresciuto ed educato in Gran Bretagna. Infatti il libro non solo può accreditarsi nel genere fiction ‘storico’ per l’ambientazione (Amsterdam nel 1907) e per la cura fin nel minimo dettaglio in cui è antropologicamente descritta la vita alto borghese di allora, ma deve soprattutto la forza e l’originalità nella scrittura appunto da romanzo d’altri tempi, in uno stile letterario (perfettamente riportato dalla traduttrice Giovanna Scocchera dall’inglese all’italiano), probabilmente demodé fin dentro la sintassi e il lessico, i preziosismi morfologici e i lambiccamenti verbali.

Il titolo originale The History Of A Pleasure Seeker rende forse meglio l’idea ossessiva di un testo incentrato su un unico ostinato personaggio, pur attorniato da figure di spicco nell’economia della narrazione: è davvero la storia di un cercatore di piacere, quasi sull’onda dei tanti protagonisti della letteratura decadente tra Otto e Novecento, tra Huysmans e D’Annunzio. Continua a leggere→

48. Tutto

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Mi ero abituato a tutto: sapevo che la profezia è ostacolata e il nuovo ha poche probabilità di farla franca.
Dove mi sono interrotto… Alla fine del Recordare. Allora siamo al Confutatis.
Questa volta, tuttavia, avevamo degli appoggi – Kennedy, ci pensi? – e fu un vantaggio e uno svantaggio.
Confutatis maledictis, flammis acribus addictis. Lei come lo tradurrebbe? Condannati all’eterno tormento.
Il vantaggio era ovvio: l’istituzione bianca dalla nostra parte. Continua a leggere→

La dimensione etica e sociale nel pensiero di Luigi Sturzo

di Adelio Valsecchi

Viviamo nell’era della volatilità. Sembra che tutto evapori investiti come siamo dai miasmi provenienti da alcune aree della società che rendono l’uomo refrattario ad ogni incoativo slancio verso il meglio. Viviamo immersi in un tessuto sociale liquido perché la roccia su cui si fondava la compagine umana si è fusa al calore di un senso del vivere egotistico e dissociativo. Continua a leggere→

47. Perché?

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Inutile ricordare come la Pacem in terris scatenò la guerra tra le opposte fazioni.
La porta si spalancò con un rumore sordo. Si vedeva una fila di persone, lungo la parete, uomini in divisa quasi immobili, braccia che si affacciavano alle grate.
Queste sono le ragazze della fabbrica: in posa, l’una accanto all’altra, sorridenti. Potremmo chiederci che ci sia da ridere, in quelle condizioni.
La mia intenzione era chiara, forse solo a me, venne da pensare. Continua a leggere→

Giusi Baldissone e le donne del coro

Il nuovo libro di poesie di un’talianista

di Guido Michelone

Dopo ‘Cartoline’, e subito dopo la curatela del saggio ‘Poesia civile. Contributi per un dibattito’, arriva per Giusi Baldissone il secondo libro di poesie dal titolo ‘Le donne del coro’, edito, come gli altri due, da Interlinea (Novara) con prefazione di Claudio Ciancio, docente di Storia all’Università del Piemonte Orientale, che ha anche il merito di condurre a Vercelli (città natale della Baldissone, dove insegna nella locale Facoltà di Lettere) una tavola rotonda con gli studiosi Alfonsina Zanatta, Tonino Repetto, Cristina Iuli, Stefania Irene Sirti e gli stessi Baldissone e Ciancio, tavola da cui abbiamo tratta quest’intervista multipla: anche qui un coro di voci entusiaste di una poesia realista e fiabesca al tempo stesso.
Michelone: Potreste anzitutto definirmi in poche parole la poetica che emerge dal nuovo libro della Baldissone? Continua a leggere→

46. Il nome

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La lotta si spostò a Birmingham. Fui criticato per la scelta del momento, ma ero convinto che i moderati in ascesa creassero una situazione favorevole, nonostante la presenza in città del razzismo più feroce.
Il fuoco ha qualcosa di ambiguo: nella notte, è un segno di speranza, uno spiraglio di luce nella tenebra. Ma quando a incendiarsi sono macchine, negozi, cassonetti, diventa l’anticamera sinistra dell’inferno. Continua a leggere→

Gian Piero Stefanoni

VIA GIULIA

“ROMA BAROCCA”

celebra nel fasto

lo striscione di castello.

