Archivi categoria: Scritture

Variazioni su un lago (I)

di
Roberto Nassi
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Le poesie qui proposte, movimenti di parole sospese a metà strada tra chi guarda e chi è guardato, variazioni tonali in cui soggetto e oggetto (o controsoggetto) s’ingarbugliano e confondono, appartengono a un ciclo composto nel 2017 e ora pubblicato con una sezione in prosa nel volume Variazioni su un lago (Nerocromo editore) con monotipi di Valeria Bertesina.
“In a fascinating piece of work in verse and prose Roberto Nassi explores relationships between image and word, text and texture, place and perception, all choreographed in two gentle dances, one between two human subjects and the other between a human subject and a lake. A wordfall of beautiful sounds evokes the ecology and magnetism of both mindscape and landscape, and the tantalising process of artistic creation.” John Davies

Nel lago l’isola intonsa di fronde
che puntano il cielo col cielo
si sdoppia sulla palpebra d’acqua
cieca a un fondale impenetrabile
alla carezza patinata della sera
se sul lago l’isola resta sospesa
oltre un’attesa che si allontana
dalla sponda di torba di queste parole
che rifluiscono arrese
al silenzio terso dello sguardo
alla pupilla pura del lago.

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Nella tormenta morale di Vladimir Sorokin

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Garin Platon Il’ic è un medico. Ha un compito importante da portare a termine; dovrebbe essere un eroe, come nella migliore tradizione romantica, un eroe carico di un imperativo etico. È diretto a Dolgoe, dove è scoppiata un’epidemia, la boliviana nera. Il dottor Zil’berštejn è già in loco, ha inoculato il vaccino-1, mentre lui deve portare il vaccino-2, assolutamente indispensabile.

Ma come in ogni missione che si rispetti Garin, partito alla mattina da Repišnaja, incontra degli ostacoli – ostacoli, si noti fin da ora, generati delle proprie errate decisioni. Ormai è tardi, la strada normale non è stata percorsa, la cittadina di Zaprudnyj non è stata toccata, e adesso si ritrova in un posto da lupi, nella stazione di posta accanto al villaggio di Dolbešino, “una frazione di dieci case disseminate lontane le une dalle altre”. Un bel guaio perché lì, a causa dell’abbondante neve, il mastro di posta dice che di cavalli statali pronti a partire non ce ne sono. L’unica soluzione è andare a cercare il trasportapane Raspino che con quel tempaccio “sarà rimasto coricato sulla stufa” (come il mitologico eroe Il’ja Muromec che, accovacciato nella sua isba, ci stette per trentatré anni). Continua a leggere

da “casadolcecasa, poemetto in sette stanze” di Antonella Bukovaz

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corridoio

Girovagheggi di stanza in stanza e io ti seguo e prendo appunti scatto delle foto guardo con precisione mi perdo con te nel miracolo del ricordo nella dannazione della memoria ogni cosa ingigantisce e occupa tutto il presente prende tutta l’attenzione e la fa sparire e allora galleggio entro negli oggetti nei pensieri lasciati in giro nei desideri dei desideri appesi all’ingresso ma non è un viaggio
non è un viaggio
non è un viaggio Continua a leggere

Who Understands Me But Me di Jimmy Santiago Baca (USA, 1952)

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They turn the water off, so I live without water,
they build walls higher, so I live without treetops,
they paint the windows black, so I live without sunshine,
they lock my cage, so I live without going anywhere,
they take each last tear I have, I live without tears,
they take my heart and rip it open, I live without heart,
they take my life and crush it, so I live without a future,
they say I am beastly and fiendish, so I have no friends,
they stop up each hope, so I have no passage out of hell,
they give me pain, so I live with pain,
they give me hate, so I live with my hate,
they have changed me, and I am not the same man,
they give me no shower, so I live with my smell,
they separate me from my brothers, so I live without brothers,
who understands me when I say this is beautiful?
who understands me when I say I have found other freedoms?

I cannot fly or make something appear in my hand,
I cannot make the heavens open or the earth tremble,
I can live with myself, and I am amazed at myself, my love,
my beauty,
I am taken by my failures, astounded by my fears,
I am stubborn and childish,
in the midst of this wreckage of life they incurred,
I practice being myself,
and I have found parts of myself never dreamed of by me,
they were goaded out from under rocks in my heart
when the walls were built higher,
when the water was turned off and the windows painted black.
I followed these signs
like an old tracker and followed the tracks deep into myself,
followed the blood-spotted path,
deeper into dangerous regions, and found so many parts of myself,
who taught me water is not everything,
and gave me new eyes to see through walls,
and when they spoke, sunlight came out of their mouths,
and I was laughing at me with them,
we laughed like children and made pacts to always be loyal,
who understands me when I say this is beautiful?
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L’ospitalità: l’ultima voce contro il male

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di Nicola Vacca

Edmond Jabès, poeta e filosofo,  nella sua opera ha accompagnato la scrittura poetica, sempre di straordinaria  intensità, con una meditazione intorno ai grandi temi come il tragico, il dialogo, lo straniero, il concetto di ospitalità. L’autore egiziano  non ha mai smesso di  interrogarsi  sulle questioni cruciali della nostra epoca.

