In cammino verso la Marca gioiosa (I)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Il primo è un episodio della vita di Gervasio di Tilbury (Gervasius Tilleberiensis, 1155 – 1234), liberamente tratto da Radulphi de Coggeshall Chronicon Anglicanum. De expugnatione terrae sanctae libellus. Thomas Agnellus De morte et sepultura Henrici regis Angliae junioris. Gesta Fulconis filii Warini. Excerpta ex otiis imperialibus Gervasii Tileburiensis, London 1875.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

Al cammino ascoltando storie allora. I racconti su Arelate serpeggiavano tra un carro e l’altro. Ad Arelate il maresciallo dell’Impero chiudeva un occhio, e anche l’altro, davanti a ogni nefandezza del vescovo. Il maresciallo era un anglico, un chierico di nome Gervasio: alla frequentazione dei cittadini preferiva la compagnia dei suoi libri. Altre compagnie aveva ricercato in gioventù.
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Quando


Quando sarà tutto finito, ci volteremo indietro, con un po’ di nostalgia. Penseremo alle cose belle della vita, a quel golfo visto dalla terrazza del paese, al tramonto che si portava via un segreto, allo sguardo del bambino che ti chiedeva il nome. Ci sembrerà strano andarcene così, senza saluti. Mio padre, quando partì con l’ambulanza, disse a mio fratello: dài un bacio a tutti. Ecco, dare l’ultimo bacio, sapendo che qualcosa resterà dopo l’addio, la partenza spogliata della tranquilla certezza del ritorno.
Quando ce ne andremo, però, avremo anche gli occhi conficcati nel futuro, pronti ad accogliere l’affidabile promessa del riposo. In fondo, la vita è un lavoro impegnativo, e a un certo punto ti chiedi: quanto manca alla pensione?
Sì, quando sarà tutto finito andremo alla pensione paradiso, dove il vitto è gratuito, e i cornetti non finiscono. C’è gente che ti tratta bene, che ti ama: sarà curioso sentirti amato da tutti quelli che incontri, come se la rabbia, l’odio, o il saluto negato, la parola maldicente, il giudizio temerario, non fossero che un ricordo sbiadito, da guardare con una certa tenerezza.
Quando saremo di là, sarà normale pensare a quelli che ancora si stanno arrabattando, che a quest’ora della sera mettono in fila parole come soldatini, sul pavimento freddo della casa paterna: scrivere è giocare con la guerra che in te combattono i dolori e gli squarci improvvisi di allegria.
Quando sarà tutto finito, riporremo il nostro esercito nella scatola blu, e finalmente Qualcuno scriverà, in fondo all’ultimo racconto, la parola pace.

Luigi Maria Corsanico legge Nazim Hikmet. 3

[youtube=https://youtu.be/TAWBMHO2BPw]

da qui

NÂZIM HIKMET
ANGINA PECTORIS (1948)
Traduzione di Joyce Lussu da “Tradurre Poesia” (1967)

Interpretazione di Luigi Maria Corsanico

Johann Sebastian Bach
Cello Suite No.4 in E flat major, BWV1010
4.Sarabande
Robert Cohen

