Archivi autore: fabrizio centofanti

Informazioni su fabrizio centofanti

https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

Anche l’anello

Il futuro ci sta a cuore. Il bambino sano è felice di guardare avanti, immagina il mondo ricolmo di speranza dal nucleo esplosivo di potenzialità infinite; l’adolescente nutre i primi dubbi, un moto di sfiducia, per qualche muscolo meno virile del compagno, un brufolo di troppo, un voto mediocre al compito scritto di latino. Il giovane fa i conti con la vita, lo studio universitario faticoso, il lavoro che non trova, gli screzi con la fidanzata; l’uomo maturo si adatta ormai alla vita, sa che non può esigere nulla da nessuno, e che invece deve dare; l’anziano è occupato nel bilancio,  l’equilibrio sempre più arduo fra entrate e uscite, prima di rinunciare a tutto. Ma  il futuro ci sta a cuore. Qualcuno si fa leggere la mano, perché domani può affacciarsi la sorpresa, il colpo di fortuna, la lotteria che gira per il verso giusto. Sta lì, con l’ansia che gli spezza il respiro in attesa del responso fortunato, e non s’accorge che il destino baro gli sta portando via il poco che gli resta, anche l’anello.

Madre solitudine

di Carlo Livia


Madre Solitudine


Le sacre capigliature di flauto sono sfinite

Non dovremo aspettare ancora per molto

I lavatoi celesti sono completamente vuoti

E senza speranza

Anche se molti ammirano

Il meraviglioso color pervinca

Di queste nuvole così vicine

Ai camerini di Dio

Se rivedrai quel volto

Non dartene pensiero

Continua a fingere una ragione

Mentre attraversi i prati di plastica vermiglia

Fra lontane finestre malinconiche

O ti addormenti nella tua antica prigione

Ormai il Paradiso è così facile

Da raggiungere o da dimenticare

Continua a leggere→

Sarabanda

Il cardine della Deposizione è nella parte inferiore, dominata dal corpo morto di Gesù e dalla lapide massiccia del sepolcro, unanimemente riferita alla pietra angolare su cui è fondata la Chiesa. Esiste qualcosa che dà senso a tutto il resto, senza il quale gli sguardi smarriti e addolorati, stupefatti e isterici, non avrebbero alcuna consistenza, resterebbero assorti nel sentire spogliato di un centro, lanciato nel vuoto di un’entropia inarrestabile. E invece no, la causa e il fine di ogni gesto si raccolgono intorno a quel corpo, a quella pietra, lo smarrimento della Maddalena, il dolore di Nicodemo e di Maria, lo stupore di Giuseppe, ricco giovane d’Arimatea, l’isteria violenta di Maria di Cleofa sono il corollario di una morte che diventa fondamento, ragione ultima di ogni passione – da quella più matura alla più acerba– di ogni particella di materia che abbraccia finalmente un senso, un filo, la giusta direzione, perché non v’è altra logica se non quella del dare: il resto è caos, babele, sarabanda inutile di meschinità.

Festival biblico

E’ una pagina di uno scritto in gestazione. Un modo per invitare alla conferenza che terrò a Schio il 27 maggio alle ore 20.30, nell’ambito del Festival biblico. Sarebbe bello incontrarsi.

***

L’amore è così

Don *** ricevette una telefonata dallo staff del Festival che si teneva ogni anno nella provincia di Vicenza. Gli proponevano una conferenza su un tema legato alla luce o alla parola. Lui, fino ad allora, aveva sempre rifiutato offerte simili: l’assistenza a don Mario lo impegnava al punto da rinunciare per principio a ogni occasione, suscitando la disapprovazione del malato. Continua a leggere→

Il bello della compagnia

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=MZ2s4KTLUj8]

