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Maria Grazia Insinga, TIRRENIDE

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[Maria Grazia Insinga, in una foto di Monica Lanza]

***

                                                         iancura

il cannibalismo armonia del tutto
nessuna deviazione e solitudine siamo
in tanti non diviso non mediato rituale
eppure una linea formale disegna decodifica
il mondo lo riduce senza riduzione e la linea
dell’orizzonte e delle montagne e del cielo
sono la stessa linea totalmente inventata

*

una realtà altra non riducibile a
un’altra realtà guasterebbe l’offerta
la divisione non esiste e da dove
questo sovrappiù? il sovrappiù
di armonici sarà allora oggetto
di cannibalismo un altro uno ancora
un nulla che intero ingoia l’intero

*

qui non c’è niente che riporta il dire ma
l’essere qui l’essere non è segmentato e
frantumato ma ingoiato e questo è
un atto di cannibalismo Continua a leggere

Solo per amore

Fare tutto per l’unione, sentirsi uno col Padre, il Figlio e lo Spirito nelle più piccole cose: è un esercizio spirituale da non dimenticare. A ogni piccolo sforzo, il Padre corrisponde con una grande grazia: è carità, dunque è impaziente di corrispondere, di venire incontro a noi, poveri figli. Unica accortezza: non fare nulla per paura, ma per amore, solo per amore.

Trinità

È nota l’immagine con cui Agostino stigmatizza l’illusione di spiegare con una logica umana il mistero della Trinità: un bambino che tenta di riversare il mare in una buca scavata sulla spiaggia. Gesù, alla Bossis, dice così: tu sei “di Dio”, il Padre Creatore. “Per mezzo di Dio”, il Figlio, tuo salvatore. “In Dio”, lo Spirito santificatore che ti abita e ti muove. Chiaro?

La poesia del vinile

Alcune riflessioni sulla bellezza discografica

di Guido Michelone

Negli ultimissimi anni stanno uscendo, anche in Italia, diversi libri legati al vinile: di recente c’è pure un romanzo, Lacrime bianche dell’inglese Hari Kunzru, il quale narra di un misterioso collezionista alla ricerca di un disco perduto di un fantomatico cantante blues; prontamente uscito nel novembre 2018, un anno dopo l’edizione britannica, il testo fa quasi da pendant alla raccolta di racconti Vinyl, curata in parallelo da Luca Martini e Gianluca Morozzi, che lanciano la sfida (prontamente accettata) a venti loro colleghi (fra critici e romanzieri) di narrare vicende legata al vinile della propria vita, giacché, in fondo, basta un ascolto per iniziare a raccontare, come indica il sottotitolo, ‘storie di dischi che cambiano la vita’: e succede appunto a Massimo Cotto, Gianluca Morozzi, Francesca Presti e tutti gli altri presenti nella raccolta.

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Quali occhi

Il mondo è menzognero. I santi sembrano marziani perché lo vedono con altri occhi, quelli dell’amore. Bisogna entrare in questo amore, che merita fiducia. Sentire su di sé gli occhi di Gesù, che sono una forza, una benedizione. Anzi: la forza, la benedizione. È semplice: provare per credere. 

Le nostre mani

Prestiamo a Gesù le nostre mani, il nostro corpo, la nostra intelligenza e volontà: Lui farà tutto e si renderà, così, presente in mezzo agli altri, qui, sulla terra. Potremo dire, allora, che non siamo stati noi a parlare, a fare, ma Lui: ciò è necessario per restare umili e, come dice il Cristo alla Bossis, l’umiltà è la verità.

Ultime

I sentimenti di Gesù nell’ultima cena dovrebbero essere la bussola della nostra coscienza: quale intensità in quegli sguardi estremi, nelle parole di Uno che sarebbe morto il giorno dopo. Dovremmo riversare la nostra miseria nella ricchezza del Suo amore, e allora tutto si chiarirebbe per miracolo.