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Dia-logos


I dialoghi sanno di miracolo. Sembra facile capirsi, ma ognuno ha un suo punto di vista, un’esperienza irripetibile, una serie di filtri che ne orientano, in un senso o in un altro, l’attenzione: speranze, paure, desideri. Eppure il rischio si corre, intravedendo un possibile guadagno, un incremento d’essere, un ampliarsi di orizzonti.
Se non dialogasse, che sarebbe l’uomo? Si scoprirebbe rinchiuso nel suo mondo con le idee ibernate, le parole logore, la convinzione che nulla possa esistere al di là del suo modo d’intendere la vita.
Invece no, ci proviamo, nonostante tutto: equivochiamo, litighiamo, ci togliamo la parola, ce la rendiamo a stento.
Il dialogo è battaglia, trappola, sorpresa: ti metti in discussione e affini le tue armi, sei costretto a scrutare più a fondo, a ipotizzare ostacoli, a misurarti con dubbi ed obiezioni, a farti togliere e a ricevere qualcosa. Finché ci si ritrova esausti e ci si guarda a fatica, come pugili all’ultima ripresa.
Dialogare è scommettere che oltre la mia idea, oltre la tua, c’è una realtà che in tanto si avvicina in quanto ci lasciamo trasformare dai botta e risposta, dalla mano che gesticola, dal tempo che passa e ci scolpisce come il vento le dune del deserto.
Ecco, siamo dune sotto il sole del Senso. In principio era il Logos; con Lui viene il dia-logos, la parola che passa, ferisce, uccide, risuscita in una formula più pura, rarefatta, miracolosamente comprensibile, appetibile, come un pane spezzato sulla tavola, prodigiosa, come un fiore sbocciato nel deserto.

Breve lettera dalla frescura_

Mi nascondo. Nel fondo dello Zorio, nel catòio più fresco ci possa essere. Per ciascuno il proprio è sempre il catòio più fresco, l’utero più sicuro per l’olio il vino il pane.
Fuori c’è tanto, tanto fuoco. Qualcuno, un maligno – non il Maligno -, ha inteso ucciderci ulivi e pergole, per uno sbenno una guardata un debito un affare perso.
Mio padre l’anno scorso l’aveva salvato il vicino confinante che ci gratta le armacìe per allargarsi; quest’anno abbiamo pulito al raso il campo, che ci puoi apparecchiare e mangiare.
Ma non sai se salvarsi dal selvatico sia il miracolo, perché anche un fuoco diventa selva danzante, perché neanche le case a grappolo possono essere difesa e nido.
Anche il nido muore con ogni albero.

108. Specialisti


Ogni tanto arrivavano notizie che suonavano come una conferma di ciò che da tempo sapevamo. Ma quello che più caratterizzava il clima del momento era un intimità maggiore col Signore, una coscienza che tutto sarebbe stato unito, assunto in Lui, trasformato in materia vivente, in molecole di amore: l’Eucaristia anticipava il mondo a venire, che si apriva al di là della barriera della morte, e che grazie alla Pasqua di Cristo si poteva vivere già qui.
Di fronte a una tale prospettiva, tutto il resto appariva scolorito: era questa la scala di valori che prendeva corpo nella nostra impresa, tutta giocata tra fallimento umano e gloria incorruttibile del Progetto eterno di Dio. Solo in questa luce diventava vivibile un contesto in cui prosperava l’esatto opposto della profezia: una visione materiale che tradiva sempre più la propria inconsistenza, e che pareva inaccessibile a qualsiasi istanza di rinnovamento. Ecco, allora, che i segnali di cui sopra si mostravano per quello che erano: un appello al cambiamento, un richiamo urgente a una revisione totale della propria vita. Serviva un cataclisma per smuovere le acque? Per convincere l’uomo che l’unico vero Dio non avrebbe potuto essere lui, anzi, che lui, di fronte a questo Dio, avrebbe avuto una sola chance realistica, cadere in ginocchio, implorando la salvezza? Come sempre, non restava che attendere, e noi, ormai, eravamo diventati specialisti dell’attesa.

