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Appello del Parroco cattolico di Gaza

di Antonio Sparzani
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Quello in corso a Gaza è un massacro, non un bombardamento, è un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice. Tra le molte testimonianze, pubblico questo appello del parroco cattolico di Gaza City, che mi sembra non abbia bisogno di miei commenti:.

Un inferno di orrore, morte e distruzione, di lutti, dolore e odio si sta abbattendo in queste ore sulla Striscia di Gaza e sul territorio israeliano adiacente. A voi, capi politici e militari israeliani, chiediamo di considerare che insieme ai ‘miliziani’ di Hamas state colpendo, uccidendo e ferendo centinaia di civili palestinesi. Non potete non averlo calcolato. Non potete non sapere che a Gaza non esistono obiettivi da mirare chirurgicamente. Non potete non aver messo in conto che da troppo tempo è la popolazione di Gaza a vivere sotto embargo, senza corrente elettrica, senza cibo, senza medicine, senza possibilità di fuga. Le vostre crudeli operazioni di guerra compiono opera di morte su donne, bambini e uomini che non possono scappare né curarsi e sopravvivere, essendo strapieni gli ospedali e vuoti i forni del pane. Ascoltate i vostri stessi concittadini che operano nelle organizzazioni israeliane per la pace: “Siamo responsabili della disperazione di un popolo sotto assedio. Hamas da settimane aveva dichiarato che sarebbe stato possibile ripristinare la tregua a condizione che Israele riaprisse le frontiere e permettesse agli aiuti umanitari di entrare. Il governo d’Israele ha scelto consapevolmente di ignorare le dichiarazioni di Hamas e ha cinicamente scelto, per fini elettorali, la strada della guerra”.

P. Manauel Musallam, parroco a Gaza – Dicembre 29, 2008.

Quid de nocte?

di Anna Maria Curci
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I fili che legano chi è in costante ricerca sono tanto insondabili quanto tenaci. Qualche giorno fa ricevo, in forma di augurio, versi che si imprimono nella mente e nel cuore per la loro severa bellezza e che ripropongono con urgenza l’interrogativo “Sentinella, quanto resta della notte?”. Giungono come un invito esplicito a vigilare e riaccendono una domanda che in realtà ronza in testa da tempo, esattamente da quando l’emergenza si è fatta cifra del viver quotidiano, nella dimensione individuale così come in quella collettiva. Due giorni dopo, Fabrizio Centofanti pubblica su La poesia e lo spirito l’articolo di Ugo Mattei, apparso su “Il manifesto” del 2 dicembre 2008, I guardiani del mercato in nome dell’impresa. Beni a perdere. L’interrogativo si ripropone in altra forma e per un altro ambito dell’esistenza. La domanda, stavolta, riguarda anche l’affidabilità delle “sentinelle”. Il segnale è ora chiaro: non posso sottrarmi alla ricerca e comincio a sfogliare le tre edizioni della Bibbia che ho tra i miei scaffali. Sono precisamente la Bibbia di Gerusalemme, con una presentazione di Gianfranco Ravasi, una Bibel in tedesco a cura della Deutsche Bibelgesellschaft – e che comunque prende le mosse dalla traduzione di Lutero – e la Bibbia in lingua corrente nella traduzione interconfessionale; il brano in questione è Isaia, 21, 11-12: Continua a leggere

Il cane di Ptosis

alejandro jodorowsky

alejandro jodorowsky

[ecco a voi un fausto presagio per il nuovo anno: vi offro questo racconto di Jodorowsky, tratto dalla raccolta Il passo dell’oca, Oscar Mondadori, 2007. a.s.]

di Alejandro Jodorowsky

Ptosis si sentì orgoglioso e ne aveva motivo: dopo studi pazienti aveva scoperto ciò che poi fu chiamato “Il cane di Ptosis”. Scoprire qualcosa di nuovo nel sacro film Notti d’amore a Bombay era praticamente impossibile.
Il popolo di Lexgopol, unico sopravvissuto alle guerre preistoriche, aveva eliminato !’immaginazione (fonte di ogni male) da molti millenni. Mediante lobotomie generali era stato soppresso !’istinto del gioco. Si era venuta a creare una razza burocratica capace di vivere senza nostalgia di cambiamenti o avventure. Continua a leggere

Dialoghi d’amore 3: un chiaro di luna

di Antonio Sparzani

Robert Musil

Robert Musil

 

