
E così tu ti diverti
con il giuoco del calcio
fai rimbalzare l’oblio
che inizia con un cerchio
e finisce con un altro
[Max Ponte]
di Mario Bianco

La sacca di Cabecita
È una faccenda successa circa quarant’anni fa nei pressi di Giaveno, una cittadina in provincia di Torino, in località detta Provonda, una cosa di poco conto, tuttavia c’erano stati degli spari, o meglio due colpi di fucile esplosi da un tale anziano, Portigliatti Ettore, detto Gino, non si sa perché.
Il detto Portigliatti era stato ricoverato all’Ospedale San Giovanni Battista in Torino in stato di evidente confusione mentale; risultava essere affetto da uno stato piuttosto avanzato di arteriosclerosi, vale a dire che era in condizioni psichiche molto alterate come confermato dalla signora Merlo Pich Ernesta, consorte del Portigliatti.
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di Cesar Vallejo
Bambini del mondo,
Se la Spagna cadrà — dico un assurdo —
se cadrà
giù dal cielo il suo avambraccio preso
al capestro da due terrestri mappe,
quanti anni, bambini, nelle tempie concave!
come avrà presto effetto il mio presagio!:
il suono anziano vi entrerà nel petto,
sfiorirà sul quaderno il vostro due.
Bambini del mondo, ecco
la madre Spagna col suo ventre a spalla,
la maestra di noi coi suoi flagelli;
è madre ed è maestra,
è croce e legno, che vi ha dato altezza
vertigine, frazione e somma, bambini;
è con stessa, padri del processo. Continua a leggere

di AMBRA STANCAMPIANO
(immagine di Martina Garzia)
Un tempo molto lontano da adesso, quando il mondo era ancora giovane e la Sicilia appena una bambina, viveva sull’Etna e nelle campagne circostanti un gruppo d’elefanti nani, piccoli come dei pony a cui sia cresciuta una proboscide.
I primi uomini che avevano deciso di stabilirsi da quelle parti stavano fondando proprio allora la città di Catania. A quei tempi vivevano lì intorno terribili mostri e animali feroci come la biscia belluina delle zolfare, i ciclopi dei faraglioni e il Drago Tifone, che abitava nelle viscere del vulcano e aveva davvero un pessimo carattere. Continua a leggere
Recensione di Giovanni Agnoloni
Marino Magliani
All’ombra delle palme tagliate
Amos Edizioni 2018
All’ombra delle palme tagliate è la prima opera poetica di Marino Magliani. O forse no, nel senso che Magliani è da sempre poeta in prosa, e le pagine dei suoi romanzi sono ricche di spunti lirici e suggestioni fortemente evocative. Qui, però, siamo di fronte a un’inversione dei rapporti di forza, perché questa silloge, che in fondo ha la vocazione del poemetto, adotta un registro quasi-prosastico, che ne è la cifra caratteristica. Non un limite, sia chiaro. Al contrario, la vis poetica dei versi traspare proprio dalla semplicità delle immagini e delle storie che racchiudono. E dalla memoria, tanta, che dischiudono come frutti spremuti.
«Poi senza perdere quel sorriso, la piega
che aveva sostituito lo stupore,
egli fissava di nuovo la terra
e taceva il resto
del giorno».
(da “Il cecchino”, p. 27)
«Una domenica verso la fine della prigionia,
continuò l’uomo che viveva nella casa
senza persiane, ero affamato,
niente di nuovo, scendevo per una strada
piena di archi e al fondo mi pare ci fossero
tigli gocciolanti».
(da “L’amore ai tempi della guerra”, p. 117) Continua a leggere
di Giovanna Menegus

La poesia di Enrico De Lea – e forse in particolare quella di questo libro, pubblicato nel 2009 da L’arcolaio – non è facile né immediata. Personalmente sono riuscita a (parzialmente) penetrare la sbrecciata, petrosa fortezza dei suoi Ruderi solo dopo alcuni tentativi di avvicinamento respinti dalla loro superficie “ostica” e “basaltica”. Finché a un certo punto è scattata in me un’emozione-riconoscimento: Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto. Per un istante Continua a leggere

Ti troverò
magra e buffa
con la pelle macchiata
dai farmaci
e la lingua
che sa di fumo
un plico di
questionari sul
gradimento dei
servizi ferroviari
ti troverò
invitta e loquace
sovrana di malati
e straccioni
con una scatola
di fragole dubbie
ti troverò
fugace e dagli
occhi nettuni
a scrivere e a
citare Pasolini
Poesia inedita, messa in scena per “Poesie d’amore con il sitar”
www.maxponte.blogspot.it
Nella foto d’epoca Roma Stazione Termini

Parliamoci chiaro: la vita di fede non è semplice. Il motivo è che non si fa da soli, per cui tutto va bene. Si è in due. E l’altro è Dio. La questione è spinosa, e le domande sorgono spontanee: cosa tocca a me e cosa a Lui? Come armonizzare i ruoli? Come essere sicuri che non entrino in conflitto, che non si contraddicano a vicenda? Ci si potrebbe scoraggiare, al punto da tornare alla casella di partenza: fare da soli.
Ma il Signore chiede solo la buona volontà di fare quello che possiamo; al resto pensa Lui. E il resto, neanche a dirlo, è quasi tutto.