Gian Piero Stefanoni

‘AL MÛT  LABBEN

sull'(aria) del morire per il figlio

GALILEA-GIORDANIA, Ottobre 2018

DISCENDI COL BASTONE

I.

Pregami Tu, innalzami al Tuo salmo veleggiati alla notte,                                                                         la sposa ha il sorriso naturale del Tuo credo                                                                                       nella terra dove dall’inizio ci scegliesti .                                                                                    

Non contrastare nulla non ovviare a nulla                                                                       offerti al Tuo paesaggio sospesi alla tua attesa.

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Nebbia

Non è bello guidare nella nebbia: non vedi nulla del paesaggio circostante; ti sfuggono i prati, le colline, l’azzurro del cielo che mette allegria, gli uccelli che attraversano l’aria. Nella vita, guidiamo così, in una cecità che ci impedisce di vedere il Cristo, il tesoro della sua presenza, le mille sfumature del suo esserci vicino. Approfittiamo di questa miseria per donargliela: Lui trasforma tutto nell’oro del suo amore.

Uscire presto

anto

(Antonello da Messina, part., Museo di Bucarest- Sibiu)

*

Uscire presto a Messina per i Santi,
Piove, non è bello, si arriva a Muricello,
Da sempre, e non è triste, coi Morti davanti,
Là vicino c’era Mollica, e Pirandello.
(1 novembre 2018)

Si cunzava,  vivi e morituri, la sera dei Santi,
Una cena tardiva ai morti di famiglia,
Quelli che ci guardavano festanti
O seri, dai muri, da un tempo che ci somiglia.
(3 novembre 2018)

Tasta la fronte ed è un dio di febbre,
E un dio, o Dio, si lancia
Nella tromba delle scale, a capofitto,
Un Dio mortale, che fugge e lascia
Il mondo al suo male di essere tale,
Vivo e corroso, un Dio
Amoroso, sconfitto.
(8 novembre 2018)

Riccardo Ferrazzi, N.B. Un teppista di successo

di Roberto Plevano

Ad alcuni esseri umani, assai pochi, tocca la sorte di essere trasformati in mitologie. Ogni evento della loro vita è trasfigurato in un emblema di destino individuale e collettivo, i confini tra i fatti e l’invenzione si fanno confusi, i sentimenti comuni prendono proposito, e forma di forze nell’accadere storico.
L’ascesa al potere e la caduta di Napoleone Buonaparte divennero oggetto di culto, e popolare e presso gli intellettuali, contemporaneo degli stessi avvenimenti.

All’indomani della vittoria di Napoleone a Jena e dell’assoggettamento della Prussia (13 ottobre 1806) Hegel, allora trentaseienne, scrisse all’amico Niethammer: “Ho visto l’Imperatore, quest’anima del mondo, uscire dalla città per andare in ricognizione. È una sensazione meravigliosa vedere un tale individuo che qui, concentrato in un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi (si riferisce ai rivolgimenti politici nell’area tedesca dopo Jena) sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.
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Il libro

Il libro che vorrei scrivere non c’è.
È la foglia sull’albero,
che cade,
la bottiglia poggiata per terra,
la voce di uno che chiama,
di là dalla parete.
Il libro da scrivere
lo porto in me,
come lo zaino del bambino
che entra a scuola;
per lui – il bambino –
è tutto nuovo,
non sente che paura e gioia:
la vita,
di là dalle parole.