Ulrich (in una precedente stesura Anders) e Agathe sono fratelli, in qualche versione del romanzo anche gemelli, e sono sempre più i protagonisti di quel romanzo dove nulla sembra accadere che è L’uomo senza qualità, di Robert Musil (1880 – 1942). Come si sa, fu l’opera della sua vita, rimasta incompiuta alla sua morte e del cui proseguimento possediamo vari abbozzi non ancora rivisti dall’autore con quella cura minuziosa che metteva nel portare alla stesura definitiva qualsiasi suo scritto.
Nell’edizione italiana (Einaudi, gli Struzzi 1979) il secondo volume è quello nel quale appare per la prima volta la figura della “sorella dimenticata”, che così è presentata (inizio del capitolo 2): «Non si erano abbracciati per salutarsi, ma avevano sostato cordialmente l’uno di fronte all’altra, poi cambiarono posizione e Ulrich poté esaminare la sorella; di statura stavano bene insieme, i capelli di Agathe erano più chiari dei suoi, ma anch’ella aveva la stessa profumata secchezza di pelle che era l’unica cosa che Ulrich amava del proprio corpo. Il suo petto non si perdeva in sinuosità, era invece sottile e vigoroso, e le membra parevano avere l’affusolata snellezza in cui si fondono beltà e agilità naturale.» Continua a leggere

Lettera a una studentessa

pubblico, perché mi sembra molto bella, e anche urgente, questa lettera a una studentessa che Nichi Vendola ha pubblicato in prima pagina su Liberazione di ieri 30 ottobre. [a.s.]

Non hai un solo nome, sei un soggetto plurimo, sei una moltitudine, sei maschile e femminile. Eppure voglio scriverti pensandoti come un singolo, anzi come una singola. Si, come una studentessa: e non certo per pelosa galanteria, ma perché la “cosa” che incarni è così poco militarizzata e gerarchizzata che mi offre una declinazione al “femminile” dei pensieri che mi ispiri. E dunque, cara studentessa anti-Gelmini: ti spio, ti annuso, provo a decifrare il tuo lessico, cerco di indovinare i tuoi gusti e le tue passioni. Hai la faccia anche della mia piccola Ida, che è andata al suo battesimo con la piazza con la serietà con cui ci si presenta ad un esame scolastico. Il suo primo corteo. Mi sono imposto, per una questione di igiene politica, di non fare paragoni (il 68, il 77, l’85, la pantera): quei paragoni che dicono molto della nostra vecchiezza e poco della giovinezza di chi compone le forme nuove della ribellione al potere. Ho cercato di non sovrapporre la mia epopea, la mia biografia, la mia ideologia, al corpo sociale che tu rappresenti, al processo culturale che tu costruisci, alla radicale contraddizione che tu fai esplodere con la fantasia e il sarcasmo dei tuoi codici comunicativi e della tua contro-informazione.
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La parola, un viaggio faustiano da Dreyer a Bohr.

di Antonio Sparzani
scena dal film Ordet, di C. T. Dreyer

V’è chi sostiene che uno degli agenti importanti del passaggio evolutivo – il grande balzo in avanti – dalle cosiddette scimmie antropomorfe alla specie Homo Sapiens sia stata la possibilità sviluppatasi in quest’ultimo di articolare suoni complessi, possibilità fornita da un’essenziale modificazione dell’apparato fonatorio, laringe, lingua e muscoli connessi. Sviluppo che ha reso possibile, nel giro di qualche migliaio di anni, la comparsa del linguaggio complesso come oggi lo conosciamo. Io non mi propongo minimamente di discutere questa congettura, proposta appunto come tale ad esempio da Jared Diamond in Il terzo scimpanzé (Bollati Boringhieri, Torino 2006, II ediz., cap. 2), ma la nomino per dare l’abbrivio a un flash sull’importanza della parola e sui pericoli connessi con il suo uso disinvolto da parte della specie uomo. Ovvero, le conquiste della specie, ancorché importanti e straordinarie, possono essere anche usate in modo assai negativo. Esempi a iosa, fisica atomica e bomba ecc.