La Legge


Il mondo è fatto così: d’inverno piove, d’estate c’è il sole. È vero che esistono, oggi, vistose anomalie, ma insomma: il bue muggisce, il cavallo nitrisce, non ci sono santi. Il fatto che la realtà funzioni così, e non altrimenti, continua a sembrarmi degno di attenzione. Si danno leggi che non possiamo ignorare, fuori e dentro di noi. Tutto sta a capire il loro senso, la loro direzione. Si è parlato tanto di teoria evolutiva, della sopravvivenza del più forte; nel nostro tempo, diversi uomini di scienza tendono invece a difendere il principio di collaborazione, preferendolo a quello antagonista. Mi sembra un passo in avanti decisivo: nell’essere tutto è collegato, ogni cosa corrisponde a un’altra, un meccanismo perfetto governa l’universo, altrimenti non staremmo qui a parlarne.
Contemporaneamente, ci accorgiamo di come, in questo quadro armonico, si aprano falle: terremoti, cataclismi cosmici, carestie, siccità, fenomeni più o meno disastrosi arrivano a sconvolgere il libero e tranquillo fluire dell’energia universale. C’è qualcosa che turba la pace, e che forse è ancora più visibile all’interno dell’uomo e della rete dei rapporti che costituiscono il suo mondo: conflitti, incomprensioni, odi, omicidi, guerre, stragi ed olocausti segnano la storia con una scia di sangue senza fine.
Qual è il segreto dell’ordine, del buon funzionamento di tutta la realtà, il principio affidabile che ispira ogni buona condotta, all’altezza del Progetto originario?
A chi gli chiede quale sia il comandamento più importante, Gesù risponde: l’amore per Dio, per se stessi e per il prossimo. Questa è la Legge, aggiunge subito.
Se la Legge è l’amore, vuol dire che tutto ciò che va in direzione dell’amore tiene insieme l’universo; tutto ciò che gli si oppone, invece, causa dissidi, catastrofi, la tragedia del male di cui arriva notizia ogni momento.
In fondo, come sempre, sta a noi scegliere di quale legge lasciar innamorare il nostro cuore.

Francesco Dalessandro legge Raffaela Fazio


QUEL NULLA CHE È TUTTO

 

Più invecchio e più il mito mi dà consolazione.

Aristotele

 


Ogni mito è il destino chiuso in un nome; è quando quel nome viene evocato che si dispiega come un candido telo sul quale la notte ricama i suoi gridi e i suoi silenzi. Fra il grido e il silenzio, il nome si palesa e rivela il suo senso nel momento in cui la voce lo risveglia. Continua a leggere→

Scommettiamo?


Per un momento, immaginiamo che tutti credessero in Gesù. A ben vedere, non è così impossibile. Ha insegnato l’amore, la speranza, la fiducia. Ha detto che la vita non finisce con la morte, che la bontà viene premiata, e la cattiveria è votata al fallimento.
Non pochi atei hanno intravisto in Lui una figura straordinaria: Nietzsche ha scritto che c’è stato, nella storia, un solo cristiano, ed è morto in croce. Sono famose le canzoni dedicategli da Fabrizio De André, culminanti nel coro finale della “Buona Novella”: “non posso pensarti figlio di Dio, ma figlio dell’uomo, fratello anche mio”.
Se tutti credessero in Gesù, il mondo sarebbe migliore. Solidarietà, pace, non violenza, diverrebbero realtà quotidiane; il pane si moltiplicherebbe e i malati sarebbero guariti. Tutto da guadagnare, a prima vista. Ma dev’esserci un anello che non tiene, perché, in fin dei conti, non sono poi tanti quelli che lo seguono davvero.
Pensa che ti ripensa, mi pare che una parte di responsabilità ricada sui credenti. Il peccato ha una sua bellezza, come ricorda Genesi: il frutto dell’albero del bene e del male era “bello a vedersi e buono da mangiare”. Come rinunciare a tanto allettamento? Solo imbattendosi in qualcosa di più bello. Agostino d’Ippona, santo e genio, ha stabilito una volta per tutte che la fede è desiderio. Finché non desidera il bene più del male, l’uomo ignora la proposta di Cristo: chi glielo fa fare?
Non resta che invitare i credenti a mostrare la bellezza di Dio, il fascino irresistibile dell’essere cristiani. Qualcuno in più ci crederà. Scommettiamo?

