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Non avevo capito che la musica piena, spiegata, era il segno del dono, della grazia ricevuta in questi giorni. Con Dio bisogna stare attenti, a ogni minimo dettaglio. Sono esattamente nello stesso punto in cui don Mario ha scritto le preghiere: era dopo l’ictus che l’aveva devastato: colpito, ma non ucciso, oppresso, ma non schiacciato, e scriveva e sudava, l’ho già detto, lettore, l’ho già detto, lettrice, ma come si fa a non ricordarlo, ora che sono qui, esattamente nello stesso punto, e la musica dell’organo ricorda che tutta quella sofferenza, quell’eccesso di dolore è diventato gloria, note sublimi che lui ascolta come me, insieme con me, fra terra e cielo, perché qui, davanti alla cappella dei francesi, non c’è più differenza fra alto e basso, superficiale e profondo, è un grande abisso di luce, ciò che Kafka temeva, quando l’amico gli chiese perché non aderisci a Gesù, tuo correligionario, e lui rispose perché Cristo è un abisso di luce e bisogna chiudere gli occhi, per non precipitarvi. Ma ora so, davanti alla cappella dei francesi, esattamente nello stesso punto in cui don Mario ha scritto le preghiere, ora so che l’abisso di luce è il nostro luogo, la nostra vera patria, e che qui siamo tutti pellegrini, in cammino verso noi stessi, come Abramo, quel giorno che partì senza sapere dove andava, e ora che la musica suona, spiegata, trionfale, ora che i giorni sono quasi finiti, e che torno da mia madre, nell’eccesso del dolore, ora so che proprio qui è il mio luogo, che questa è la mia patria, e ogni volta che tornerò qui, davanti alla cappella dei francesi, esattamente nello stesso punto in cui don Mario ha scritto le preghiere, mi chiederò come ho fatto a non capire, quel giorno, che questo era il tuo segno, Signore, che questo era il mio segno.

Poesia italiana del XXI secolo

SILVANA KÜHTZ è nata a Bari, ha il cognome del nonno tedesco (ha anche un nonno salentino!). È ricercatrice confermata all’Università della Basilicata a Matera al Dipartimento Culture Europee e del Mediterraneo, e docente di Estetica e di Ascolto, Comunicazione, Creatività, nel corso di laurea di Architettura ed Educazione, Ambiente e cultura della sostenibilità nel corso di laurea di Paesaggio. La sua ricerca fonde teatro, scrittura, lettura, sensi, attraversamento dei luoghi, dell’invisibile. Conduce laboratori di sensorialità, creatività e lettura a voce alta per adulti e bambini. Ha creato www.poesiainazione.it.  Nel 2014 ha vinto il premio Gatto con 30 giorni, una Terra e una casa, pubblicato da Campanotto ed. Finalista al premio InediTo, festival delle colline torinesi 2016 con una silloge tuttora inedita, VISCERA. Nel 2018 è stata pubblicata da Spagine del Fondo Verri una sua raccolta di prose poetiche: Quel che resta del bello, e una silloge poetica Manuale di Fisica Ostica da Musicaos. Collezione di piccole felicità, pubblicato da Casalta di Firenze è un volume con suoi testi e foto di Andrea Semplici. Da marzo 2021 dirige il Festival della Parola | Abitare Poeticamente la Città. Dal 2022 è responsabile cultura e creatività del Digilab, Politecnico di Bari.

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Lirico terapia. Pietro Mignosi

 

Le scarpe

 

E poiché la Morte verrà all’insaputa come i ladri,

tu temi possa trovarmi con queste scarpe logore

– scarpe ostinate e seguaci – e raggranelli il tuo gruzzolo

perché i miei piedi non sfigurino sul mio ultimo letto.

 

Ma io penso che le scale del paradiso sono di vetro

– vetro limpido e sottile che non lo scorgi neppure –

e le scarpe che compreresti, rigide, pese e loquaci,

picchierebbero troppo sull’esile scala del cielo.

 

Lasciami ai piedi queste mie logore scarpe

queste mie povere scarpe soffici e silenziose

sì che arrivando nel cielo, la figlia nostra – se dorme –

non interrompa il suo sonno

e si risvegli serena come soleva quaggiù.

 

Delicatissimo pensiero di padre, questo di Mignosi. Se il mondo progredisce, è per dettagli come questi, degni del cielo.