A me interessa qui un filo solo, una citazione, un’intuizione, tra le innumerevoli, presenti nel Faust di Goethe, nel primo Faust. E precisamente il momento in cui egli, dopo la passeggiata iniziale con Wagner, entra nello studio col can barbone – che si trasformerà di lì a poco in Mefistofele –, apre un gran volume e comincia a leggere:

« Sta scritto “In principio era la Parola!” Eccomi già inceppato! Non posso proprio dare alla “parola” una sì grande dignità. Devo tradurre altrimenti; e se ben m’illumina lo Spirito, ecco che sta scritto: “In principio era il Pensiero”. Medita questa prima riga, non aver troppa fretta! È poi proprio il pensiero che tutto opera e crea? Forse dovrei scrivere “In principio era la Forza”. Ma già mentre traccia questo vocabolo, qualcosa mi ammonisce che non mi arresterò lì. Ed ecco che lo Spirito m’illumina, ecco ch’io ci vedo chiaro. Appagato scrivo finalmente: “In principio era l’Azione”.» Continua a leggere

Le Olimpiadi, allora.

di Antonio Sparzani

«Fiore dolce d’imprese eccelse… … …»

Un buon modo di datazione sul quale gli antichi Greci erano faticosamente riusciti a mettersi d’accordo era quello basato sulle Olimpiadi. Così chiamate dal nome di Olimpia, naturalmente, dove si tenevano i giochi – ma potremmo dire tranquillamente le feste – più importanti di tutta l’Ellade. A Olimpia sorgeva uno straordinario tempio di Zeus, contenente una statua in oro e avorio del dio, opera di Fidia, una delle sette meraviglie del mondo antico.

Lo stabilirsi del rito delle Olimpiadi fu un processo lungo, dapprima con valore solo locale, e poi, un po’ alla volta, perfino i Greci, litigiosi com’erano, riuscirono a trovare un accordo: le Olimpiadi divennero un patrimonio di vita e di cultura comuni; in quei giorni si conveniva di sospendere qualsiasi eventuale attività bellica.
E così, a partire circa dalla metà del VI secolo a.C., si instaurarono scadenze abbastanza stabili: ogni quattro anni – al plenilunio di agosto – si svolgevano a Olimpia i giochi più importanti, in onore di Zeus.
A partire da un anno che corrisponde, nella datazione degli storici posteriori, al 776 a.C., si conservò traccia scritta degli elenchi dei vincitori nelle varie gare, e gli anni si designarono indicando il numero dell’Olimpiade immediatamente precedente e indicando poi “in che anno si era di quell’Olimpiade”, intendendo così, dato che nell’aritmetica greca il numero zero non trovava posto, che, ad esempio, “l’anno 1 dell’Olimpiade II” era il 772, cioè l’anno stesso in cui si era svolta appunto l’Olimpiade seconda e invece “l’anno 4 dell’Olimpiade II” era il 769 – che noi indicheremmo con “tre anni dopo”: ci potrà sembrare un po’ strano, ma è del tutto coerente con il loro modo di contare come 1, e non come 0, l’anno stesso dell’Olimpiade. Per questo motivo i Greci dicevano che ogni Olimpiade si svolgeva nell’anno 5 della precedente e alludevano a questa periodicità con la parola pentaet?rikói che vale il latino quinquennales. Continua a leggere

Ippolito Pizzetti: Robinson in città

di Antonio Sparzani

Per il mio compleanno, qualche mese fa, una mia amica d’infanzia mi regalò Robinson in città – vita privata di un giardiniere matto [RCS Libri, Milano 2006, ristampa della precedente edizione Archinto] di Ippolito Pizzetti.

Da tempo possiedo la garzantina di piante e fiori da lui curata, senza che mai finisca il piacere di consultarla, piacere che va ben oltre l’interesse per le piante, dati i continui sconfinamenti nei territori delle lettere, delle arti, della musica, e delle scienze. Ma questa sorta di diario per brevi quadri è proprio un’altra cosa. È la cronaca di brandelli di vita vissuta e pensata nell’intimità di una casa e nell’intimità di una mente aperta sì, e molto, alle sollecitazioni che la natura offre, ma anche a tutto quanto di più umano è riuscito in una vita a crearsi intorno uno spirito così libero e così autonomo come quello di Pizzetti. Continua a leggere