Aprire la mente


di Riccardo Ferrazzi

Agli albori del terzo millennio, dapprima in forma di dubbio, poi con sempre maggiore convinzione, giornali e tv comunicarono al pubblico una notizia sconvolgente: la scienza è in grado di spiegare sì e no il 5% della realtà, tutto il resto è semplicemente sconosciuto.
Come gli antichi romani all’annuncio della disfatta di Canne, scienziati e opinione pubblica reagirono con animo virile: nessuno parlò di catastrofe, nessuno intonò il mea culpa. Gli scienziati cominciarono a parlare di “materia oscura”, l’opinione pubblica si dispose ad attendere fiduciosamente la spiegazione di cosa fosse questa nuova materia. Continua a leggere→

Due bocche


Se l’uomo ha due occhi, un naso, una bocca, ci sarà un motivo. Due bocche avrebbero fatto comodo, magari: se in una i denti si fossero cariati, avremmo masticato con l’altra. Per i dentisti ci sarebbe stato più lavoro. O forse meno?
Qualcuno ha dichiarato che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Dio non sarebbe d’accordo. Ne aveva progettato uno senza malizia, violenza, dominio di un essere sull’altro. Il paradiso terrestre è qualcosa da considerare attentamente: l’idea di Dio è sempre la migliore.
C’è chi, però, ha qualcosa da ridire. Il mondo vuole farlo lui, pensare che sia così o così. Un giorno, forse, farà un uomo con due bocche e con tre occhi, di cui uno dietro la testa. Come mai Dio non ci ha pensato? Forse perché, nel paradiso terrestre, non c’era bisogno di guardarsi le spalle. O forse, meglio ancora, per insegnare a fidarsi, a credere più in qualcun altro che in se stessi, come fa il bambino.
Pensando al mondo, a volte, mi commuovo. Vedo che Dio ha fatto buona ogni cosa, ma noi siamo portati, quasi eroicamente, a rovinare tutto. Forse perché c’è un nemico. È quello che dice la parabola della zizzania: un nemico ha fatto questo. Il bello di Dio è che fa esistere il Nemico, gli lascia spazio, lo lascia lavorare. Poi arriva uno e dice: Dio non esiste, perché, se esistesse, non permetterebbe questo male.
È difficile capire l’amore, quella cosa che dà la libertà di contraddirti, e a volte di ucciderti. Se Dio non avesse amato, non sarebbe morto in croce. Il grido di liberazione – Dio è morto! – è dunque l’atto di fede più appassionato e convincente nella sua esistenza amante, talmente potente da risorgere ogni volta. Con un bocca sola.

SUL TAMBURO n.49: Adam Vaccaro, “Seeds (Semi)”

Adam Vaccaro, Seeds (Semi), selected, edited, translated and Introduced by Sean Mark, New York, Chelsea Editions, 2014

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di Giuseppe Panella

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Da molti anni, Adam Vaccaro conduce una ricerca attenta, sofisticata e puntuale su un’idea di poesia che lo contraddistingue e alla quale si è consacrato con risultati eccellenti: da La vita nonostante (Milano, Studio d’autore, 1978) a La casa sospesa (Novi Ligure (AL), Joker, 2003) la sua attenzione di poeta è stata concentrata su una serie di nozioni teorico-psicologico-esistenziali culminanti nell’idea di adiacenza poetica, idea che presuppone la condivisione espressiva di sentimenti ed esperienze che si fanno realtà concreta nel momento in cui vengono trasformate in parola viva e senza ulteriori mediazioni. Al centro del pensiero poetico di Vaccaro, allora, si trova questa nozione-chiave che indica la condivisione di una tendenza, di una capacità di cogliere le radici di ciò che è presente senza sterili tradizionalismi o rivendicazioni del passato ma alla luce di un impegno di redenzione del futuro. Scrive Sean Mark nella sua utilissima introduzione alla raccolta, un saggio dal titolo emblematico di “Accendere segni”. Sulla poesia di Adam Vaccaro:

«Spendiamo qui qualche parola per spiegare un concetto chiave della poeta vaccariana, quello dell’“adiacenza”. Rinunciando alla pretesa di un’adesione stringente alla Cosa (evento, esperienza o oggetto d’indagine filosofica che sia), la parola poetica può solo aspirare a collocarsi nella sua prossimità (ad-jacere), e da questa prossimità ne può raccogliere le sensazioni, percezioni ed immagini che, insieme, costituiscono la nostra esperienza di mondo. Atmosfere, suoni, parole, fonemi e il linguaggio, anche scarno e frammentato, tendono ad approssimarsi il più possibile all’evocare la Cosa, o un particolare paesaggio, scenario o esperienza: adiacenze che colgono una molteplicità di percezioni» (p. 12).