Io sono El Diablo

Una periferia di Bologna inusuale, che sembra una sorta di landa pasoliniana dai toni apocalittici, un po’ deserto australiano e un po’ ritratto iperrealistico dell’Italia e dell’Europa contemporanei, e al suo interno l’Inglese, un finto clochard col volto coperto di cicatrici e una benda nera a coprirgli l’occhio destro, che come molti anni prima di fronte all’Ayers Rock (una storia che fa capolino in questo romanzo solo nei termini di rari flash back) prova “il desiderio irresistibile di entrare nel territorio desertico, e marciare senza fermarsi fino alle profondità del nulla”.
Poi l’incontro con una giovane albanese, Violeta, il cui passato è avvolto come quello dell’Inglese in un mistero intricato, sembra rimettere tutto in gioco: riportare in vita fantasmi che si pensavano sconfitti e aprire squarci su un futuro in cui non si vuole ancora rinunciare a credere.
Il tutto intriso di violenza feroce ed istanti di poesia, riflessioni inaspettate, dialoghi scarni, disperazione, crudo realismo limato con sapienza da slanci di forte immaginazione narrativa, come quando l’Inglese ripercorre gli anni della sua infanzia in un castello della Cornovaglia o nell’episodio in cui la chiave di lettura di una giornata come tante è offerta da un ricordo che si credeva dimenticato.
Nel romanzo Io sono El Diablo (Fanucci Editore, collana Neroitaliano) Mauro Baldrati mescola ingredienti diversi – stile pulp, atmosfere da graphic-novel e crime-fiction da una parte, realismo da reportage ed inquietanti incursioni nel traffico di giovani vite umane dall’altra – muovendosi con agilità tra  Continua a leggere

Il poeta


Il poeta ha di bello
che ricorda di vivere.
Te ne scordi spesso,
così preso dalle cose da fare,
ma lui si affaccia a una finestra invisibile
e riferisce i vaticini.
Non chiedergli nulla,
perché ha già una missione
che svolge con dura disciplina:
quando sembra esaurito,
una specie di piantone
lo costringe a scrivere.
Il poeta si dimentica
di sé, e lo fa bene: meglio del matematico
o del vigile. Gli basta confondersi
con una pianta grassa, ed ecco che nessuno
lo vede: è diventato una macchia di colore
a piè di pagina.

Grazie


Epperò questa vita si conosce
nel grazie: l’incostante attesa
della festa, sconosciuta alla plebe
dello spirito, i ricchi e i potenti,
i lamentosi, gli eterni critici
del tempo e dello spazio, lo strazio
delle facce da morto, così inclini
al giudizio, sdraiate sui triclini
della propria personale volontà,
l’eternità del male, che pure
non esiste, e trascina nel nulla
i gazzettieri della sempre insorgente
vanità, Repubblica, il Corriere, le rubriche
delle cose passate prima ancora
di nascere: e basta, e come fate a sopportare
questa illune notte della grazia?
Lodate, invece, ricordate ogni momento
di essere amati e cessate dalle vostre
amene oscenità.

Chi ha orecchi


Andiamo in cerca di chissà che cosa,
di quale identità, viltà
di una posa omertosa,
prima con noi stessi e poi con gli altri,
scaltri gestori di una risorsa esausta,
di un’infausta voglia di affermarsi,
distrarsi dal vero io, che è Dio.
E Dio è il bambino, L’Archetipo del bene,
la sottile linea della santa innocenza,
la scienza dell’amore, il cuore:
quello che manca alla nostra società:
l’urlo, il respiro, il battito selvaggio,
l’ortaggio al pubblico ufficiale,
lo sberleffo, il ceffo opposto
all’insalùbre cortesia, la grande ipocrisia
di questo mondo immondo, di questa terra
attonita sul punto di morire: dire la parola
osare il Verbo, l’ombra del Progetto
che si stende sul deserto arido, che pende
sul vuoto. E chi ha orecchi per intendere
– non uso volutamente il congiuntivo – intende.

Qol demama daqqa


Non ho bisogno di scrivere poesie.
C’è la vita che esplode
come il frutto di una mente concentrata
per accogliere il dono.
So che mi vuoi:
l’infinito mi abita e il mutuo da pagare
è la morte per croce, il grido del tuo venerdì
che squarcia i veli,
i muri che qualcuno
a nostra insaputa costruisce:
una pianta velenosa
che potrebbe folgorarci all’istante,
se il battito del cuore, questo segno tenace,
l’ultima Thule della vocazione,
il tesoro prezioso consegnato
al monte dei pegni del tuo desiderio
di perdono, se il respiro
non potesse intendere che questo:
Io ti amo, da sempre,
memoria senza inizio
e senza fine.