Archivi categoria: Fabrizio Centofanti

41. Il giardino incantato

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Stavamo parlando di condanne: sì, è più facile condannare che capire. Basta mettere alla fine della frase un anàtema sit, secco e indiscusso.
Analizzare, distruggere, ricostruire, piazzare le tessere del mosaico al posto giusto per disegnare un futuro adatto ai tempi.
La guardia svizzera legge, legge – chiedo spesso a un’assemblea di pensare a un foglio a due colonne: da una parte devo e dall’altra voglio; quale lato riempite di più? Continua a leggere→

Marco Simoncelli

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Si può morire in molti modi, credo,
chissà perché c’è un modo che fatichi
ad accettare, forse perché vivi
rischiando e quando rischi
ti sembra d’essere immortale,
perché la morte a ventiquattro anni
è un’amica troppo seria, noiosa
per i tuoi capelli ricci, per le tue
tute sgargianti, per le tue risate
di marziano veloce come il vento
dalla voce squillante, dal cavallo
sempre pronto a imbizzarrirsi, a fare
quello scatto di reni che lo porta
sulla luna, perché dopo l’impatto
dove puoi essere volato, Marco,
se non sulla luna dove rincorri
l’ultimo dei sogni, dove i riccioli
sono fatti di stelle e di pianeti,
dove non vivi se non sei un po’ matto,
dove si cade e si rimane in piedi.

40. Il mio cadavere

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Riuscimmo a metterci d’accordo: con la raccolta, da parte nostra, di una cifra simbolica, fummo finanziati per il viaggio più importante della vita.
Non avevo mai visto una cosa del genere: un elefante tutto bardato, una torretta sul dorso in cui sedeva trionfalmente un personaggio che doveva essere ricchissimo.
Ci imprigioneranno, ci multeranno, prenderanno le nostre proprietà. Continua a leggere→

39. Mi ricordo tutto

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Sembra facile: un motto per tutte le stagioni. Ma si adatta bene a quello che successe.
Le guardie svizzere hanno qualcosa d’irreale: gli elmi, le alabarde, la divisa d’altri tempi e l’aria di chi difficilmente muove un sopracciglio. Se non le avessi incontrate in un albergo di Loreto, in libera uscita, potrei pensare che siano manichini.
Chissà perché mi vennero in mente mio padre e mia madre, con i volti cordiali dei contadini di una volta.
Qualcuno mi ritenne matto, pensò di non dovermi prendere sul serio. Continua a leggere→

38. Ha bisogno

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All’inizio sembra facile, ma i problemi arrivano col tempo.
Qualcuno mi spieghi perché, da cittadino, non posso esprimere il mio voto, il mio parere.
La strada procede tra fiori selvatici e cespugli, sembra che la natura voglia salutare, lasciarsi coinvolgere nel dramma delle donne e degli uomini che incontra.
La gente comincia a criticare, da destra e da sinistra: per qualcuno sei troppo radicale, per altri troppo moderato.
Non hai diritto a dire la tua per lo sviluppo del paese, non sei degno di fare una proposta, una critica, un progetto. Continua a leggere→

Primavera

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Le immagini che seguono potrebbero
urtare i più sensibili.
Perché potrebbero soltanto? Credo
che se qualcosa di umano rimanga
negli occhi di chi guarda lo spettacolo
dei video commerciabili,
non possano negare lo sgomento
del corpo profanato,
dell’orrore dell’odio, del linciaggio
di uno alla mercè del più bestiale
sentimento di vendetta, se ancora
è lecito chiamarlo sentimento.
Anche se il più tiranno, il dittatore
più barbaro e inumano
finisse nelle mani di una folla
avversaria, non pensi che sarebbe
sì, una primavera
portarlo in tribunale per rispondere
di un rito sanguinario?
Più facile – ed è qui che si bestemmia –
farne un Cristo di sangue sul Calvario,
trucidato dall’odio, quella sera.

