Erika Bianchi è autrice del libro Il contrario delle lucertole, Giunti 2017. Un libro coraggioso dove si parla di padri che abbandonano i figli, madri che compiono scelte estreme, ragazze dall’esistenza difficile; alcune lottano per ricostruire la propria identità a scapito delle origini, altre affilano le unghie più che possono e finiscono per farsi male. Il romanzo è condotto senza retorica (in cui cadere è facile, quando si parla di come dovrebbe essere una madre, di padri assenti, di anoressia, di disagio) e soprattutto con una sospensione di giudizio necessaria in un periodo in cui sembra che tutti abbiano la Verità, unica e inequivocabile, su tutto lo scibile umano, in tasca.
In fondo all’intervista, la scheda del libro. Grazie a Erika per aver accettato l’invito.
Erika, il tuo romanzo si regge sulle fondamenta della fragilità umana, che detto così sembra un controsenso; in realtà i tuoi personaggi cercano, tutti, a modo loro di riparare le crepe formatesi dopo gli scossoni della vita. È così? Come hai “conosciuto” Lena, Zaro, Isabelle, Marta, Carlo e Cecilia? Cosa hai visto in loro, che doveva essere assolutamente raccontato?
Riparare le crepe dopo i terremoti è ciò che facciamo tutti, continuamente. Le mie storie nascono dai personaggi, nel senso che i personaggi precedono l’idea e lo sviluppo delle vicende narrate. Mi succede di essere “visitata”, dapprima con qualche timidezza, poi con insistenza, da una o più creature di fantasia, con tanto di nome e cognome, caratteristiche fisiche, nazionalità, idiosincrasie, temperamento. I personaggi mi nascono dentro compiuti e pieni di dettagli, testardi e tenaci, e quando l’insistenza si fa prepotenza, e poi assedio, sono costretta a cercare il modo di metterli insieme, a capire come possano incastrarsi l’uno con l’altro nello spazio e nel tempo, a trovare, insomma, una storia che li contenga con agio e verosimiglianza, nel rispetto del loro carattere, età, provenienza, mestiere. Zaro, per esempio, era un meccanico di biciclette toscano, lo era prima che lo collocassi nella storia, anzi la storia è venuta fuori così perché ho dovuto trovare il modo di inquadrare Zaro in un contesto che lo rispettasse e rispecchiasse come personaggio. Zaro era anche il padre eternamente latitante di una figlia cresciuta nel nord della Francia, Isabelle, concepita per sbaglio in una notte di passione con una ragazzina bretone. Perché bretone? Non lo so. I miei personaggi mi tiranneggiano finché non li assecondo, finché non corro a vedere i posti a cui mi raccontano di appartenere, finché non li racconto.
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