Dialoghi d’amore.1: Hermann Broch

di Antonio Sparzani

“Ingegnere tessile” era Hermann Broch, nato nel 1886 a Vienna, e tale era diventato perché suo padre possedeva una fiorente industria tessile a Teesdorf, vicino Vienna; il figlio ne ereditò la conduzione, che tenne dal 1909 al 1927; ma dal 1925 studiò matematica, filosofia e psicologia all’università di Vienna e decise definitivamente di diventare scrittore, ora tra i grandi del Novecento.. La sua prima impresa letteraria fu la trilogia I sonnambuli (Die Schlafwandler, 1930/32) di tre romanzi, ambientati a 15 anni di distanza l’uno dall’altro (1888 – 1903 – 1928). Protagonista del primo, intitolato Pasenow o il romanticismo (Pasenow oder die Romantik), è il tenente Joachim von Pasenow, militare di carriera, supposto garante dell’ordine costituito, che riapparirà poi nel terzo romanzo del ciclo, Hugueneau o il realismo (Hugueneau oder die Sachlichkeit).
Elisabeth, figlia del barone Baddensen, è amica d’infanzia di Joachim e sembra naturale, anche se non ancora esplicitamente detto, che gli sia destinata come futura moglie. Ma durante una gita a cavallo dei due con Eduard von Bertrand, caro amico di Joachim, il cavallo di quest’ultimo si infortuna, il che permette all’autore di scrivere uno dei dialoghi d’amore più belli che io conosca nella letteratura di tutti i tempi, il seguente, tra Eduard e Elisabeth: Continua a leggere

Giugno di amori, di Mario Rigoni Stern

[a cura di Antonio Sparzani]

Le sere di febbraio si passano in casa a guardare il fuoco e ad aspettare la primavera, ma queste sere di giugno dal lungo crepuscolo sono belle da godere camminando per le strade e i sentieri lontano dalle case. Non ci sono ancora villeggianti e turisti, cercatori di funghi, cacciatori; i boscaioli contadini sono stanchi per la lunga giornata di lavoro, gli altri so¬no seduti davanti alla televisione o in discoteca. Così, dopo le uscite primaverili delle motociclette che fanno fuggire nel folto i caprioli che bramano l’erba novella ai bordi del bosco, in queste sere puoi camminare in altro tempo. In altri tempi da collocare nel tuo vissuto o nel vivendo che puoi scegliere.
In queste passeggiate, per non distogliere il vagabondare della mente e del corpo, non voglio per compagna nemmeno Ambra, la mia cagna spinona. Questo o quel sentiero? Uno vale l’altro, ognuno e qualsiasi può richiamarmi una storia o riservarmi una sorpresa. Al bivio prendiamo la strada che scende dolcemente per la valle o quella che sale diritta verso il monte sul dosso della morena? Qui, da ragazzi, ci conducevano in primavera per la Festa degli Alberi; il bosco era stato distrutto dalla guerra, ora è alto e fitto d’abeti. Pane e formaggio, una gazzosa in tre, una canzone in tutti ed eravamo felici. Quanti ragazzi eravamo! Continua a leggere

Camillo Sbarbaro

a cura di Antonio Sparzani

Camillo Sbarbaro nacque a Santa Margherita Ligure nel 1888, centoventi anni fa. La sua poesia è quella dei grandi del Novecento. Qui trovate notizie su di lui; fu tra l’altro uno straordinario collezionista di licheni – le sue raccolte sono ora ospitate da importanti musei. Il volume L’opera in versi e in prosa – Poesie – Trucioli – Fuochi fatui – Cartoline in franchigia – Versioni, è stato pubblicato a cura di Gina Lagorio e Vanni Scheiwiller da Garzanti, Milano 1985, II ediz. 1995. Il volume non comprende le poesie di Resine per espressa volontà dell’autore che non le considerava più veramente sue. Esse tuttavia sono state pubblicate: Resine, edizione critica a cura di Giampiero Costa, Libri Scheiwiller, Milano 1988. Per conoscere la sua anima, o comunque quello che ne traluce dai suoi versi, buona cosa sarebbe leggersi almeno tutta la raccolta Pianissimo, qui vi offro qualche brandello.

Il mio cuore si gonfia per te, Terra,
come la zolla a primavera.
lo torno.
I miei occhi son nuovi. Tutto quello
che vedo è come non veduto mai;
e le cose più vili e consuete,
tutto m’intenerisce e mi dà gioia.

In te mi lavo come dentro un’ acqua
dove si scordi tutto di se stesso.
La mia miseria lascio dietro a me
come la biscia la sua vecchia pelle.
Io non sono più io, io sono un altro.
Io sono liberato di me stesso.

Terra, tu sei per me piena di grazia.
Finché vicino a te mi sentirò
così bambino, fin che la mia pena
in te si scioglierà come la nuvola
nel sole,
io non maledirò d’esser nato.

lo mi sono seduto qui per terra
con le due mani aperte sopra l’erba,
guardandomi amorosamente intorno.
E mentre così guardo, mi si bagna
di calde dolci lacrime la faccia.

inverno 1912
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Osip Emil’evi? Mandel’štam

a cura di Antonio Sparzani

Osip Emil\'evi? Mandel\'štam

[Di questo corpo che m’è dato]

Di questo corpo che m’è dato, che ne farò?
Che ne farò di questo dono unico e intimo?