37. Che salti

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Le colonne della basilica sono lisce come gambe di donna.
Il bambino è accovacciato per terra, magro da far paura, con la faccia che tocca la terra e un avvoltoio che lo fissa, leggermente ingobbito.
Gli archi sono buchi neri nell’universo della religione, la forma che inghiotte la sostanza, parla come mangi, va bene, va bene, non si aprono falle, ogni volta che vorresti compattare la fede a uso e consumo di interessi inconfessabili? Continua a leggere→

36. Riflessi

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Tutti capirono che intorno alla questione degli autobus si giocava la battaglia più importante.
Le immagini violente sono monotone, come quelle pornografiche.
Sull’acqua, i riflessi hanno forme inafferrabili; cerchi d’inseguirle, di fissare un simbolo plausibile: un cane che insegue la preda con la lingua penzoloni, un serpente che striscia in un canale, un fumo che si alza all’improvviso dall’ombra di una città senza parole.
Non si poteva più tornare indietro, anche se i razzisti cercarono di compattarsi e di mostrare la faccia più cattiva, di arginare il movimento prima che fosse troppo tardi. Continua a leggere→

Cesare e Dio

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L’omelia era un genere letterario. Oggi è un modo per far sentire la voce del vangelo tradotta nella lingua del nostro tempo: parole in bilico su lunghezze d’onda diverse, sempre sul punto di essere fraintese, travisate, strumentalizzate. Per una volta, sfidando i livelli della realtà, l’incrocio tra missione e virtualità, ho pensato che valesse la pena, su un tema delicato come quello del rapporto tra fede e politica, condividere un’esperienza circoscritta, in genere, a coloro che superano la soglia materiale della chiesa. C’è una soglia spirituale che viene oltrepassata da un numero molto maggiore di persone; e queste persone potrebbero incontrarsi al di là dell’adesione a una confessione religiosa, sul terreno di un rinnovamento necessario dei rapporti economici, politici e sociali. Per una volta.

35. Masticando le parole

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Sì, se lo sono chiesto in molti.
Nello scudo c’è il riflesso di una faccia, ha il naso affilato, le labbra grosse e chiuse in una morsa.
Come mai solo alla fine, quando c’era tutta una vita per mettere le carte sulla tavola?
Una striscia nera copre l’occhio: senza quella si sarebbe capito, ti avrei riconosciuto.
Sai, me lo chiedo anch’io, se penso alla neve in cui affondavo i passi, quando la chiesa sembrava un miraggio, in lontananza, proprio sotto il monte. Continua a leggere→

34. Betelgeuse

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La volta della bomba ci andò bene.
Ti sei mai sentito, nella vita, una stella cadente? Hai mai lasciato una scia di fuoco mentre precipitavi a mille chilometri all’ora in un mare al tramonto?
Io stavo predicando, insomma, facevo il mio mestiere, perché ognuno ha il suo carisma.
Hai presente gli uccelli che migrano in gruppi tanto fitti che sembrano pioggia frustata dal vento, una muraglia d’acqua e penne che fa paura a guardarla? Continua a leggere→

Treni

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Perché quando mi guardi non mi dici
nulla? Perché mi parli solo andando
via, come se già fosse stato detto
tutto? Non credi che al dolore umano
sia necessario dare un’altra volta
ascolto, non pensi di aver bisogno
di una guida per ogni labirinto
e la guida sia proprio la parola,
che sia precisamente il nostro dirci
quanto ci manca sentire la voce
capace di posare una carezza
proprio là dove il cuore butta sangue
e teme di non farcela stasera
che il mio male ha la faccia dell’amico
per colpire più duro.
Sai cosa penso quando non mi parli?
Quante volte ho sentito che il ferito
è chi ferisce, che il morto sulla strada
è chi è stato investito da se stesso,
chi alla fine di un giorno senza senso
sale su un treno che non è partito.