da qui

Ho vissuto in questa casa dalla seconda media all’assistentato universitario. Ora si sentono solo le voci dei nipoti e di mia madre, che cerca di intrattenerli come può. Mio padre non c’è più; le generazioni nuove richiedono attenzioni ed energie. Sulla sinistra, un deposito di libri: ogni tanto mi affaccio, per vedere se ne trovo uno da portare via. Molti sono miei, non so più dove lasciarli, perché da me c’è sempre meno posto. Dal salone, si sente la TV: si riferisce di un convento, spaccio di droga e falsi pellegrini. Tutto è cambiato, non sono mai stato più di passaggio di così. Penso sia un bene, vista l’aria che tira. Si avvicina mia madre, per dirmi che il nipotino è buono: così piccolo, non disturba mai. Aggiunge qualcosa sui falsi monaci, con saio e cocaina. Accende la radio, c’è una cronaca da Fatima, per il viaggio del papa. Arriva mia sorella, con l’altra nipote, fa le feste al piccolo, mentre mia madre le assicura che ha mangiato a sufficienza: la pasta, e molto melone. Racconta: lui dice che sono tutti brutti, tranne Gesù. E zio Fabri, com’è? gli chiede mia sorella; e il bambino: è brutto pure lui. Spengo il computer, me ne torno a casa, dall’unico bello della compagnia.

Quasi carnale Dio

Un’impresa metterle insieme tutte e sette: solo un genio potrebbe riuscirvi in maniera convincente, naturale, con il pezzo di cielo che cala dall’alto quasi con violenza, la Madonna e il bambino – lei premurosa/preoccupata, lui quasi sorridente – e gli angeli intrecciati a indicare la terra – luogo dove ogni storia si decide – e il regno da cui piove la luce delle membra, delle ali; il vicolo di Napoli dove tutto accade, i piedi del cadavere condotto a sepoltura, Cimone allattato in prigione dalla figlia Pero, san Martino che veste il povero e risana il malato, Sansone che beve a garganella dalla mascella d’asino, san Giacomo di Compostela, cui qualcuno offre un ricovero. Tutto in un punto, come se l’amore potesse esistere soltanto intero e non nella finzione del compartimento stagno, nella buona azione quotidiana incorniciata dall’odio distillato in porzioni d’ipocrisia politically correct. No, unicamente nel miscuglio terribile di terra e cielo, tenebra e luce, dramma e riscatto, si può trovare, anzi toccare, o addirittura stringere in un abbraccio quasi carnale Dio.

Destini

Il coltello non lascia ben sperare. Neanche la tensione fisica, che raggiunge l’acme nel momento in cui la scena è immortalata. Il braccio sinistro del furfante giovane, gli sguardi concentrati – in contrasto con l’atteggiamento rilassato della vittima -, la mano che pesca la carta clandestina, i guanti rotti del truffatore adulto, tutto concorre a creare un campo di forze teso e soffocante, ma in qualche modo comico, per l’ingenuità del pollo di turno da spennare e la sfrontatezza dei ribaldi, eloquente fin nei colori sgargianti dei vestiti, contrapposti all’abito sobrio della preda. Il quadro comunica a cerchi concentrici, progredisce sotto lo sguardo del fruitore, diventa simbolo di una società fondata sull’impostura e sul raggiro, dove le possibilità si riducono a due: ingannare o essere ingannati. C’è sempre chi confonde le carte, mentre l’altro è convinto che sia tutto regolare. E se scoprisse qualcosa, c’è il coltello a ricordargli quali carte siano destinate a vincere comunque.

Questioni sulla pratica della fede

di Adelio Valsecchi

Manara Amilcare, Questioni sulla pratica della fede, Educatt, Milano, 2009, 248 p.
ISBN 9788883117213

In una cultura così frantumata, senza radici e punti di riferimento, che disdegna i valori della vita e si pone sul crinale decadente di un relativismo esasperato, la società si destruttura inducendo l’uomo ad essere straniero a se stesso. Nel contesto di un mondo svilito, senza nerbo e reattività, alligna velata una forzata induzione al pessimismo nichilista, alla dittatura dell’opinione che ottunde e frattura la filosofia del bene comune, al disdoro di un razionalismo di maniera, in cui si evoca l’apparenza e non la solidità della sostanza. Sembra non si riconosca la responsabilità che ogni soggetto di diritto ha di fronte agli archetipi etici che hanno forgiato, nel bene e nel male, le grandi conquiste del progresso umano come aveva presagito e sostenuto il filosofo Norberto Bobbio nel “De senectute”, un’opera della sua maturità. Forse si è ribaltato il segreto del primato delle ragioni del cuore che la volpe svela al “Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupery: «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi» (cap. XXI). D’altro canto se volassimo un po’ più in alto per il desiderio di capire oltre l’orizzonte della cultura egemone, la prospettiva cambia scenario e apre a percorsi più consoni al mistero dell’uomo come creatura. Il tempo dei piacevoli indugi è finito. L’opzione finale è univoca: o la più sconsolata angoscia o la più temeraria fede. Continua a leggere→