Ditemi chi debbo ringraziare? A chi
esser grato della tacita gioia di respirare ed esistere?

Sono un giardiniere e anche un fiore,
in questo mondo-prigione non son solo,

sui vetri dell’ eternità
già si è posato il mio caldo respiro.

Suggello di me,
sarà come un ricamo inconosciuto.

Trascorra il sedimento dell’istante –
il caro segno non si cancellerà.

1909
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La musica in testa

di Antonio Sparzani

Da poco tempo ho appreso dell’esistenza del pianista e compositore Giovanni Allevi.
Ho sentito qualche sua registrazione (ne trovate anche su youtube, se volete). Nella città dove vivo è venuto a tenere un concerto, io non son potuto andare a sentirlo, ma degli amici gentili sono andati e mi hanno poi regalato il suo libro La musica in testa (Rizzoli, Milano 2008).
L’ho letto d’un fiato.
E ho voglia di parlarne perché Allevi scrive come se stesse al tuo fianco a parlarti, ed è in grado di comunicare un entusiasmo a cui non si resiste. Il libro è misto di racconti autobiografici, che tradiscono la gradevolissima ingenuità del neofita, che ormai non è più ma anche in qualche senso continua ad essere, e di pensieri e divagazioni (capitoli in corsivo). Mi preme copiarvi qui una di queste:

Il non pensare

A volte l’esperienza ci mostra come il vivere intensamente corrisponda a un momentaneo abbandono della nostra facoltà di classificare, controllare, giudicare, cioè di pensare.
Vivere la vita o scriverla, esserne partecipe o pensarla: queste sono alternative esistenziali con cui gli artisti e i filosofi fanno i conti tutti i giorni.
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Per Giuseppe Barbaglio

di Antonio Sparzani

nella mia vita ho avuto la ventura e il privilegio di conoscere Giuseppe Barbaglio. Uomo d’amore e di libertà, come viene giustissimamente detto nel sito a lui ora dedicato, ci ha lasciato il 28 marzo del 2007. Sabato e domenica prossimi è stato organizzato a Roma, presso l’aula magna della Facoltà Valdese, via Pietro Cossa 22, un piccolo convegno per ricordarne l’opera e lo spessore umano. Il programma del convegno sta nel sito sopra menzionato. La scomparsa di questa persona, che mi è stata maestro sia nei miei vent’anni che in anni recentissimi, mi ha profondamente colpito.

Telemaco nella stanza del drago

ovvero “la prosa custodisce la poesia come un frutto il suo nocciolo”
di Massimo Rizzante
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[pubblico questo testo contenuto nella sezione Il sonno di Telemaco del volume di poesia Nessuno, Manni 2007, del poeta Massimo Rizzante. Lo pubblico perché lo trovo particolarmente significativo di un modo di addentrarsi nel nodo inesplorabile della poesia. a.s. ]

«Una parte di me – disse – una parte profonda, la mia parte poetica ha residenza fissa nella stanza del drago. È prigioniera del drago e, a differenza del santo della tradizione cristiana, non può sconfiggerlo.
Sconfiggere il drago non porterebbe a nessuna liberazione dal male. Non solo perché il male è nel volersi liberare dal male, ma perché sconfiggere il drago significherebbe accettare un’altra sconfitta, la sconfitta della creazione poetica. La vita mi invita ogni giorno a uscire da questa stanza: la vita è questo vecchio usciere maligno.
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Corsi di editoria e di scrittura narrativa a Massa

Cominceranno il 4 aprile 2008 e si concluderanno nel mese di giugno.
Obiettivo dei corsi è quello di introdurre alle tecniche della scrittura e dell’editoria nella consapevolezza che diventare scrittori o lavorare in una casa editrice è una possibilità alla portata di tutti.
Dal 4 aprile 2008 sino a fine giugno si terranno i corsi di editoria e scrittura narrativa promossi dalla casa editrice Transeuropa in collaborazione con l’associazione culturale Zadìg.
Obiettivo dei corsi è quello di sviluppare un vero e proprio percorso formativo finalizzato all’acquisizione di specifiche capacità tecniche e professionali in ambito letterario ed editoriale. Continua a leggere

Chi ha fatto fuori l’anima? Una storia in breve e qualche consiglio di lettura

di Maria Turchetto

johann_friedrich_herbart.jpg

(pubblico, sul controverso ma fondamentale tema del riduzionismo, questo primo contributo, che, col cortese consenso dell’autrice, ho preso dalle sue pubblicazioni in rete. a.s.)