Appello


Gesù chiede aiuto, nella sua grande sofferenza per i peccatori, cioè per noi. Possiamo sostenerlo? Giovanni Maria Vianney proponeva due cose: pregare e amare. La soluzione perfetta, per rispondere all’appello.

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Non più note stirate, pesanti accordature, è una musica che fluisce cristallina, come lo spirito – mi dirai, cos’è lo spirito? le note corrono come allegria inattesa, come quando mi dicesti del sogno di don Mario, e io che pregavo così tanto, ecco cos’è lo spirito, nella cappella dell’adorazione è pieno di oranti, di orazioni, di orecchie che ascoltano – cos’è che ascoltano? dirai, lo spirito, le note che ora s’interrompono, manca poco alla messa, persone parlottano qui dietro, arrivano messaggi dalla chat sulla salute fisica di mamma, pericoli, paure, e poi speranze, come quella di Peguy, la sorella più piccola che trascina le grandi, l’ho sempre vista così, anche ora che l’organo non suona, che il piccione non irrompe nella cappella dei francesi, ricordi? ricordi? eppure ancora appari, nei sogni degli amici, in questa estate più calda di tutte, ora che il mondo può finire, ma certo non stasera che vado dal poeta, girato altrove rispetto alla gente nella piazza, zotica, vil, cui nomi strani, e spesso argomento di riso e di trastullo son dottrina e saper, per questo il mondo non potrà finire stasera a Recanati, perché ancora una volta ci incontriamo, dietro la siepe da cui ancora intravedi l’infinito pur non credendo, con quella poesia che piace a Dio, – chi è Dio? mi dirai, nella cappella dei francesi entrano, escono, solo io sono fermo in ginocchio, con l’organo che ha smesso di suonare perché c’è la messa, e io, dietro queste suore, dietro il ragazzo con la maglietta blu, dietro le grate, dietro il tempo e lo spazio degli umani, anch’io intravedo l’infinito, vedo Te che non smetti di guardarmi, di pensarmi, anche ora che la musica è finita, che il poeta mi aspetta, a undici chilometri da qui, con le spalle al popolo ignorante, che si chiede, a volte, chissà dove ho sbagliato, chissà perché non l’abbiamo mai capita, la poesia – cos’è la poesia? mi dirai, è quasi come Dio, il quale non va a capo, però, Lui che mi guarda, proprio lì, oltre la siepe, oltre il poeta che crede, che crede in qualcosa, ma non sa cos’è.

Lirico terapia. Giuseppe Conte

Troppo umano un destino

Vorresti la certezza, la verità

– e sai che la verità non è che Luce –

ma vai cieco dove vanno i desideri

 

e i piaceri, dove ti conduce

troppo umano un destino. Cerca ancora.

Scegli il tuo cammino. Cerca, esplora

 

tutte le vie del finito, come chi

ha fame dell’infinito forse deve

fare, sempre veloce, sempre immemore.

***

 

Non c’è bisogno di spiegare questi versi, anche se il mistero resta intatto: quello del cammino e della meta, della scelta da fare in ogni istante, in ogni angolo.

Sollievo


Più lavoriamo, più Gesù si riposa: è la legge della vita vissuta nello spirito. L’ozio è il padre dei vizi, dice il proverbio, e questi costringono il Cristo a un lavoro faticoso, a volte mortale, com’è stato sulla croce. Lavoriamo su noi stessi, e proverà sollievo.

Il dramma dell’umana conoscenza in Luca Pizzolitto, di Franca Alaimo

La poesia di Luca Pizzolitto si innesta talentuosamente nella letteratura a tema religioso rielaborandone motivi e formule, ma certamente due sono i maestri convocati in un ideale e fitto dialogo d’anima.