Chiamato in causa

Molti misteri nella figura mitologica di un giovane bello e un poco ambiguo, immerso nei doni di una natura pingue e generosa, eco di lascivia o di benessere, foriero di riti insidiosi per l’ordine sociale, al punto da essere proibiti con una legge ad hoc. Eppure l’autore sembra interessato ad altro, e il critico avveduto se ne accorge: scopre il ritratto inghiottito nell’ombra o addirittura nell’ampolla di vino nell’angolo a sinistra, perché qualunque senso l’opera voglia predicare, fosse anche un simbolo del Cristo che offre il calice di un’esistenza eterna, occorre che l’uomo si senta interpellato, partecipi alla scena, sia chiamato in causa dalla vita trasfusa perfino dal giovane bello e un poco ambiguo, al confine tra il vizio e la virtù, la perdizione e la salvezza.

La necessaria sottrazione

di Marina Torossi Tevini

Forse dovremmo imparare a sottrarre, a non accumulare sempre, – sensazioni immagini parole, – ma a selezionare, a togliere di mezzo quello che ci sta trasformando l’anima in un magazzino, con le informazioni accatastate, e a fare ordine. Forse dovremmo imparare a strutturare, a porci dei centri di gravità, a togliere quello che non è significativo, a scegliere con giudizio. La nostra società ci ha insegnato che non esiste criterio di giudizio, che una cosa vale l’altra, che non esiste neppure un Io che sceglie e definisce. Contro questa indicazione, che ha caratterizzato la cultura di un secolo e mezzo, è forse il tempo di entrare in singolar tenzone. È da ingenui? è da pazzi? Bene. Saremo i Don Chisciotte di una ritrovata centralità, di un Io che non sia solo il collettore percettivo di mille informazioni – di cui buona parte fasulle – ma il giudice della validità o meno di queste informazioni, il suo selezionatore. È tempo forse di  scendere in campo non per chiedere altri beni materiali – in Occidente fino a questo momento la maggioranza di noi è vissuta anche troppo bene, – ma per aiutare i nostri simili a diventare degli esseri capaci di scegliere, di definire la forma della loro anima. Continua a leggere→

Setaccio

?

Due cene diverse: la prima ricca, piena di colori, con un Gesù nel pieno delle forze e i discepoli grondanti di stupore esibito. E’ la cena della giovinezza, delle speranze integre, la potenza senza freni di una vitalità atletica, nutrita, prosperosa. L’altra è la cena della sofferenza, dello sguardo corrucciato, del dolore protratto diventato ruga, smorfia, tensione di ogni muscolo impegnato in una resistenza indomita. Continua a leggere→

Attraverso lo specchio 2

Un’occhiata casuale nello specchio: di chi sarà quel volto così bello? Per la prima volta s’innamora, dopo aver respinto con disprezzo qualsiasi pretendente. Nessuno è alla sua altezza, la perfezione è irraggiungibile, niente difetti, solo pregi superbi da non corrompere col volgo. Ma ora quel volto, quell’immagine: Narciso è immobile, non può staccarsi dal fascino violento del richiamo. Sente di non vivere più, se non giunge a possedere l’oggetto dei suoi sogni. La vita si consuma pensando a sé, dimenticando il mondo; muore d’inedia, perché invece è per il mondo, per consegnarsi all’altro, non a un’immagine riflessa nello specchio; l’io si consegna all’io, marcisce nella sua prigione, ora per ora.

Sviste

La fine è quella, in ogni caso: il carnefice può essere il nemico, colui che lotta per la sua misera porzione di potere; oppure l’istituzione che ti schiaccia, ignara delle dinamiche reali di una vita al limite delle forze umane; o l’amico ingelosito che ti si rivolta contro perché gli hai dato meno spazio pastorale rispetto a un terzo incomodo; o il male che colpisce a tradimento, un infarto o un ictus, conseguenze di uno stress che non perdona. L’unica certezza resti tu, a terra, la mano pronta a cogliere una palma che l’angelo ti porge, simbolo di vittoria che dà punti solo nella competizione esangue della gente che fu. Gli astanti reagiscono in modo diverso, come sempre: eppure, in questo caso, sono abbastanza concordi nell’orrore. Nel momento della morte sono disposti a riconoscere i tuoi pregi, tanto i difetti non possono più nuocere. C’è persino l’autore del quadro, sullo sfondo: si legge una sorta di rammarico nel dover documentare l’ennesima ingiustizia, l’ennesimo errore della storia.

