
A don Mario piaceva tanto la canzone “Prendimi per mano, Dio mio”. Solo più tardi ho capito perché. Dovremmo chiedere più spesso, a Gesù, di guidarci così, come fa un padre con il suo bambino. La vita sarebbe un’altra cosa, un’anticipazione dell’eterno.
Luigi Maria Corsanico legge Edgar Allan Poe
È lì
Pensieri sparsi (o forse sparzi…), di Antonio Sparzani
Sempre meno capisco di politica; quand’ero ventiseienne sessantottino mi pareva di avere tutte le mie brave certezze della sinistra extra extra (per fortuna mai quella clandestina, che portò all’esperienza delirante delle BR) con tanti compagni, manifestazioni, riunioni, piccole lotte locali, nel mio caso quelle studentesche delle facoltà scientifiche milanesi e via così per qualche anno.
Allora c’erano nemici chiari e distinti, i fascisti, i democristiani, per qualche aspetto anche i socialisti e i comunisti di stretta osservanza pci. Le cose e le idee sembravano chiare e distinte, le contrapposizioni quasi ovvie, poche, certo troppo poche, le sfumature. Se faccio un bel salto di mezzo secolo abbondante arrivo all’oggi. Continua a leggere
L’arte del dare
“L’intrico luminoso della vita”: sulla nuova raccolta di Alessandro Ramberti Enchiridion celeste
di Alessandro Burrone
Quando leggo la poesia di Alessandro Ramberti, scrittore e editore riminese (1960), non di rado mi viene in mente l’immagine di una scala. Piccole scale, tre pioli alla volta, sembrano del resto le terzine e le sue composizioni agili, intense, e tese a una leggerezza che appunto intende portare chi legge verso l’alto. Una poesia che si fa compagna di viaggio; oppure come una corda, quella che lega un gruppo di alpinisti in montagna.
Ad introdurmi a questa nuova raccolta di Ramberti, Enchiridion celeste (Fara Editore), è stato un verso da un poema dello stesso, “Tempo nascosto” (scritto nel 2011 in occasione di una delle annuali kermesse fariane a Fonte Avellana, dedicata appunto a questo tema): “Noi siamo tessuti dal cielo / da capo torniamo a conoscere.” – Un noi e il cielo, legati da un ritorno. Continua a leggere
Il vuoto

Vuoto dei vuoti, dice Qoelet: è il libro della Bibbia che, insieme con Giobbe, ha il coraggio di guardare in faccia la realtà. Quando avvertiamo questo vuoto, in noi, ci rivolgiamo altrove, cerchiamo di distrarci, di narcotizzarci coi prodotti, con le merci. Qoelet guarda fino in fondo, a costo di entrare nella terra della disperazione senza uscita. Quando Gesù comincia a predicare, dice: il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino. Ma la traduzione inganna: il verbo greco non è “riempito”. Così mi immagino che il Cristo, appena ha la possibilità di predicare, si affretta a rispondere al Qoelet, questo anonimo, geniale autore che aveva avuto il fegato di dire alla vita il fatto suo: sei il vuoto dei vuoti. E aveva aggiunto: odio la vita. Al che rispondiamo: parola di Dio, rendiamo grazie a Dio. Si capisce perché Gesù, quando appare sulla scena, ha fretta di rispondere a lui, al Qoelet, questo profeta coraggioso delle cose come stanno: il tempo è riempito, solo Io, il Messia, potevo farlo; grazie per aver creato la scena, l’atmosfera giusta, il presupposto per capire il valore inestimabile del dono.
Down Under: Finalmente letteratura! ITALO CALVINO, prima parte

Sponsorizzato dall’Ambasciata d’Italia a Wellington, dal Ministry for Ethnic Communities della Nuova Zelanda e dalla Società Dante Alighieri di Auckland, il podcast Finalmente letteratura! vede il Professor Bruno Ferraro* e Matteo Telara chiacchierare di autori, società, letteratura e cultura italiana dal lato opposto del mondo, in leggerezza, nel cosiddetto Down Under neozelandese, tra aneddoti curiosi e brevi approfondimenti.
In questo episodio, Bruno e Matteo ci parlano di Italo Calvino.
