Archivi categoria: Scritture

Gesù non nascere, di Michele Caccamo

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Gesù, non nascere, non ci troveresti.
Le ali di Lucifero hanno colmato di buio la nostra terra; hanno avvilito il cielo e sparso da ponente a levante nuvole di piombo e sangue; hanno messo a morire le anime dell’infanzia e chiuso con foglie di cicuta le bocche, che avevi pensato buone per le rivolte. Non ci troveresti, nei sentieri dei pastori, nelle larghe ruote attorno al tuo Verbo, negli angoli casti della tua volontà.
Gesù, non nascere. Non ci capiresti. Continua a leggere

Sulle illustrazioni del ‘Nome della rosa’

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Pianta del complesso abbaziale del Nome della rosa

In ogni romanzo di Umberto Eco, la scrupolosissima costruzione del mondo narrativo  nulla lascia al caso:

Il primo anno di lavoro del mio romanzo è stato dedicato alla costruzione del mondo. Lunghi regesti di tutti i libri che si potevano trovare in una biblioteca medievale. Elenchi di nomi e schede anagrafiche per molti personaggi, tanti dei quali sono stati poi esclusi dalla storia. Vale a dire che dovevo sapere anche chi erano gli altri monaci che nel libro non appaiono; e non era necessario che il lettore li conoscesse, ma dovevo conoscerli io (Postille a ‘Il nome della rosa’, Milano, Bompiani, 1983, p. 17).

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Un uomo che ama le donne: l’inferno della prostituzione raccontato dal poliziotto svedese Simon Häggström

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Se potessi costringere tutti gli abitanti adulti del pianeta a leggere un libro per il 2017, sarebbe “Skuggans lag” [La legge dell’ombra, pubblicato dalla casa editrice svedese Kalla Kulor Förlag e non ancora tradotto in italiano – peccato! – ma disponibile in inglese su Amazon] scritto dal poliziotto stoccolmita Simon Häggström. In solo poco più di quattrocento pagine riesce a farci vedere un mondo nascosto, che sarebbe troppo comodo e autoconsolatorio chiamare osceno. Nelle sue narrazioni di esperienze vissute attraverso lunghe notti squallide in macchina a cercare di fermare i clienti delle prostitute, Häggström riesce a raccontare la storia di milioni di donne, di millenni di storia, di miliardi di violazioni. Un libro faticoso, ovviamente, ma imperativo, necessario, squarciante.
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“SPAZIOTEMPI MINORI”, DI MARIO LAGHI PASINI

Recensione di Franca Alaimo

Spaziotempi minori di Mario Laghi Pasini, Interlinea edizioni, 2016

laghi-pasini-spaziotempi-minori-180Dopo avere riflettuto a lungo sul significato di un titolo come Spaziotempi minori di Mario Laghi Pasini, ed esplorato tutta una serie di ipotesi che mi sembravano, però, sempre insoddisfacenti, ho preferito chiedere allo stesso autore il perché della scelta di un titolo alquanto enigmatico e perfino arrischiato per quanto riguarda la grafia di un termine composto come “spaziotempi”.

Nella e-mail di risposta, Mario Laghi Pasini  così scrive: “L’idea del titolo – scelto dopo la scrittura – mi venne rimuginando sul fatto che proponevo impronte di eventi anche lontani e dimenticati della vita che avevo imparato a costruire così, chissà come e perché. E che, solidificati in bollicine appena trattenute da fili sottili, costituivano come dei microcosmi sfuggiti allo spaziotempo reale, dove tutti viviamo, che corre via e ci travolge. Spaziotempi minori, quindi, che, forse, avrebbero potuto accordarsi e risuonare con quelli che ciascuno, magari inconsapevolmente, conserva dentro di sé, risvegliando adesione, emozione…insomma, ciò che cerca di fare la poesia”. Continua a leggere