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La pioggia


Capisci l’importanza della pioggia se c’è la siccità. Fino ad allora te n’eri lamentato: che seccatura! L’ombrello, il fastidio di bagnarsi in ogni caso. E che tristezza! Vuoi mettere un bel cielo azzurro, che comunica allegria anche quando i pensieri cattivi annebbiano la mente.
È un criterio generale. Ci lamentiamo dei preti, ma quando un moribondo invoca l’unzione degli infermi, ne cerchiamo anche uno scalcagnato.
Facciamo di tutto per girare al largo dal tipo sgradevole, quello con la voce chioccia e la tendenza alla polemica, ma quando ci dà l’informazione che solo lui conosce, lo vediamo con gli occhi di chi ha ricevuto un beneficio.
La suocera neanche la saluti, ma quando sua figlia – tua moglie – ti lascia perché ne ha fin sopra la punta dei capelli, diventa una risorsa a cui ti pieghi persino volentieri.
Tutto ha un rovescio: se prendessimo l’abitudine di sospendere il giudizio, di lasciare che la faccia nascosta delle cose arrivi a palesarsi, forse la vita sarebbe meno amara.
Che in origine sia stata orientata proprio a questo? Che il senso riposi nella sintesi di due elementi, come se ogni realtà unilaterale celasse una falla, una mancanza, una parzialità fatale per la lettura dell’essere?
Da quando ho compreso che significhi, concretamente, che Cristo è vero Dio e vero Uomo, la mia vita è cambiata. Unirsi a Lui vuol dire entrare in contatto con la nostra umanità e ritrovarsi guariti dalla sua divinità. Significa essere se stessi, come Lui ci ha immaginati.
Capisco meglio, da allora, la pioggia, i preti, le persone sgradevoli, le suocere. Li vedo, nello stesso tempo, con gli occhi di un uomo e gli occhi di un Dio.

L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 6

 

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Malombra, Antonio Fogazzaro (1881)

In uno spettrale castello sulle rive di un lago lombardo vive, segregata dallo zio Cesare d’Ormengo, la marchesa Marina di Malombra. Per caso Marina viene in possesso di una lettera scritta da sua nonna Cecilia, anch’ella segregata dal marito, come punizione per essersi innamorata di un giovane ufficiale di nome Renato. Marina finisce per identificarsi con Cecilia e rivive la tragedia della sua morte. In un lento ma progressivo stato di allucinazione, la marchesina comincia a credere di essere la reincarnazione della nonna. In preda alla follia ucciderà lo zio e lo scrittore Corrado Silla, che di lei si era innamorato — credendolo la reincarnazione di Renato.