33. Di questa infermità renduto sano

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Vogliamo parlare dell’Indice dei libri proibiti?
Nel reame di Francia fu un gentile uomo, il quale chiamato fu Isnardo, conte di Rossiglione, il quale, per ciò che poco sano era, sempre appresso di sé teneva un medico, chiamato maestro Gerardo di Nerbona.
La stanza termina con una finestra a ogiva, e sotto c’è un altare: ma è una chiesa! Continua a leggere→

32. Lo spazio bianco

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Lascio a voi giudicare tra lui e me, se è lecito un giudizio.
Un albero è un albero, ma è anche vero che ci sono alberi e alberi – fuori della finestra vedevo un cedro che mi faceva compagnia mentre scrivevo versi. Guardavo il cedro e scrivevo, e piangevo, perché se non escono le lacrime, si sa, non ci può essere poesia.
Eravamo diversi in tutto, dicevano che le mie linee erano dolci, quelle sue, dure e spigolose. Continua a leggere→

31. La storia comincia

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E così, arrivai io. Una certa etichetta saltò subito: la distanza e la freddezza, il tenersi sulle proprie o il rinchiudersi nei sacri palazzi non facevano per me.
L’edificio magnifico nel centro della Piazza – ricordo quella volta che ci portammo due ragazze svizzere, nella piazza dico, dopo aver fatto le guide al litorale e al Teatro romano di Ostia Antica; ci aspettavamo una gratitudine allegra e invece, appena dopo la birra, ci piantarono. Continua a leggere→

30. La nuvola

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Lo sciopero andò avanti, nonostante le minacce, i trucchi e le violenze che i bianchi scatenarono.
La distesa dei campi è sconfinata, il grano si arrotola sul mondo, ne fa un batuffolo giallo lanciato nello spazio.
La nuvola di vento si forma lentamente, come zucchero filato; ti accorgi del pericolo soltanto se comincia a rombare girando su se stessa, ballerino  appesantito che ha ancora agilità di movimenti. Continua a leggere→

29. Si coprì il volto

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E venne il giorno. Mi sembra impossibile, eppure venne veramente.
Alzò il bastone rosso con le estremità argentate e gridò, con quanta voce aveva in corpo.
Quando tornerete a casa, troverete i bambini: date una carezza ai vostri bambini.
Vivessi mille volte, credo che quel giorno non verrebbe più, perché il destino bussa quando meno te lo aspetti, ma chiamiamola pure volontà di Dio.
Extra omnes! Continua a leggere→

28. Nelle mani

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Fu una delle battaglie più dure, un anticipo di quello che successe.
La piazza è piena, satura, sembra esplodere da un momento all’altro.
La sala ha le poltrone rosse, il riflesso delle immagini forma macchie bianche e nere sul volto, ombre che non trovano pace.
Quanti sono i carri armati? Comincia a contare: uno, due, tre… dodici, tredici…
L’avevo scoperto solo allora, in pochi giorni lessi tutti i libri e ne avrei voluti ancora. Continua a leggere→

27. Il segreto

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Valli a capire i papi. Di Pacelli si disse di tutto, anzi, di più.
La piazza è un calice enorme, no, un orologio a muro, no, il buco di una serratura.
Le nuvole sono ovatta pronta a disinfettare le ferite della terra, dei campi rivoltati come cadaveri di un’autopsia.
Alcuni dicono che delegò tutto e subito, che appariva solo nei discorsi e per il resto lasciava fare ai cardinali e perfino alla perpetua, che aveva con sé da quarant’anni. Continua a leggere→

26. Te ne sei mai accorto?

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Mi misero a capo del boicottaggio e la cosa, all’inizio, mi turbò.
Entrano nell’autobus, con una certa fretta: sono bianchi, in abito da ufficio, coi capelli corti laccati.
Avevo un bel sorriso, qualche uomo mi guardava, sì, anche più di qualcuno.
Come avrei fatto a gestire la folla, i sentimenti, la rabbia della gente?
Una donna cammina con l’ombrello e la borsa della spesa, la città è un universo di finestre, occhi che spiano dagli scuri, stanze vuote, uffici pieni di persone – hai mai pensato che il luogo dove vivi è un incrocio di sguardi, da dentro, da fuori, è tutto un curiosare, uno studiarsi, un respingersi e desiderarsi? Continua a leggere→