Il seno della Madonna

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di Michele Caccamo

Siamo impauriti, come fossimo degli uccelli in mezzo alla neve. E non riusciamo a guardare né verso la tenebra né verso la luce. E già vivendo pensiamo a quando metteremo i fiori e i calici d’argento nello scrigno dei nostri resti.
E allora esistiamo come non ci fossero più gioie per noi, e aspettiamo di ricevere le ostie sante, fossero in un santo monastero. Continua a leggere

Dio è un’interconnessione operosa (o la supplica di un Cristiano)

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di Michele Caccamo

Fratello mio, ciò che è tuo mi appartiene, perché proviene dalla pianta dell’unisono; perché anche io l’ho, nel mio futuro probabile, la tua matrice divina.
Tu senza toccarmi sei le mie mani e la mia pelle. Tu sei il mio bacio, la mia carne lacerata, sei il mio numero successivo, la radice o la fionda di partenza. Tu sei quella fascia nell’orizzonte che intende custodirmi, per abbraccio di fratellanza.
Tu sei il dolore dissolto, infine la lacrima tremante che mi commuove.
E quanto vorrei che rimanessimo innocenti e preservati dall’inferno: Dio ci ha dato delle condizioni stupende per la Vita, ma oggi sulla terra c’è un massacro di colpi per raggirare l’Insegnamento; per farsi bastare l’ingegno umano.
Dovremmo sgombrare, tutti quanti, e presentarci con il senno bruciato dinnanzi alla Luce del Tempo.
Noi dovremmo, tra le lune messe ai poli, allungare le braccia ed essere le croci del risveglio; dovremmo essere a uno a uno anime di raccoglimento, nelle colonie degli universi.
Noi siamo i pensieri irripetuti di Dio, e stiamo in questo mondo come fossimo delle farfalle disseccate. E aspettiamo che la morte riesca a decapitarci.
Noi stiamo come fossimo corpi sanguinanti e pieni di gas, senza sapere che siamo l’eternità bloccata da Dio; che siamo una moltiplicazione di noi stessi, e la lingua perfetta dell’Amore. Che siamo la parte spoglia e bianca della Natura.
Noi siamo eccellenti e dai vestimenti puri, la rinomanza della Bellezza.
Ma viviamo come cacciatori di montagna, e lasciamo impronte giganti dentro ai cuori. Non sappiamo riconoscere i terreni dei nostri fratelli, e facciamo cadere lenzuola di cera sui loro volti. Non sappiamo aprirci al profumo dello spirito, a quel campo grande e verde che ci riunisce.
È un anello celeste la vita, un melo senza peccato; non fosse che l’abbiamo inchiodata nella colpa, nel cipresso nero di ogni crimine, sarebbe l’eucarestia.
Facciamo allora saltare dalle nostre schiene la rogna della disumanità, per esserne immuni. Facciamo perdere le nostre tracce profane, e tutti i vestiti di lutto che ci sono stati imposti dalla modernità.
Diventiamo figli della Gioia, invocando tutti d’accordo la comunione. Diventiamo aurore di braci e insieme Magi con nelle mani la Vita e la Luce.
Entriamo così nel vuoto del cosmo, e avremo dentro alle anime l’ossigeno che esiste solo nella bocca di Dio.

SUL TAMBURO n.29: Maria Roccasalva, “La compagnia dei naufraghi”

maria-roccasalva-la-compagnia-dei-naufraghiMaria Roccasalva, La compagnia dei naufraghi, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2014

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di Giuseppe Panella

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Con questo suo romanzo (che non è certo il suo ultimo, dato che nei primi mesi del 2016 ha pubblicato Il Chiostro dei Miracoli, sempre per Pironti di Napoli), Maria Roccasalva prosegue il suo percorso storico attraverso la Napoli sconosciuta e misteriosa del Medioevo e dell’età in cui la grande città partenopea era ancora libera e non era ancora stata conquistata da Angioini o Aragonesi o Borboni e sempre in lotta perenne con lo Stato della Chiesa che avrebbe voluto sottometterla definitivamente. Esemplari per questa sua ricerca letteraria e antropologica insieme restano alcuni suoi testi narrativi, in particolare la Trilogia di Costantinopoli (Intrigo a Costantinopoli, 2008; Il Danubio non parla latino, 2009; È notte anche per me, 2010, tutti per lo stesso editore Pironti).

