Archivi categoria: Poesia

Ogni cosa che cade ha il suo rumore (Fara Editore), di Carla De Angelis

Prefazione di Alessandro Ramberti

“Non sfuggire al sogno più bello che è la vita” . Il verso che fa da titolo a questa prefazione lo trovate a p. 13 e nella sua icasticità riassume molto della poetica di Carla De Angelis, come anche quello scelto da Stefano Martello per la sua postfazione (lo trovate all’inizio della poesia a p. 19), tanto da diventare il titolo di questa raccolta assolutamente vera, dagli echi profondi, necessaria. Quante volte ci sentiamo schiacciati dagli eventi, abbandonati, inutili, incapaci persino di formulare una preghiera, perché le solite parole ci sembrano mere litanie, mantra assurdi per riempire il vuoto che ondeggia paurosamente in noi e ci toglie il respiro, ci sfianca, ci mangia le ossa fino ad arrivare al limite della nostra pelle e pare rosicchiare anche quella, anche la nostra ultima maschera, quell’esile involucro che ancora delimita il vuoto dentro di noi da quello esterno? Non solo noi come singoli, come individui, vaghiamo spesso come monadi eterodirette che fin che possono comprano e consumano oggetti e relazioni, affetti e consolazioni… ma anche i nuclei sociali piccoli e grandi (la famiglia, la cerchia degli amici, il vicinato e via via le unità maggiori, gli Stati e le istituzioni “globali”), ecco sembra che un po’ tutti abbiamo perso la bussola, il senso di comunità, l’attenzione non solo alle nostre problematiche ma anche a quelle degli altri. Viviamo, mi pare, un’epoca priva di afflato, scevra di entusiasmo, incapace di farsi responsabilmente carico di chi verrà dopo di noi. Continua a leggere→

Giorgio Stella. Non sono la pietra

io non sono una pietra ho bisogno di parlare con qualcuno ma non c’è più nessuno ammesso ci sia mai stato – i re magi sono morti dentro di me: mia madre mia sorella mio padre – io non sono una pietra, io non sono una pietra! Che il profilo della terra non ha specchio di stella – io non sono una pietra… Chi semina raccoglie? Non è vero sennò // non avrei spento candeline! Parlo solamente con Dio, Lui mi ricorda (…) che dopo la croce fu buia la terra avanti il sole.

Walter Benjamin

di Giorgio Stella

Walter Benjamin, Liberami dal tempo/ Enthebe mich der Zeit

[Se avessi divinato il tempo]

Se avessi divinato il tempo del tuo morire al mondo
la natura avanti a te nella fine sarebbe precipitata,
con inesorabile misura volgerebbe
l’esserci all’infinito oblio.

Nel cielo resterebbero delicate albe rosse
proprio là nell’ora in cui scivolava la tua veste
le selve tutte dipinse buia pena
la notte su naviglio leggero rivestì il mare.

Da stelle plasma innominabile pianto
l’insegna del tuo sguardo nell’arco celeste
e l’oscurità impedisce con densità di barriere

l’espandersi della nuova primavera,
osserva l’anno nell’immota postura degli astri
dalla cisterna specchiante la tua morte.

Giorgio Stella. Povera giungla

1. I manichini hanno rotto le cerbottane delle betoniere un collare di porcellana prossima da vedere tale – conche di avorio nel ricordo qualche ventaglio … La porcellana è creta nella betoniera – s. Pietro & s. Paolo non sarebbero d’accordo sulla seta nella creta della betoniera (una pausa) – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo – il lirismo appare eccessivo eppure il macaco della betoniera custodisce il ventaglio di corallo (porcellana) – (una pausa) – io sono / il cubo io sono // il quadrato io sono // nel cerchio il triangolo – rerum cordis fragmenta il macaco è nella betoniera l’arco di corallo – 2. (una pausa) – io sono-il cubo-io-sono-il -quadrato-io-sono-nel-cerchio-il- triangolo – il macaco è alla finestra della giostra nessuna betoniera ha la porcellana di corallo (###) – povera giungla che ci afferma una perla l’ulteriore betoniera uniforme alla casa genitoriale – al margine della biografia c’è un’ immagine… Lo specchio del vetro riflesso – 3.(una pausa) – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo – la betoniera in questa povera giungla raggiunge la creta di porcellana curva est di qualsiasi post (a post di est) – (una pausa) – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo – 3. La gioia della vita è un’ustione nn fa’ caso al fuoco lo specchio è già rotto nel proprio vetro – le gravidanze offese dalla mancanza del macaco nella clessidra di porcellana avanti che la betoniera avanzi – (nessuna pausa) io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo – 4. La sfinge-fenice ci dice: “ecco il deserto sei libero ma non puoi scappare” – (senza neanche la pausa) io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo (una pausa) – 5. Il macaco dell’arco di corallo né può fare a meno come nel ventre la betoniera nel dente di porcellana – nel dente di porcellana la creta di betoniera del macaco-corallo (una pausa) – io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo -) 6.(sretta,) – al chiuso di nessuno batte il vento che non ha nulla sul vento medesimo alla betoniera di corallo in ceramica…. “Ma quanti erano”? “Qui non si registra nessun morto” – (pausa di attesa) io sono il cubo io sono il quadrato io sono nel cerchio il triangolo.