Bruno Ferraro ha insegnato per più di venti anni presso varie università australiane, e ha completato la sua carriera accademica all’università di Auckland, in Nuova Zelanda, dove tuttora risiede. Nel corso della sua carriera ha pubblicato edizioni critiche di commedie inedite del ‘500, traduzioni in inglese, e numerosi articoli e recensioni. Per la letteratura moderna ha contribuito agli studi su Italo Calvino e a quelli sul suo compianto amico Antonio Tabucchi.
Diete
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L’autostrada è la vita, qui succede tutto. Tutte le storie l’attraversano, mentre l’estate abbraccia il paese prostrato, pieno di mosche e di formiche. È facile, ormai, vedere il mondo da quest’altra parte, dai voli insensati e insopportabili, nell’ottica nostra, degli insetti, eppure necessari per chi trova un appoggio su questa aiuola all’ombra, nella stazione di servizio: due storie che s’incrociano, la mia e quella della mosca, del tutto casualmente, o invece era scritto da sempre, che proprio qui, a quest’ora, in questo torrido giorno di luglio, mentre le auto sfrecciano sia a destra sia a sinistra e qualcuno mi guarda incuriosito – ma chi è mai questo, che a quest’ora, con questo caldo insopportabile, sta scrivendo sullo smartphone? -, proprio in questo momento della storia di questo universo conosciuto, questa mosca doveva posarsi su di me, e proprio adesso mi chiedo ma è possibile, sì, è possibile, mi aspettava da sempre, e se la mosca, coi suoi movimenti casuali, mi aspettava, e non vedeva l’ora di trovare riposo, incuriosita da una massa così ben disposta a fare da pista d’atterraggio, insomma se una mosca così poco incisiva nella storia universale mi aspettava, quanto più mi aspetta Lui, il creatore di tutto, che proprio per ricordarmi di sé può servirsi di eventi banali. L’autostrada è la vita, è qui che accadono le cose, e ora che il mio viaggio è a buon punto mi chiedo dove mi sia posato in questi anni, quali incontri in apparenza casuali, quali stazioni di servizio abbiano scandito un progetto che aiuola dopo aiuola, mosca dopo mosca, mi porterà là dove ogni minimo dettaglio svelerà il suo senso, dove, se conosci una cosa, le conosci tutte, perché tutto è collegato, perché l’amore unisce, anche il caldo dell’estate, le formiche che danno la scalata alle mie scarpe, questa mosca che ora guardo come se vi vedessi scritto il mio destino.
Stessi
Poesia italiana del XXI secolo

Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. Nel 1988 ha fondato la rivista “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato volumi di poesia e narrativa e si è occupato di numerosi autori classici e contemporanei. In ambito critico ha curato L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati , L’arcolaio, 2012, inoltre ha pubblicato Giorgio Gaber, Il teatro del pensiero, Zona, 2013, e Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, La Vita Felice, 2014. Tra le sue opere in versi Luce del volto, Campanotto, 2002, Livorno, L’arcolaio, I ed. 2008; II ed. 2013, Terra estrema, L’arcolaio, 201, e Voce interrotta, Italic Pequod, 2016. Di recente ha pubblicato il libro di racconti Storie di un’altra storia , Calibano, 2022. Il suo blog personale, “in-certi confini”, è dedicato alla poesia, alla letteratura e alla filosofia. (http://www.maurogermani.blogspot.com).
Antonomasia
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Una zanzara non ha una bella vita. Sempre in cerca di sangue, ha molte probabilità di estinguersi schiacciata, o folgorata da dispositivi elettrici o a ultrasuoni, o avvelenata da qualche zampirone. Sarà calata nella parte, accetterà la sua missione di rendere difficile la vita, si sentirà perfino utile, in prospettive teologiche ineffabili. Se fossi una zanzara, mi sentirei a disagio, anche se il maschio si nutre di nettare, non è così nocivo. Convivere con una partner che succhia il sangue altrui mi metterebbe in imbarazzo, come avere un famigliare della banda Baader-Meinhof. Dirigevo spiritualmente un brigatista pentito, della cellula di Ostia, che mi dava l’impressione di saperne meno di me di quel mondo dove il sangue scorreva copioso e non si faceva caso ai dettagli personali, come la zanzara non si chiede mai che tipo sia il soggetto del prelievo. Quella che mi gira intorno, per esempio, ignora che io scrivo di lei, tra un penitente e l’altro, non s’immagina di passare alla storia in queste pagine che ne immortalano la presenza fastidiosa, insieme al gatto sdraiato qui vicino, ai botta e risposta degli inseparabili, agli insetti che s’incrociano sullo sfondo della chiesa all’aperto. C’è sempre qualcuno che succhia il sangue a qualcun altro: noi lo succhiamo a Dio, se questo è il mese del preziosissimo Sangue di Gesù, se lo prendiamo di mira come allora, zanzare insaziabili e incoscienti, che non sanno di far parte del grande racconto della vita, che scendono in picchiata a pungere la vittima di turno, ignara, incolpevole, come se il male fosse questa forza cieca che non ti guarda negli occhi, si disinteressa togliendoti la vita, ti distrugge pensando a qualcos’altro. La zanzara è il simbolo del caos; per questo il Cristo insegna a perdonare i nemici: non sanno perché succhiano il sangue, perché opprimono, salassano, massacrano. Perché, invece di nettare, si nutrono di sangue.