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L’infinito polare: “Antarktis” di Gerry Johansson

johanssonTorno a parlare di fotografia per una nuova personale in esposizione alla Elf Galleri di Göteborg. Sotto i suoi selettivi riflettori il fotografo svedese con più riscontro internazionale: Gerry Johansson, con una mostra dal titolo “Antarktis” (“Antartide”).
Si tratta di immagini stampate da negativo ottenuto in analogico in grande formato (8×10 pollici) impresse durante un lungo set di sei settimane in spedizione sull’Antartico. Condizioni proibitive tra temperature polari e venti squassanti, che Johansson ha affrontato con grande caparbietà, aspettando il momento giusto per uscire e scattare in qualsiasi direzione. La composizione dell’immagine è uno degli elementi più appaganti di questa collezione, con immagini che sono sempre quel millimetro diverse da come le avremmo scattate noi. Un millimetro, davvero, che fa tutta la differenza tra un’immagine “pulita e nitida”, e un’opera d’arte. Continua a leggere

Il secolo breve dell’utopia

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di Nicola Vacca

Utopia significa andare da nessuna parte, scrive Emil Cioran. In nome di una presunta portata rivoluzionaria del concetto di Utopia, la storia si è sporcata di sangue. In questi ultimi anni sono venuti a galla crimini del comunismo. La luce è arrivata  dagli archivi segreti dell’ex Unione Sovietica per troppo tempo rimasti secretati. Finalmente è venuta fuori la verità.

Documenti che certificano ampiamente la nefandezza dell’ideologia bolscevica e la connivenza omertosa dell’apparato comunista occidentale che non riusciva ad affrancarsi radicalmente dall’ideologia della casa madre.

Tra questi partiti un discorso a parte merita il Pci. Continua a leggere

Sei versi del Tristano e Isotta

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di Riccardo Ferrazzi

L’opera di Roma ha aperto la stagione 2016/17 con Tristano e Isotta, il capolavoro di Wagner. Forse il capolavoro assoluto della musica di tutti i tempi. Per parlare di un’opera lirica (genere che fonde poesia, musica e teatro) ci vorrebbe qualcuno molto più preparato di me. Io vorrei limitarmi a ricordare sei versi del secondo atto. Continua a leggere

Don Chisciotte secondo Ferrazzi

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Pubblichiamo un capitolo del piacevolissimo e utilissimo libro di Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio, uscito per i tipi di Fusta Editore.

   Un parallelo fra don Chisciotte e Faust non sarebbe affatto insensato: tutti e due, seppure in modo diverso, cercano il senso della vita. Ma Faust è rimasto una creazione artistica, mentre don Chisciotte è diventato a tutti gli effetti l’ultimo mito moderno. Continua a leggere

4 dicembre 2016. NO e oltre il NO. Un’opportunità di cambiamento

Il disegno di legge costituzionale proposto dal Governo, con le sue infinite discussioni in ogni momento e contesto, ha il merito (l’unico) di aver mostrato come non mai il vulnus di democrazia e di giustizia sociale che sta lacerando questa società, ma anche, in modo non molto diverso, le comunità dell’intero pianeta. Il potere “vestito di umana sembianza” sta rivelando il suo volto multiforme mentre reagisce ai vari fronti di opposizione: quello interno alle istituzioni e allo stesso partito egemone, quello della comunità accademica (spesasi con ammirevole generosità), quello dei milioni di cittadini senza più voce né rappresentanza. Un volto suadente ma deciso nel difendere la propria proposta; accattivante e quasi empatico nel munificare, in questa contingenza,  enti e categorie sociali e professionali da anni trascurate; un volto duro, arrogante nel parlare sopra le parole di chi azzarda a esporre le ragioni della inaccettabilità e pericolosità del disegno di legge costituzionale; un volto che si fa serio, preoccupato mentre pronuncia parole apocalittiche: banche che chiudono, economia che va a rotoli, equilibri internazionali che si rompono. Continua a leggere

Se sei

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È se sei disperato che capisci
la vita. Se raggiungi quell’istante
in cui appare l’immane debolezza
dell’Io, la sua nativa appartenenza
al Tu, il suo cercare l’Altro come
l’ultima spiaggia, l’unica salvezza
possibile, l’approdo dei suoi sogni.
In quell’istante vivo, decisivo,
ti accade di conoscerti per sempre,
di scorgere la Luce che ti irraggia.