Nei suoi libri si trovano tutte le ragioni dell’impegno di un poeta che ha amato la lotta.

Ma sono le ragioni malvagie dell’essere umano e la sua inclinazione alla distruzione del male  i punti sui quali si sofferma il poeta non smettendo mai di pensare da filosofo. Continua a leggere

DUE RIFLESSIONI*

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(ripropongo in un unico testo, con alcune variazioni, due mie rifessioni apparse nel 2014 e nel 2015 sul mio blog, Da presso e nei dintorni, e sul sito Carteggi letterari)

I.

“Poiché i versi non sono – come crede la gente – sentimenti; essi sono esperienze”.
A suo tempo, arrivai a Rilke ed al suo “Malte” per il luminoso tramite delle traduzioni e degli scritti critici di Giame Pintor, e poi di Furio Jesi, meteore intellettuali e morali, la cui scomparsa da giovani lascia forse immaginare e rimpiangere un diverso presente. Continua a leggere

Kafka nel quotidiano della sua grandezza

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di Nicola Vacca

Franz Kafka ha scritto sulla condizione umana ciò che nessuna riflessione  sociologica  e politologica forse potrà mai dire.

Il termine attuale kafkianità appare come il solo denominatore comune di situazioni (sia letterali, sia reali) che nessun’altra parola permetta di cogliere nella sua essenza. Nella kafkianità la cosa più geniale è  che si trovano condensate  tutte le contraddizioni, tutte le incertezze, tutte le miserie morali del nostro tempo.

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Francesco Scopelliti – Il LaGo BaCcAn

Il LaGo BaCcAn
di
Francesco Scopelliti

A tutti i migranti che ho incontrato e a quelli che non ho mai visto perché non sono mai riusciti ad arrivare al mio scoglio.

Non vi credo se dite il contrario: l’acqua di un fiume, di un torrente, di un lago o di un mare, fa paura quando diventa scura. Nel suo punto più profondo e buio, dove non si può leggere il fondale, il limite, ecco, fa paura. Non fate gli ipocriti, non mi dite che non è così; cazzo se fa paura!
Quella del Lago Baccan è un storia di avventura, di capitani più o meno coraggiosi, di coraggiosi più o meno capitani. Dove tutta una comunità vede ed osserva da anni e da anni finge di non vedere ed osservare.
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L’amore e i tempi del quotidiano

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di Nicola Vacca

Alain De Botton dopo ventitré anni torna a occuparsi dell’amore. È da poco uscito per i tipi di Guanda il suo nuovo romanzo.

Il corso dell’amore, questo è il titolo, è un libro che non ignora le concrete filosofie del quotidiano. Il suo autore racconta attraverso la storia di Rabih e Kirsten il corso del loro amore alle prese con il realismo disincantato della vita di tutti i giorni con tutte le sue ansie e le sue problematiche.

Cosa succede nella vita coniugale e amorosa dopo la fase esplicita dell’innamoramento?  Da questo interrogativo parte lo scrittore svizzero per demolire una volta per tutte l’ideale troppo esaltato dell’amore romantico.

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Il neo-verismo di Andrea Demarchi

Il neo-verismo di Andrea Demarchi
di Franco Di Giorgi

… è assurdo chiedere all’essere il motivo per cui è.
(A. Demarchi, I fuochi di San Giovanni, p. 190).

Sandrino e il canto celestiale di Robert Plant

1. Più che interessante. Anzi assai arguto e divertente l’escamotage della forma epistolare usato da Andrea Demarchi nel suo primo romanzo, Sandrino e il canto celestiale di Robert Plant, uscito per la Mondadori vent’anni fa, nel 1996. Per agevolarsi il difficile compito della scrittura egli si serve infatti del linguaggio quotidiano e dello stile colloquiale, il quale, in virtù di tutte le sfumature in divenire e dei modi di dire, riesce a captare e a registrare i tanto giocosi quanto inevitabili mutamenti della lingua viva. Continua a leggere

Lethem e la ferocia dell’assurdo

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di Nicola Vacca

Jonathan Lethem è il più lucido e ironico tra gli scrittori americani. La sua scrittura è sempre feroce e irriverente e si diverte a demolire la vanità degli intellettuali radical – chic.

Nei suoi libri Lethem predilige le intuizioni legate alla commedia dell’assurdo. Con il gusto beffardo dell’assurdo e del paradossale inventa storie come folgorazioni che demoliscono soprattutto gli ambienti culturali americani e il perbenismo conformista di un certo stile di vita statunitense.