Cammino
La torta di compleanno
Una poesia di Monica Mazzitelli dalla futura raccolta “Poesia della prosa”
Io e la mia nipotina prepariamo la torta
del suo compleanno
nella cucina di casa sua.
Lei legge
e rilegge
da capo ogni volta
tutta la lista degli ingredienti
di entrambi gli strati
ogni volta da capo –
anche se glieli chiedo separati;
eterna filastrocca
con l’indice segue le parole sulla carta.
Versa troppo poco zucchero
o troppa farina
nel misurino
le dico.
Allora rilegge,
da capo.
Aspetta, ti aiuto,
faccio io.
Le dico e sorrido.
Misuro, e le sorrido.
Verso e impasto e le sorrido,
lei mi sorride, seria e intenta.
La istruisco e la guido,
decifro i simboli che non conosco
sulla manopola del forno di casa sua,
ché lei non è capace.
Ci vuole il doppio del tempo a preparare questa semplice torta
ma lei è così orgogliosa di averla realizzata,
piccina.
Ma non ho nipotine.
E lei non è una bambina, ma la mia cara,
cara amica
che oggi compie sessant’anni
ubriachi di Alzheimer
e di terrore.
Luigi Maria Corsanico legge Evgenij Evtušenko
Vita
Continua a leggere. 57

È tutto apparentemente così calmo, un quadro manierato, ogni cosa al suo posto. C’è un gatto sdraiato proprio sotto l’altare di pietra, boccheggiante per il caldo. Chi mai direbbe che sotto la patina bucolica si svolge una lotta furibonda, un duello tra la vita e la morte, il bene e il male. Basta poco, per accorgersene: la malattia di mia madre, le incursioni del demonio, che si presenta per distruggere al momento opportuno, come sempre. È tutto apparentemente così calmo. I corvi passeggiano sul tetto erboso del santuario: un’invenzione sorprendente, per dire che la fede è incastrata nella vita e non possiamo pretendere di stringere il cielo tra le mani. Mi sento come il primo uomo sulla luna: c’è tutta la precarietà di un universo insidiato dal serpente, un arazzo sul punto d’essere sfregiato, un ponte sospeso sopra il nulla. Mi affaccio alla ringhiera e vedo Orione, con la sua cintura di brillanti, Vega, Betelgeuse, Alpha Centauri, e mi chiedo se qualcuno, se qualcosa, in questo immenso scenario, sappia della partita a scacchi della terra, del dolore, dell’attacco mortale del nemico. Il gatto si rotola, proprio sotto l’altare: non lo incuriosiscono le grida stridule dei corvi, che ha a lungo inseguito, in stagioni meno torride. Siamo in tre nel boschetto delle confessioni, che si affaccia sull’abisso del peccato: da qui si vede Andromeda, il Cigno, Cassiopea, s’incrociano Ofiuco, la Lira, il Sagittario; ti sembra di toccare le braccia della Vergine, di prendere l’Orsa minore per la coda, di bere dalla brocca dell’Acquario. È tutto apparentemente così calmo. Basta un passo per sprofondare nella tenebra, per farsi abbracciare dalla luce. Ricominciare la partita. Il gatto non si fa confondere: impara da loro, mi diceva don Mario, e aveva ragione, come sempre.