Majakovskij e l’incendio delle parole

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di Nicola Vacca

 

Vittorio Strada, critico letterario, filologo e autorevole studioso della letteratura russa, si chiede giustamente che fare oggi della poesia di Vladimir Majakovskij, definito  il «poeta della rivoluzione».

Una domanda tutt’altro che impertinente se si pensa che la poesia majakovskiana è colpevole di aver esaltato una rivoluzione criminosa.

Vittorio Strada dà una risposta che non si può non condividere: bisogna fare di Majakovskij non il poeta della rivoluzione, ma una vittima della rivoluzione, un giullare tragico del nuovo Potere. Continua a leggere

Cioran tra paradossi e divagazioni

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di Nicola Vacca

Esce per la prima volta in italiano Razne, l’ultimo libro scritto da Cioran in lingua romena. Fino a questo momento il libro non conosceva altre versioni oltre a quella romena.

Lo pubblica Lindau con il titolo Divagazioni (a cura e tradotto da Horia Corneliu Cicorta?) e rappresenta un evento letterario unico visto che il libro non è stato edito in altre traduzioni, né in francese, né in altre lingue,

Il libro rappresenta lo spartiacque nella produzione letteraria di Cioran che abbandonerà per sempre la sua lingua madre per quella francese.

«Il libro che presentiamo ai lettori italiani è la traduzione del volume Emil Cioran, Razne, a cura di Constantin Zaharia (Humanitas, Bucure?ti, 2012), comprensiva dei relativi apparati critici (prefazione, nota all’edizione e varianti testuali). Continua a leggere

La scelta, di Rosa Salvia

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Dalla raccolta inedita di racconti Le conseguenze dell’amore

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Sonnecchia, ma si ridesta sotto la pressione del mio sguardo fisso. Avanza con la sedia a rotelle intrisa di silenzio, trova nella resa la sua sopravvivenza.
“Che ci fai qui, chi ti ha fatto entrare?”
“Carmen”, rispondo.
“Stupida sorella!”
“Vattene! Vattene via, compagna mia devota…”
Cieca, l’ironia prega per lui, la pietà canta, tonfi di pietre dentro la sua mente.
Il pudore nasconde le sue gambe alle mie che strisciano sott’acqua fino alla stanza del figlio nostro di un anno. Continua a leggere

La poesia e lo spirito (da Nomen omen)

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La stanza chiude dentro l’invisibile:
i rami, fuori, sono un’illusione
che resta ferma, come nella mente
lo sguardo estraneo, l’ombra delle foglie.
Nel buio si nota subito la luce,
seppure impercettibile.
Non hanno più pareti, le presenze,
adesso splendono
di un oro femminile, acceso d’ambra,
sofferto nella carne.
Ma il suo segreto è l’ombra sul selciato,
la chiave nella stanza, l’inudibile.

Sante

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Amico mio, di tante traversie,
per l’anagrafe Sante, ma Santino
per noi che aspettavamo il tuo apparire
all’edicola della buona stampa:
ricordi, solo tu riuscivi a fare
con “Famiglia Cristiana” il conto giusto,
dopo la corsa giù dal presbiterio,
dall’ambone parlante, a dare avvisi
che nessuno ascoltava, eppure tutti
ricordavano sempre, se eri tu,
il piccolo Zaccheo, arrampicato
sull’albero spietato della Croce;
il tuo lungo calvario ti ha inchiodato,
con Enrica al tuo fianco, con don Mario.
Grazie, per quello che sei stato.