Paolo Valesio. CONTEMPLAZIONE, DISTRAZIONE

CONTEMPLAZIONE, DISTRAZIONE

E’ appena uscita (con BOHUMIL EDIZIONI di Bologna) una mia raccoltina di poesie con questo titolo, che preannunzia un volume molto più vasto con un titolo diverso, a cui sto attualmente lavorando. 

Paolo Valesio 

L’inesorabile ritmo

L’ingresso di settembre è sospettoso e si rivela sempre
un’ingiustizia che impiglia tante vite nel ritmo prematuro.
Lui con tutte le sue sforze tende
all’indietro e si tira sul capo la coperta di agosto:
il mese atemporale che accoglie la luce del mondo
contro la penombra
in cui striscia la storia
come gli animali del mini-zoo
proprio all’ingresso della fattoria
(il vitello e il pony
il lama e i conigli):
animali da bimbi
che tuttavia nel buio
appaiono biancastre
masse fatali,
portatori di potere
mito-politico.

Fattoria Rose’s Orchard
North Branford, Connecticut

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Francesco De Girolamo, Luci segrete

di Enrico Pietrangeli

Quello di Francesco De Girolamo è un ponte ideale sospeso tra Oriente e Occidente attraverso l’haiku, di cui preserva ricerca e conoscenza della tradizione e, al contempo, lo slancio creativo, quello che si protende sulla sponda connessa, vincolato alle rispettive radici e con ali aperte a cogliere e rendere possibili nuovi orizzonti tra ombre, chiaroscuri e finanche colori: “luci segrete”, che mai si rivelano nel significato tracciandolo in segni, come un faro che, nella notte, segretamente ci riconduce a un porto celato ma certo, quello della poesia, dove “niente traspare / questa notte nel buio / solo un respiro”. E così, navigando al di fuori di stagioni temporali, se non in quelle rispettive e interiori, l’autore è in grado di cogliere quante sfuggenti essenze attraverso collaudati stilemi che lo riconducono, a compendio di una rispettiva poetica, a un suo ben demarcato ed evoluto percorso senza incorrere in innesti esotici ed epigonici riferimenti. Il libro, suddiviso in sezioni, si avvale di alcuni disegni di Laura Medei che, al pari dell’incipit, sono un delicato “fruscio d’assenza” in cui la pagina cadenza spazi e silenzi tra le brevi e sospese composizioni in cui il poeta si chiede se “è proprio il sole / che ai piedi del letto / riappare lento?”, mentre “arriva in porto / l’inferno variopinto / dello sconforto”, dove ci sono ad attenderlo “braci di smalto / tra le scorie riemerse / dalle radici” e “un ramo in fiore / nella nebbia dissolta / semina oro” laddove “fiumi di melma / scorrono verso il gorgo / di solchi verdi” e “lacrime sorde / sul ciglio della strada / specchiano il fango” tra “fossili d’erba / sepolti dalla spuma / di acidi spenti”.  Continua a leggere→

Yang Lian

di Giorgio Stella

Confessione. Alle rovine dello Yuanmingyuan

Nascita

Possa questa pietra taciturna testimoniare la mia nascita
possa questo canto
risuonare
nella nebbia fluttuante
in cerca dei miei occhi

