Carlo Bordoni, Il paradosso di Icaro ovvero la necessità della disobbedienza, Milano, Il Saggiatore, 2018
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di Giuseppe Panella*
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Il progetto che Carlo Bordoni persegue da tempo, con pertinacia, solidità teorica e storica e si direbbe anche con un certo accanimento terapeutico, è l’analisi della fine o dell’annientamento della Modernità (in ciò accomunato dalle ricerche e proposte del suo maestro Bauman). Il paradosso di Icaro ovvero la necessità della disobbedienza è una ricostruzione circostanziata e attenta dei vari aspetti che contraddistinguono il tentativo degli uomini di andare al di là dei propri limiti per riuscire a superare quella hybris che pare attendere i trasgressori di essi una volta varcate le “colonne d’Ercole” delle loro possibilità, intraprendendo il “folle volo” (la citazione è d’obbligo) verso un mondo nuovo, pericoloso e ancora misterioso e inesplorato, incomprensibile e spesso presentato come termine finale della corsa dell’umanità. Le cinque figure mitologiche che Bordoni ricava dal vasto repertorio della cultura greca delle origini della civiltà occidentale (Hybris, Koros, Theios Aner, Aion e Nemesis) scandiscono altrettanti passaggi nella storia della Modernità che rischiano oggi di perdersi nel mare magnum dell’”interregno” che che l’umanità sta vivendo in attesa di una nuova prospettiva di rilancio delle proprie prospettive esistenziali, sociali, economiche e politiche. La figura che mi sembra più interessante delle cinque enucleate da Bordoni è certamente quella legata al Tempo, Aion, protesa com’è sull’orlo di una memoria (storica e propositiva) sempre più labile e in attesa di una trasformazione della soggettività che parrebbe spingere il pedale del mutamento fino ai suoi limiti estremi:


Il nuovo romanzo di Tea Ranno, intitolato “







Ogni volta che sento parlare di scafisti e arrivi di migranti, faccio un piccolo passo indietro e penso ad Hakan Günday. Ho avuto l’onore di conoscerlo durante una piccola tappa del suo tour italiano nel 2016 e mi è rimasto nel cuore. Una persona profonda, uno scrittore consapevole, che capisce quanto sia importante scrivere, raccontare, e ancor prima osservare, analizzare.

Che il suo rapporto con il mondo della psiche abbia origini molto antiche, lo si evince dalla prime righe della biografia: il padre lavora come psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor, in Inghilterra, e lui trascorre lì gran parte della sua infanzia. Quando poi – dopo aver abbandonato gli studi di psichiatria – decide di iniziare a scrivere romanzi, lo fa scegliendo come epicentro narrativo l’indagine sulla mente umana e sulle sue possibili devianze. Stiamo parlando di Patrick McGrath, scrittore inglese che vive tra New York e Londra, non a caso considerato maestro del thriller psicologico a partire dal suo più noto bestseller il cui titolo (in italiano è “Follia”) suona già come una dichiarazione di poetica. 
Ci sono romanzi scritti bene, anzi benissimo, che sovrastano con la loro perfezione al punto di far dimenticare la storia, elemento fondamentale della narrazione.