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I tre porcellini


Le fiabe finiscono, ma fino a un certo punto. Prendiamo quella dei tre porcellini: emancipati dalla madre, che li invita a diventare autonomi, si costruiscono tre case con materiali diversi: paglia, legno e mattoni. Come andrà a finire, si capisce dall’inizio, anche perché la fiaba è copiata dal Vangelo: il discorso della montagna termina così, con costruzioni adatte o meno a sostenere gli imprevisti.
Ma è chiaro che la storia potrebbe continuare: anche una casa di mattoni, infatti, può crollare, soprattutto in tempi in cui le profezie – se non, addirittura, le ipotesi scientifiche – prevedono l’impatto con la Terra di pianeti con orbite impazzite. In tal caso, i più esposti sarebbero ancora i porcellini, ossia coloro che proseguono imperterriti a condurre una vita materiale, quella che, in un modo o in un altro, va a sbattere contro il muro della morte, a cui non c’è rimedio, come recita il detto.
Ma, visto che abbiamo parlato di Vangelo, la storia potrebbe ulteriormente evolversi, perché il messaggio di Cristo consiste proprio nel credere in qualcosa capace di abbattere la barriera della morte, di mettere in comunicazione con un mondo rinnovato, in cui Dio può salvare da tutto, persino da un cataclisma apocalittico. Dunque, la differenza non starebbe più nel costruire una casa tanto solida da chiudersi al pericolo esterno; al contrario si tratterebbe di aprire uno spiraglio, lasciando entrare un principio di vita che non muore, inattaccabile dal lupo, qualsiasi maschera decida di indossare.
Il Vangelo, dunque, è più ottimista delle fiabe, anche se il tema che trattano è comune: il lieto fine non sta nel chiudere la porta a un pericolo incombente, ma nell’aprirla a Dio, che è più forte di qualsiasi aggressore, compreso il lupo apparentemente invincibile che chiamiamo morte.

Uomo – di Blas de Otero

Nel corpo a corpo, con la morte lotto,
e chiamo Dio sull’orlo dell’abisso.
Quel suo silenzio è denso di boato
che soffoca la voce nel vuoto inerte, fisso.

Dio, se devo morire, la mia voglia
è che – di notte in notte – tu sia desto
udendo la mia voce alla tua soglia,
clamante graffio all’ombra e buio pesto.

La mano innalzo, mentre la incateni.
Gli occhi sbarro, sacrifici vivi.
Ho sete ed ogni spiaggia è presto sale.

L’umano, con l’orrore a piene mani.
Essere – e non essere – eterni, fuggitivi.
Ancora angeli con ali di catene.

***
Ripropongo una mia traduzione (con modifiche) di un sonetto di Blas de Otero (Bilbao 1916 – Madrid 1979). Segnalo, altresì, l’ampia voce sullo stesso sulla versione spagnola di Wikipedia.

Sguardi


Può accadere di sentirsi soli. Non che non s’incontrino persone, le presenze abituali della quotidianità: famigliari, colleghi di lavoro, i contatti che attraversano la vita e con cui non sempre si sa essere sé stessi. Anzi, se ne torna spesso col sentore d’aver perso qualcosa, senza, magari, saper dire cosa.
Resta una fame di essere, sempre più intensa, sempre più insaziata.
Poi, un bel giorno, guardi il volto di Gesù, davanti a te, con gli occhi che sembrano cercarti: non ti impongono nulla, sono solo una proposta discreta, delicata, attenta a non violare la tua libera adesione. È lì: e tu non credi che ti stia guardando, che sia il Gesù che percorreva le strade della Palestina predicando il Vangelo, guarendo i malati, chiamando Zaccheo arrampicato sopra l’albero, assicurando al paralitico, calato dal tetto, il perdono dei peccati, conversando con la donna al pozzo di Sicar.
Sei certo di essere indegno della sua attenzione, che il suo potere sia attratto da altre cause, ben più importanti della tua. No, non sta guardando te, anche se sembra, anche se tutto lascerebbe sospettare che voglia convincerti che se è appeso lì, se hai deciso di piazzarlo di fronte al tavolo di studio e di preghiera, no, non può essere un caso, ma una sua precisa, eterna volontà.
Allora, all’improvviso, ti lasci persuadere: chiudi gli occhi, cominci a sentire le sue mani posate sulla testa, sei uno di quelli che ha incontrato per la strada, nei campi, nelle sinagoghe scalcinate, e provi un senso di pace, come se i suoi occhi, il suo tocco, cambiassero qualcosa, come se, per la prima volta in vita tua, potessi dire “io”, “tu”, e avessi ritrovato, per miracolo, la tua vera, fino ad oggi incredibilmente ignorata, identità.
Solo da allora, ogni persona che incontri non è più un pretesto per sentirti solo, ma un’occasione per essere te stesso, riflesso, finalmente, nella luce mite del suo sguardo.