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Dio, io vorrei, di Michele Caccamo

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Proposte per il nuovo anno

Vorrei raccogliere i frammenti dei miei ossicini portati al rogo, per poi far tacere per sempre chi non si è preso cura di me.
Vorrei si perdessero le siringhe che ancora mi gonfiano di dolore.
Vorrei si perdessero, al primo dispiacere, i cuori freddi e torbidi che mi hanno disconosciuto.
Vorrei che l’uomo buono che sono non venisse più abusato. Continua a leggere

L’uomo che senza saperlo ci ha regalato le bollette

di Marino Magliani

Libri: Fibonacci, l'uomo che ci regalo' i numeri
All’uscita di Una questione privata di Fenoglio, nel 1963 mi pare, Calvino disse: ecco il libro sulla Resistenza che avremmo voluto scrivere tutti. Con L’uomo che ci regalò i numeri, di Paolo Ciampi (Mursia 2016), non si potrà certo dire: ecco finalmente, dopo otto secoli, i numeri… Continua a leggere

Ubbie umanitarie (II)

di
Roberto Plevano

B. Montagna, . E: B.Montagna / Pieta w.Saints /Paint./1500 Montagna, Bartolomeo c.1450 - 1523. 'Pieta with Saints Peter, John the Evangelist and Mary Magdalene', 1500. Oil on canvas, 232 x 248cm. Vicenza, Santario della Madonna di Monte Berico. F: B.Montagna / Pieta / Saints Montagna, Bartolomeo vers 1450 - 1523. 'Pieta avec saint Pierre, saint Jean l' vangeliste et Marie Madeleine', 1500. Huile sur toile, H. 2,32 , L. 2,48. Vicence, Sanctuire della Madonna di Monte Berico.

Bartolomeo Montagna (1450 – 1523). Pietà con S. Giovanni Evangelista, Maria Maddalena e Giuseppe di Arimatea (1500). Olio su tela, 232 x 248 cm.
Vicenza, Santuario della Madonna di Monte Berico


(I parte qui)

Una storia dunque ha origine da un gesto, una posizione di un corpo: potrebbe essere quella di un coetaneo, di un amico, soltanto che davanti agli occhi ha un uomo grande, al riparo nelle braccia della madre. Forse è questa la familiarità, quella strana intimità a cui il bambino si abbandona con le immagini del quadro di Bartolomeo Montagna. La scena è una risposta a domande mai fatte, che forse il bambino non farà mai, ma sono le domande più importanti, quelle che si fanno soltanto con il coraggio di un uomo finalmente, definitivamente adulto (uno stato che, come si diceva, è difficile da precisare). Il bambino ha la sensazione che quell’uomo potrebbe essere un suo amico. Nel suo abbandonarsi alle ginocchia e alle mani della madre, quell’uomo infatti non può essere un estraneo, ma si fa comprendere anche da chi non sa nulla di pittura e di religione, da chi non sa nulla di nulla. Il bambino pensa che anche nella morte la madre si prende cura del figlio, e questa è una cosa bella. Non è la bellezza che cercano gli uomini ansiosi di uscire fuori dall’ordinario, e un po’ disperano di farlo. È piuttosto la bellezza delle cose originariamente, autenticamente umane, e perciò una bellezza inconsapevole, che si conserva anche oltre il limite della vita, e fa di un corpo morto, e del compianto, una cosa definitivamente bella.
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Ubbie umanitarie (I)

di
Roberto Plevano

Gnadenbild_Mariahilf,_Innsbruck

Lucas Cranach il vecchio (1472 – 1553). Madonna dell’Aiuto (1520-1535). Olio su tavola, 78,5 × 47,1 cm.
Innsbruck, Dom zu Sankt Jakob

Domenica sarebbe giorno di riposo e cose sacre, da passare in famiglia, con persone care, se se ne hanno, con persone giuste, se si può. Come da tradizione, ma chi ci riesce più? La secolarizzazione non è un fenomeno spiegabile attraverso grandi narrazioni, un soggetto call for papers di accademici, disincantati consessi: ha a che fare con il vissuto quotidiano, muta l’organizzazione delle ore e dei giorni di tutti, lo sfondo mentale.

L’avevano capito i giacobini, che rivoluzionarono il calendario e tutta la giostra delle feste comandate. Ma insieme al sacro, tramonta l’orizzonte ultimo delle vite umane. Un giorno trapassa nell’altro e non c’è differenza. Gli uomini hanno bisogno del tempo dell’attesa, ed è bene che vivano in vista di un compimento che li porti fuori dall’ordinario – legioni di materialisti neoevoluzionisti, manipoli di postmoderni decostruzionisti contesterebbero questa tesi, sappiatelo: ma il nostro è un giudizio ponderato, siamo consapevoli di alcuni prolungati, indesiderati effetti di questa umana disposizione rispetto al tempo della vita.
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