Credo che Alberto Savinio abbia ragione: anima è ormai per noi la parola di un lessico familiare infantile, una di quelle parole che «rimangono come suono anche dopo che sono morte come significato». Una parola che ha rivestito tanti significati, ha avuto tante valenze, ha attraversato una storia millenaria, è stata al centro di dispute religiose, stiracchiata da tutte le parti, girata, rigirata, stressata all’inverosimile. Non poteva che finire così, povera anima: un logoro straccetto linguistico, un suono dal significato vago. Scienziati, filosofi, psicologi non l’usano più. Forse nemmeno i poeti. Sta nel vecchio baule dei termini desueti e delle espressioni abusate, ad aspettare che qualcuno la ritiri fuori e scuota via un po’ di polvere: che un paroliere la infili in una canzone d’amore, un prete in una predica, o magari un giornalista sportivo si ricordi quel modo di dire: «il tal giocatore è l’anima della squadra». Continua a leggere

Etere 2: i secoli “bui” e anche no.

di Antonio Sparzani

statuta di Giordano  Bruno a piazza Campo dei Fiori, Roma

Dopo un inizio all’insegna della poesia, l’etere s’inoltra proteiforme nelle tenebre dei cosiddetti secoli bui, che bui non furon poi tanto, intrufolandosi negli scritti degli scienziati e dei filosofi, parole a quei tempi davvero equivalenti. Questi secoli vanno dall’ottavo al quattordicesimo, molto approssimativamente dico, perché distinguere il buio dalla luce non è agevole per nessuno, con quella retina poi così limitata che abbiamo tutti. Limitata realmente perché mentre è in grado di percepire i meravigliosi colori dell’iride, è invece del tutto cieca a tutte le altre radiazioni elettromagnetiche, infrarosso, ultravioletto, e su su fino ai raggi X, raggi gamma, e, d’altra parte, alle onde radio di tutte le frequenze possibili. Del resto pensate che spavento se la retina “vedesse” le onde radio, le UHF e tutto il resto, non vivremmo più – la televisione in diretta continua. Ma ancor più limitata metaforicamente, perché come facciamo a percepire le sconosciute latitudini dei pensieri di uomini così lontani da noi, se già facciamo così fatica a percepire quelli di chi ci sta a due passi.
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La cosa A e la cosa B: dialogo di Fiorina con Arlotto, con domanda finale

di Antonio Sparzani
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Arlotto Mainardi, detto il Piovano o Pievano Arlotto (Firenze 1426-1468) fu un sacerdote fiorentino, famoso per il suo spirito e le sue burle diventate proverbiali, grazie ad una letteratura popolare fiorita per tutto il Rinascimento. Un suo lontano discendente, che porta il suo stesso nome, è invece un introverso giovanetto grande amico mio. Mi accadde un giorno di ascoltare per caso questo suo singolare dialogo con una sua assai cara amica. S’intende che le parti che non ho ben intese, le ho integrate a modo mio. a.s.

F. Siamo alla frutta, mio caro.
A. Nel senso…
F. Eh, nel senso, vuoi quelle stupende pere cioccolatose che sono nel forno, o salti?
A. Ah, credevo, come, vuoi che resista alle pere?
F. Certo che no. Ecco qua. Che facciamo poi?
A. Stasera?
F. Sì, adesso, finita la cena
A. Mah, s’era detto di andare al cinema…
F. Ma non ne hai voglia, giusto?
A. Più che altro, non saprei cosa andare a vedere
F. Preferisci che stiamo qui a casa mia a chiacchierarcela e a leggere
A. Sì, dài, è un po’ che non parliamo bene
F. Ma va’, cosa dici?
A. Fiorina, non mi dire «ma va’» lo sai che non lo sopporto
F. Va bene, scusa, però abbiamo parlato anche l’altra sera
A. È vero, sì, è che parlare con te mi dà molta pace
F. Allora metto su un po’ di musica
A. Ravel, ti prego, siamo nella fase decadente.
F. Perché dici che Ravel è decadente?
A. Beh, era l’epoca, no?
F. Arlotto, attento ai luoghi comuni. Per esempio il bolero…
A. Mi piacerebbe accarezzarti Fiorina.
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