Premio nazionale di letteratura rurale “Parole di Terra”

Premio nazionale di letteratura rurale “Parole di Terra”

Regolamento IV Edizione (2017)

  1. Pentàgora edizioni (pentagora.it) e l’Associazione Culturale Parole di Terra promuovono il Premio Nazionale di Letteratura Rurale PAROLE DI TERRA – quarta edizione, da assegnare a opere inedite in lingua italiana dedicate al mondo rurale e alla cultura contadina, con due categorie di premiazione:
  2. a. Premio Parole di Terra per la letteratura rurale (da 150.000 a 400.000 caratteri spazi compresi), aperto a opere di narrativa, saggistica, memorialistica e a raccolte di racconti. Sono considerate inedite anche le opere stampate senza codice isbn;
  3. b. Premio Parole di Terra per racconti brevi (entro 15.000 caratteri spazi compresi).

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Luigi Maria Corsanico legge Nazim Hikmet. 2

[youtube=https://youtu.be/DB_GBWj9Kbc]

da qui

NÂZIM HIKMET
Anche questa mattina mi sono svegliato
Berlino, 1961
da Poesie d’amore, 1965
Traduzione di Joyce Lussu

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich
Cello Concerto No.1, 2nd movement
Fotografia di Remus Tiplea
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Anche questa mattina mi sono svegliato
e il muro la coperta i vetri la plastica il legno
si son buttati addosso a me alla rinfusa
e la luce d’argento annerito della lampada
mi si è buttato addosso anche un biglietto di tram
e il giallo della parete e tre righe di scritto
e la camera d’albergo e questo paese nemico
e la metà del sogno caduta da questo lato s’è spenta
mi si è buttata addosso la fronte bianca del tempo
e i ricordi più vecchi e la tua assenza nel letto
e la nostra separazione e quello che siamo
mi sono svegliato anche questa mattina
e ti amo.

Diapositive


Era come veder scorrere le diapositive: mio padre che mi trascinava nella polvere, a Stigliano, perché lo zio Michelino, come al solito, mi aveva accusato di qualcosa; la maestra Battistoni che spiattellava a mia madre, nel negozio, il mio inconfessato quattro in matematica; l’ingresso nella classe sbagliata, dove tutti indossavano il grembiule nero e io ero l’unico scemo col grembiule bianco. E ancora, la fuga dopo aver preso in giro Otello, il commerciante calvo che aveva appena indossato il parrucchino; la fulminea aggressione di Domenico Ippolito durante una partita, senza che gli avessi fatto nulla; gli occhi a palla dell’ottimo D’Autilia, che voleva essermi amico contro il mio volere; le mani sporche d’inchiostro di Vincenzo Cerere e la stilografica che gli invidiavo, come fosse una reliquia di valore inestimabile.
La nostra vita è in onda sullo schermo della storia: un film che vedremo tutti insieme, prima o poi, senza spirito di rivalsa o antagonismi, ma come una lezione su come fare i conti con sé stessi.
Quando seguiremo ogni pensiero, ogni parola, ogni gesto, succedersi scena dopo scena sotto lo sguardo amorevole di Dio, sentiremo, nel profondo dell’anima, il taglio di una lama, e capiremo davvero cos’è bene e cos’è male. Allora piangeremo, rideremo, s’infrangerà ogni antico e arrugginito meccanismo di difesa.
L’ultima diapositiva sarà la nostra scelta tra lo schermo luminoso di Dio e quello oscuro, logoro, cadente del Nemico, in cui si precipita per sempre nella tenebra, rinunciando a ogni possibile rigurgito di amore.
Allora tutto – Stigliano, Michelino, la Pelikan verde e nera di Vincenzo Cerere – sarà, per i secoli dei secoli, il nostro inferno, o il nostro paradiso.