Dove si infrange la luce grigia
archi e colonne proiettano ombre
e ricordi piú oscuri della terra bruciata immobili come nell’estrema agonia braccia tese convulsamente al cielo come ultime volontà
consegnate al tempo
ultime volontà
divenute la maledizione della mia nascita

Sono venuto tra queste rovine
in cerca di quella debole stella intempestiva
sola speranza che mi ha illuminato

Giorgio Stella. Preghiera d’amore

Preghiera d’amore – non crederò più alla morte Signore l’orrore di questa vita è solamente amore – Dio sai quanto voglio morire ai malati come me dedico tutte le lapidi io devo solamente trovare l’ora dove finisce il tempo – ormai è finita quando comincia tutto il male della mia vita è una madre che abbandona il figlio come un animale d’estate monco e cieco passo la carta al matto – sto male? No è il male in me Padre-Cielo io non so cosa sia (stata) la vita vera ma intuisco qualcosa di bellissimo – ho passato la vita a nascondermi alla fine i miei nemici erano la mia famiglia se solo sapessero loro come ho dovuto negare la giovinezza all’infanzia ci sarebbe una vera adolescenza – spero nella tomba breve come il cancro di mia madre magari due bare vicine – non posso uccidermi l’inferno è il nulla Madonna adolescente Maria Immacolata Castissima Vergine queste le mie preghiere – all’epoca dei santi non sarebbero successe tutte queste cose/qui eravamo protetti dagli angeli – mentre mia madre muore la banda rompe la grancassa – l’alcool ha una voce che ti dice di tacere mentre ti fa parlare di altro l’ho incontrato da ragazzino sembrava buono, il demonio.

Paolo Valesio

di Giorgio Stella

Il Figlio dell’Uomo spicca il volo

Ha visto tutte
le nevi del Padre. 
Partito dal massiccio del Cervino 
è volato con braccia aperte e rigide 
sull'oceano dove le nubi 
sembrano neve sparsa sopra l'acqua 
fino allo stupore 
della Groenlandia: 
come un bambino si è divertito 
a vedere i tumuli i cumuli 
le creste le cengie le montagnole

         (simili alle colline 
         che bambino creava in Palestina 
         con sabbia infangata e spremuta 
         pian piano fra le dita)

di neve bianca
         (color di crema 
         con una vena, dentro, di rosa)
sul ghiaccio bianco
         (color d'azzurro come 
         una fila di denti serrati      
         una fila di punte di metallo).
E sotto la zanna del sole 
le ombre si stagliavano e tagliavano 
più gelide del terreno 
e il nero casi denso 
che non si poteva capire 
se fosse solo l'ombra sopra i ghiacci 
o s'era il corpo duro 
di piante corte aggrappate alla roccia.
Ma è il verde, ora si vede, 
che si allarga e diviene la terra. 
È la parata della vita

         Ma dall'alto risuona
(calma e severa-suona senza tuono) 
qualche volta la voce del Padre.

"Figlio, figlio senza doni 
         hai perduto anche quello
         della parola)
figlio che io ho cessato di comprendere 
da quando hai smesso di camminare, 
semplicemente,come 
sulla strada di Emmaus 
viatore fra i viandanti
          un segno solamente era sospetto 
          i tuoi sandali non impolverati)
da quando hai smesso di stare 
sul trono che è tuo, nello spazio 
della mandorla e della fiamma- 
da quando insomma hai cessato 
la dignità di queste posizioni, 
e hai cominciato a mimare 
il crocefisso senza croce 
ti sei dato a volare in croce in rondine 
sei divenuto un giullare. 
Riprenditi, raccogliti, ritorna 
ad irraggiarti dentro di te stesso”.



         Ma lui non ha più tanta 
confidenza col Padre 
Forse un giorno ridomanderá 
alla Nostra Signora delle Nevi 
di entrare nello spazio tra loro due 
di parlare mediare.

Ma che cosa direbbe a Nostra Donna 
se volesse davvero spiegarsi?

“Una parte di me vuole ribattere 
agli aerei che portano le bombe, 
volando senza sete
di guadagno e di morte.
E poi, Madre, c’è anche l’altra parte 
quella che solo vuole 
divertirsi e divergere 
da ogni linea che sia troppo diritta 
essere veramente 
fratello coi volanti 
Ma non riesco più a dire tutto questo
da dentro la cornice della Croce.
Ecco perché, tacendo
mi limito a volare”.