Ma invidiabile e perfetta

nella sua luce d’assenza

è la verità del colore

sopra Santa Maria d’orazione e morte.

Questo cuore che batte per Lui

con le nostre povere opere umane.

Questa sconfessione che sempre

mi sgomenta, ognuno gli altri

pronto a mandare sui chiodi.

***

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45. Utopia

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Insomma, capite, mi davano del comunista. Come non sapessi che un’idea può avere conseguenze rovinose, come non immaginassi le fosse comuni, gli scheletri con le mani legate, accatastati gli uni sugli altri, vittime di eccidi invisibili, tranne che per coloro che ci andavano di mezzo.
Qualcuno afferma che ci sia una fonte originaria delle parole di Gesù, in cui si celerebbero aspetti che la dottrina ufficiale non ha mai trasmesso, per ignoranza o malizia: che la comunità delle origini fosse diversa da quello che poi sarebbe stata. Continua a leggere→

44. Una barca che anela al mare

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Da fuori sembra tutto semplice: un’ ideale, una lotta, diritti da rivendicare, la gente che ti segue.
La chiamavano Nazione dell’Islam, e il suo profeta divenne Malcom – un amico? una spina nel fianco?
Quando lotti una vita per la non violenza e vedi intorno un mondo che cola sangue dappertutto, rischi di cadere nello scoraggiamento.
E invece, le contestazioni, l’accusa di debolezza e codardia, le voci maligne ogni volta che non eri alla testa di uno sciopero o di una manifestazione. Continua a leggere→

La versione di Giuseppe

La (s) carezza di Dio e i poeti di don Tonino

“Io sono venuto nel mondo con la mia anima nuda a portare lo spirito e il fuoco, per volontà di Dio. Non fate che la mia opera ricada su me medesimo e diventi vaniloquio, o polvere che il vento disperde”.

( Don Tonino Bello)

Di Augusto Benemeglio

Il dono di un’amica.
Una cara amica dello spirito mi dona un libro, “La versione di Giuseppe”, poeti per don Tonino Bello, Accademia di Terra d’Otranto- Neobar, 2011. Ed ecco, in copertina, una mano che carezza una maschera bianca, con incisi tutti i nomi dei poeti. La carezza perpetua di don Tonino, – mi dico – e le sue parole che ardono, che palpitano ancora negli universi che si sgranano, i suoi battiti nell’ombra, gli spazi che si animano e diventano anima mundi, madre di tutte le razze erranti che si trovano insieme sulla cima, sul pinnacolo, nell’empireo e carezzano i cieli, le galassie, e si carezzano tra loro, e ogni carezza dura un secolo, mille anni per dio e per l’uomo, un tempo identico, un identico volare, un identico franare. L’amica mi riapre, d’improvviso, una radura di memorie, verdi esclamazioni, in cui fischia il vento tra i rami di mare. Ecco Leuca, il mare che lui amava, con le sue grotte, con le sue sirene, e ci andava a nuotare, possente, il giovane Tonino, con le sue braccia ampie, tra due palme e una fanciulla scalza, e levava in alto il suo sguardo infinito, quel suo guardare senza tempo. Continua a leggere→

43. Kenegdo

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Il Concilio, per me, significava incontro: con chi la Chiesa si rifiutava di parlare, con quelli messi al bando che, notoriamente, nel vangelo sono sempre i più vicini.
Si avvicinò allo scranno quasi in fretta, per timore di ripensarci o di essere fermato. Era robusto, un po’ rotondo, e la rapidità stonava con le forme in eccesso che suscitavano un sorriso. Ma ci fu poco da ridere per il regime. Continua a leggere→

42. Così dolci

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Dovrei parlare di una cosa che ha fatto molto discutere, a quei tempi.
Quando il primo uomo mise piede sulla luna.
Ormai gli idranti erano all’ordine del giorno, camminavi dentro i getti come in mezzo al diluvio universale; poi, se ti prendevano di mira, non riuscivi a stare in piedi, vacillavi, cadevi, qualcuno ti allacciava da dietro e ti tirava su, cercando un angolo dove non potessero arrivare. Colpivano anche alberi, animali, come se tutta la creazione dovesse essere soggetta al loro potere senza limiti. Se eri nell’onda non vedevi nulla, e allora venivano pensieri senza senso, di quand’eri ragazzo e tuo padre t’innaffiava col tubo dell’acqua perché stavi chiacchierando mentre lui metteva in ordine il giardino. Continua a leggere→