Attraverso lo specchio

Lei, poveretta, c’entra poco: fu Atena ad arrabbiarsi, al punto da trasformarla in un orribile mostro capace di trasformare in pietra chiunque la guardasse. Un simbolo attuale e variamente utilizzabile. Si potrebbe interpretare, per esempio, nel senso che la gente in preda al raptus sia trasformata da una forza che sfugge al controllo abituale. Giustificabile, dunque, in quanto la responsabile sarebbe Atena, o Satan, o Seth, a seconda di gusti, culture e prospettive. Continua a leggere→

Lectio

Concentrato, molto concentrato. La penna d’oca nella mano destra è pronta a intervenire; la sinistra tiene il segno: la Bibbia è fatta di rimandi, di echi, di allusioni. La lectio divina è un viaggio tra sponde sempre rinnovate eppure unite da un filo d’oro che balena a tratti, fenomeno carsico di significati scoperti all’improvviso, dalla mente vigilante: concentrato, molto concentrato. La penna d’oca nella mano destra batte sul libro, danza, per propiziare la rivelazione: i muscoli magri sono tesi, pronti a intervenire, a ritrarsi di scatto per annotare il versetto gravido di risonanze e analogie. Continua a leggere→

Il dito

Tommaso, detto Didimo – ossia gemello, perché aveva scelto di seguire Gesù nel viaggio verso la città che uccide i suoi profeti – si interrogò seriamente sul cammino indicato dal maestro: Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via? La risposta è nota: Io sono la via, la verità e la vita. Lo sbocco era stato la via crucis: un completo fallimento. Vale la pena intraprendere una strada che si conclude così ingloriosamente? Tommaso vuole avere una risposta. Continua a leggere→

Un Dio diverso

Una volta il primo maggio si andava in pineta: celebravo la messa e raggiungevo i ragazzi che giocavano a calcio fino a sfinirsi. Per un po’ l’ho fatto anch’io; poi, giravo tra i gruppetti che suonavano, mangiavano e si sfidavano a carte. Era un rito che celebravo con più fatica dell’eucaristia: avrei voluto fermarmi, ritrovarmi nel silenzio di una Roma deserta, ricuperare il lavoro arretrato e raccogliere le idee, sottraendole alla frenesia del quotidiano. Continua a leggere→

Uomo

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=XTep91oqgVk&feature=related]

da qui

Un caro amico mi ha chiesto per quale motivo il mondo non sia cambiato in seguito all’incarnazione storica di Dio. Se fosse rimasto confinato nella trascendenza, avremmo potuto credere per fede, mettendo a tacere la ragione. Ma se interviene, partecipa del cosmo, com’è possibile che tutto resti come prima? Una bella domanda. Ho letto la mail alla fine di un estenuante giro di benedizioni delle case, l’attività che più di altre è capace di stroncarmi: perché tocco con mano l’insufficienza della chiesa, la sua incapacità di raggiungere gli angoli più oscuri, non solo del quartiere, ma anche dell’anima nascosta dei fedeli. Continua a leggere→

Tretìppe e martìdde, questo e quest’altro

Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e martìdde, questo e quest’altro, Giulio Perrone, LAB.

di Pasquale Vitagliano

Stoche a pizz’, proprie a pizz’/ cume re furme stròne fatte da mamme/ pronte pe d’esse mangiate/ da vocche tercìute/ cu’ le dinde malòte (Sono a pezzi, praticamente a pezzi/ in forme strane scolpite da mia madre/ pronto per essere mangiato/ da fauci mostruose/ con denti cariati). La poesia dialettale di Vincenzo Mastropirro andrebbe ascoltata, e senza bisogno di traduzione. Se ne coglierebbe subito la prima qualità, l’essere tridimensionale, plastica, sonora, appunto. E’ dunque una poesia plurisensoriale, prima e al di là di ogni riflessione linguistica e semantica sull’uso del dialetto. Questo lo si sente subito per la sua forza di evocazione: suoni e immagini. Continua a leggere→