Assistiamo sempre più all’invadenza di parole anglofone nella nostra vita quotidiana. E senza essere dei puristi è necessario dire che alcune scelte sono davvero inopportune. Ad esempio quella di chiamare “Bakery” un’attività commerciale per renderla più “cool”, in vece di chiamarla “Panetteria” o “Forno”. Così nella Torino dell’aperitivo vi imbatterete in questa insegna. Ma che fare? Perché se tu vai a lamentarti con un linguista medio costui ti farà capire che la lingua è in continua trasformazione e quindi insomma non ci possiamo fare niente. Poi figurati a sostenere leggi per proteggere la lingua, rischi pure che ti diano del reazionario, (anche se i francesi sulla Costa Azzurra sanzionano le insegne in altre lingue, soprattutto quelle in italiano). E allora? Allora bisogna ripartire da un comune territorio culturale, riunirsi magari con i commercianti e far loro presente che è possibile essere “cool” anche con vecchie e nuove parole nella lingua di Dante.
Max Ponte
di Giovanna Menegus

Antonio Sparzani ha chiesto ai collaboratori di La poesia e lo spirito un testo sulla propria educazione attraverso i libri: in altre parole quali letture abbiano segnato la nostra vita nel modo indelebilmente “sentimentale”, ovvero totale, delle esperienze della giovinezza.
Come era nelle intenzioni, l’invito e la domanda mi hanno fatto mettere a fuoco – andando magari fuori tema – alcune cose significative spero non soltanto a livello personale.
*
I libri non sono un autore, un romanzo, un poema: sono la lingua, che è più grande dei singoli autori, romanzi e poemi e li contiene tutti. Per questo i dizionari sono da sempre i libri che più mi affascinano: nel senso di iperlibro, ipertesto prima che la parola ipertesto venisse coniata e prima di Borges, tesoro (in alcune lingue il vocabolario si chiama tesoro, tesoro di parole: Thesaurus, Wortschatz…). Continua a leggere
di Giovanna Menegus

Ha sempre dimenticato, perso cose sui treni. Non soltanto sui treni a dire il vero: in ogni possibile luogo e situazione; questo episodio però le torna in mente più di altri. Non lo ha mai raccontato a nessuno. Continua a leggere