Essi sono Qohèlet e Davide Maria Turoldo, che nomina il misterioso ebreo in uno dei testi di Nel segno del Tau. Del primo Guido Ceronetti ebbe a dire, sintetizzando il contraddittorio del suo pensiero nel termine “qoheleticità”, che comunque la sua costante «è l’impenetrabilità delle cose, che Dio non vuole siano trovate», perché la sua sola finalità è che l’uomo viva nella sua eterna ignoranza, in ogni grado del suo piacere e del suo dolore, di quel che Dio è e fa». Del secondo Luciano Erba scrive che «Nella lotta con l’angelo del Nulla, dalla prima all’ultima prova poetica, accade per altro che l’autore riesca, creda di riuscire a divincolarsi (…), a potere avere il sopravvento: “canta” allora, come dice lui (…), il Tutto, senza che questo Tutto presuma filosofiche o mistiche alternanze, pronte ad annullarlo». È il momento in cui la vita viene lodata in un impeto irrazionale di gioia.  Continua a leggere→

Stretto


In questa vita, più del visibile, è importante l’invisibile. Gli amici che ci guidano dal cielo, compagni fedeli nelle avventure e sventure quotidiane. Ognuno ha il suo don Mario che lo assiste, lo protegge, lo consiglia. Il mio, come sempre, me lo tengo stretto.

Lirico terapia. Umberto Fiori

Piazzata

Se di colpo giù in piazza

in mezzo al chiasso

qualcuno alza la voce

e un’altra voce, più forte,

gliele ricanta, e si mettono a urlare

insulti e minacce, è come

se mi chiamassero per nome.

 

Si capisce ben poco, quasi niente

con gli alberi di mezzo, dal quinto piano,

ma io non chiedo al mio vicino

– anche lui sul balcone – perché lì sotto

si mangiano la faccia. Lo so bene

cosa li fa gridare. Lo riconosco

adesso, mentre mi prende

– anche me – per la gola, e mi tiene

qua sopra, senza fiato:

è grande, e non ha una ragione.

 

È che ognuno al mondo sta lì

con il suo ingombro osceno. Mento, guance,

e gli occhi in fuori, e in mezzo a quel testone

il naso a becco, dicono: così

e in nessun’altra maniera.

Ogni momento uno ti si para

davanti, ti fa vedere come,

ti fa vedere chi 

bisogna essere.

 

Così ce ne andiamo in giro

nei bar, sui tram: ognuno un santo mistero

messo in piazza, un esempio

che nessuno può seguire.

 

È questo lo spettacolo sfacciato,

la scenata che sale fin quassù.

*

Viene il respiro degli ippocastani,

col buio. L’onda ci lascia.

 

Da una finestra illuminata

anch’io lancio il mio urlo

e mi ritiro.

***

Difficile non ritrovare l’umanità quotidiana, in questi versi, la dose di violenza, la tassa da pagare a qualche forza oscura che si annida nella storia. Il “santo mistero”, tuttavia, nasconde sempre un germoglio di speranza, per chi non si arrende al proprio assurdo.

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Musica


Quale musica preferiamo? Ciascuno di noi ha il suo gusto, la playlist del cuore. Ma le note più belle sono quelle del silenzio attento alla voce di Gesù. Le melodie del Paradiso non temono rivali.

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Le note dell’organo, perché? Forse vuoi dirci che dobbiamo accordare, in mezzo ai suoni stridenti che inquinano l’udito, che disperdono qualunque sintonia, le note, le note, una per una, una dopo l’altra, allungate, stirate, come a dire è così, non può essere un’altra, o altre, è solo così che suona l’universo, sullo spartito del Creatore, la musica che cerchiamo ogni momento, quella che inseguiva don Mario, proprio qui, quando ha composto le preghiere, e sudava, sudava, e scriveva, scriveva, e le note, una dopo l’altra, seguivano il suggerimento del Creatore, Lui solo sapeva, anche ora, nella cappella sbattuta dal vento di due ventilatori di metallo, al contatto col sudore, ci ammalia, ci convince, Lui solo conosce i miei pensieri, quelli ancora sepolti, quelli che ancora aspettano che il vento li reclami, le preghiere di don Mario che aleggiano, spinte da correnti misteriose, stai parlando, vuoi dirmi qualcosa, in questo tempo fermo, in questo grido che sorge dal profondo, le note, le note, ora le sento, mi guidano verso le preghiere, le stanno ripetendo all’infinito, come se tutto l’universo non fosse che questo stirarsi, allungarsi sullo spartito dell’eterno, come se il fatto di stare avanti a te, Creatore, direttore d’orchestra, unico maestro, che parli al mio cuore silenzioso, immobile, scosso soltanto dai due ventilatori di metallo, come se Tu volessi dirmi, il vento, ricordi, il grano, mi diceva, quando scuote il grano, la nota, la nota, il passaggio, la musica di Dio, qui dentro, per un attimo, o per l’eternità, ora, era ora di venire qui, a sentire la tua musica, Creatore.