Alitalia, volo Milano – Nuova York
15 gennaio 1991

Ignazio Buttitta

di Giorgio Stella

A lu me paisi
lu populu è sicuru
ca un ghiornu
Cristu scinni di la cruci:
ddu jornu
lu parrinu un dici missa,
lu sagristanu
un sona li campani.

Al mio paese
il popolo è sicuro
che un giorno
Cristo scende dalla croce:
quel giorno
non dirà messa il prete,
il sagrestano non suonerà campane.

Anne Sexton

di Giorgio Stella

Filo sottile

La mia fede
è un carico enorme
appeso a un filo sottile,
proprio come un ragno
appende i suoi piccoli a una tela fine,
proprio come dalla vite,
esile e rigida,
pendono grappoli
come occhi,
come molti angeli
danzano su una capocchia di spillo.

Dio non chiede troppo filo
per restare qui;
solo una venuzza
e sangue che vi scorra
e un po’ d’amore.
Come qualcuno ha detto:
l’amore e la tosse
non si possono nascondere.
Neppure un colpetto di tosse
neppure un amore minimo.
Perciò se hai solo un filo sottile
a Dio non importa:
Lui te lo troverai tra le mani facilmente
proprio come una volta con dieci centesimi
ti potevi prendere una Coca.

Teresa Wilms Montt

di Giorgio Stella

IV
Dormi quieto, Anuarí. Io sarò sempre tua. Ho mutato il
mio corpo in un altare sacro alle tue carezze e alle tue
labbra, profondo altare di venerazione.

Io reco l’incisione della lama del tuo riso nel punto ove
poso i miei occhi; il tuo riso carnivoro, mordace, che
fa delle tue labbra un bocciolo di sangue, denso di
bianche, lucide semenze.

Anuarí, il tuo sorriso è scempio e distruzione che reca
morte ad ogni mia speranza, il tuo sorriso è per la mia
mente come il lampo che stride nella notte. Madreperla
e veleno distillati dentro il mio cuore per lasciarlo
inerte. Continua a leggere→

Johannes Bobrowski

di Giorgio Stella

Pianura

Lago.
Il lago.
Sprofondate
le rive. Sotto la nube
la gru. Bianchi, splendenti
dei popoli di pastori
i millenni, Con il vento

io risalii la montagna.
Qui vivrò. Un cacciatore
ero, ma mi afferrò
l’erba.

Insegnami a parlare, erba,
insegnami a essere morto e udire,
a lungo, e parlare, pietra,
insegnami a rimanere, acqua,
di me, e vento, non chiedere.

Robert Walser

di Giorgio Stella

Pioggia leggera

Cadeva la pioggia, leggera, leggera
(in una maniera,
che con tutta la mia buona volontà
non riuscirò a dirvi)
su quel grand’uomo dignitoso e pacato,
di genio illuminato,
di fama incoronato,
che stava lì serio e sovrano
tenendo(…) in mano.
Mentre la sua consorte il caffè beve
sui monti c’era, eterna, la neve,
la vedevano chiaramente.
Lui la guardava crudelmente,
freddo ed elegante,
giovane e vecchio, affascinante.
Il grand’uomo mise le mani nelle tasche
e poi gettò uno sguardo fugace
sulla propria attività fino a quel giorno,
al sanatorio c’erano betulle tutt’intorno
e frusciavano.

Miklòs Radnoti

di Giorgio Stella

19 aprile 1931

Ieri hanno sequestrato il mio nuovo libro,
ora sto seduto solo, con le dita
intrecciate attorno alle caviglie, oggi
con superstizione ho scavato sotto la soglia
una farfalla rossa, e lentamente m’addormento.

Mi ricordo! una volta una madre diciassettenne
priva di latte, la donna del mio amico,
si era assopita così stanca sopra la sua bimba di venti giorni
sognando camicine infantili
e scarpe nuove per il marito! e
si svegliò allegra come all’alba
nelle battaglie favolose i guerrieri al suono della tromba!

Mi sveglierò anch’io! sulla treccia
d’oro della mia amata urlerà la luce del sole
oscillando, la mia ombra crescerà fino al cielo
e con i miei ventidue anni sfrontati stanotte
per cena mangerò tre stelle!