Fernando Bandini ci ha lasciato il giorno di Natale 2013, appena un paio d’anni dopo un altro suo socius di poesia, Andrea Zanzotto. Scriveva poesia fin dalla prima metà degli anni ’50, Pianeta dell’infanzia (in Nuovi poeti, Vallecchi, Firenze 1958) è stata la prima raccolta di una produzione continuata fino agli ultimi giorni con diligenza di abilissimo artigiano.
A me piace immaginare che l’ispirazione a scrivere gli sia venuta in quelle serate in cui Goffredo Parise, di poco più vecchio, leggeva agli amici le pagine appena abbozzate di quello che doveva diventare il suo primo romanzo. Fernando, come raccontò molto più tardi, ascoltava in silenzio, pensando che quel compagno di flânerie aveva la stoffa dello scrittore vero. L’infanzia e il sogno in una città di provincia, Aznèciv (la Vicenza della memoria, degli affetti, delle disillusioni: “nome a specchio dello stagno del cuore”) vista come dai tetti, con un occhio prossimo alla vista degli angeli.
mentre già scorgo l’ultimo angelo che laggiù
all’imboccatura di una stretta convalle
dei Berici fa il conto dei miei anni.
Mi grida di lontano: «Perché ti affanni
a correre? C’è il vuoto alle tue spalle,
il fantasmi di Aznèciv non t’inseguono più».
(tratto da Dietro i cancelli e altrove, Sirventese in forma di bolero sugli angeli superstiti di Aznèciv)
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L’editrice Arcipelago itaca – una delle più attive case editrici in ambito poetico, nata dalla passione e dall’impegno di Danilo Mandolini (anch’egli poeta di valore, di cui ricordo Radici e rami e l’ampio volume autoantologico A ritroso, entrambi usciti per L’Obliquo ed.)- ha pubblicato nel 2017 il nuovo libro di versi di Marco Di Pasquale, Formula di vapore.
Marco Di Pasquale (1976), marchigiano, lavora in un Istituto per la diffusione della Lingua Italiana nel mondo. Dal 2004 svolge attività di divulgatore letterario nelle associazioni “Licenze poetiche”, “ADAM” e “UMANIEVENTI”. Dal 2007 fa parte del comitato di giuria del Premio Nazionale “Poesia di strada”. Nel 2015, per Licenze poetiche”, insieme a Renata Morresi ha ideato a Macerata il contenitore poetico “Poesie di terra”. Nel 2009 è uscita la sua opera prima, Il fruscio secco della luce (Wizarts editore), ripubblicata in un’edizione riveduta ed ampliata per Vydia editore nel 2013.
In questa silloge, come scrive Alessio Alessandrini nella sua prefazione, l’autore “invita ad aprire «il sipario freddo della fine», a guardare dentro
all’«ultima bolla» di respiro, per ritrovarci «nella foschia», in «un brodo nebuloso», dove «sa di nebbia il porto», un porto sepolto «in un oleoso oblio»“.
E’ in un costante, disilluso, “ragionando con meco et io con lui”, una possibile cifra di questa poesia, la cui solidità resiste al confronto col precedente montaliano-petrarchesco, e si volge – anche per l’esperienza umana, diciamo pure “militante” dell’autore – all’umano, alla possibilità (“una lisca di progetto”).
Un’esperienza poetica che ci pare esemplare nella sua coerenza e potenza di voce. (EDL)
***
Proponiamo una scelta di testi da Formula di vapore
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nei chiodi delle stelle ti leggi al futuro e la luna d’artificio di stasera rischiara nelle vene e scorgi nel meandro almeno una lisca di progetto
mentre altri strattonano ad ostruire l’avvenire e tu non vuoi firmare se non uno specchio in bianco
*
INVALICATO DALLA NOTTE
pratichiamo un solco di silenzio
un tropico invalicato dalla notte
mentre un tenace concerto
si librerà dai limiti dove
il vuoto ruba solidità e ogni tono
dilaga nel flusso
vi cadremo senza il lusso di un punto
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Manzoni si domandava “Fu vera gloria?” e tutti gli studenti quando lo leggono scoppiano a ridere. Se non è stata gloria quella di Napoleone, cosa si deve fare per entrare nella Storia?
Eppure nel 1821 questo dubbio l’avevano in molti. Napoleone aveva fallito, e il suo fallimento sembrava una pietra tombale sulle speranze della Rivoluzione. Tutta colpa della sua megalomania. Era sempre stato un prepotente, un teppista. Continua a leggere
Fu per lui e pochi altri che sette anni fa proposi a Nicola Crocetti la rubrica di inediti “Cantiere” che, proprio in questo settembre 2016, ho deciso di interrompere nella sua cadenza mensile, perché la poesia “fisicamente insopportabile” come quella di Daniele Pietrini è rara, se non rarissima.
Sotto morfina, negli ultimi mesi, Daniele ha scritto un’opera lucida e coraggiosissima sulla propria fine, che sapeva imminente e dalla quale è stato purtroppo raggiunto, sempre in questo settembre, mentre noi preparavamo queste note.
Un cerchio si è misteriosamente chiuso. Eppure, Daniele scrive: “do disposizione / che in quell’istante ogni uscio resti aperto”. Continua a leggere

Al via il prestigioso Festival di Poesia Europa in Versi, giunto alla sua ottava edizione sotto la direzione della Casa della Poesia di Como. Il Festival si terrà da venerdì 18 a domenica 20 maggio, con eventi riservati alle scuole nella prima giornata ed incontri aperti al pubblico nei due giorni seguenti.
Si segnala in particolare l’International Poetry Slam e Reading di poesia che si terrà sabato 19 maggio a villa Gallia a partire dalle 15.00. A seguire la cerimonia di proclamazione di vincitori e finalisti del Premio Europa in versi.
Da ricordare anche “Di poeta in poeta, una passeggiata creativa sul lago di Como” con la partecipazione dei poeti di Europa in versi, che partirà domenica alle 14.30 da Piazza del Duomo.

Bull Mountain è una giogaia della Georgia del nord sulla quale da decenni dominano i Burroughs, una stirpe di illustri disprezzatori della legge, colmi d’orgoglio fino alle orecchie. Nel precedente romanzo di Panowich, Bull Mountain appunto, abbiamo conosciuto i vecchi Burroughs, Cooper, suo figlio Gareth e i nipoti Halford e Clayton: di questi ultimi, Halford, dopo la morte del padre, ha preso in mano le redini del clan, mentre Calyton è diventato lo sceriffo di Waymore Valley, un pugno di case ai piedi di quel monte ‘sacro’ in cui le generazioni dei Burroughs si sono adattate a sempre nuovi commerci, quello clandestino del whiskey, poi della marijuana e delle metanfetamine, preparate in vasche da bagno dentro a capanni disseminati nel bosco, dentro a cui “ci lavoravano dei veri bastardi”. Continua a leggere