Inesorabilmente


Sai quando ti prende la nausea e non ne vorresti più sapere? È la peak experience alla rovescia, l’apice dell’assurdo umano, il massacro gratuito che a qualcosa, certamente, servirà, ma sul momento non ne afferri il senso. Cosa fare, in casi come questi? Il rimedio è volare più alto, toccare la bellezza che rovescia il mondo, e immunizza da qualsiasi contagio del male che ti assedia. A poco a poco, si apre uno scenario nuovo: cominci a capire le contraddizioni, a servirti del metro di Dio. La prospettiva del Signore ha qualcosa che manca a qualsiasi altro sguardo sulla Terra: è esente da interessi, vive del bene, dona senza calcolo. Questa è la bellezza. Più la guardi, più la verità s’impone con l’evidenza dell’essere-secondo-Dio. Senza bellezza, il mondo ha i giorni contati; con lei ogni cosa, inesorabilmente, è quello che dev’essere.

104. L’attesa


Il tempo faceva maturare l’anima e gli eventi, mettendoci in contatto col profondo, disposti ad accogliere, ormai, la sofferenza inevitabile legata a quell’impresa. I segni di ciò che ci aspettava erano sempre più evidenti, e una volta di più ci stupivamo del fatto che tanti non vedessero, o fingessero che tutto restasse come prima. Avevamo esaurito la vena polemica montante di fronte ai casi di rimozione più sfacciati. Volenti o nolenti, ci eravamo adattati alla presenza delle due fazioni indicate dalla Emmerich: posizioni opposte e irriducibili da accogliere com’erano, evitando d’innescare drammi che sarebbero andati ad aggiungersi a quelli già incombenti. L’impeto, l’enfasi, lasciavano il posto alla tenerezza e alla pietà, come se l’unica chance realistica fosse porre ogni cosa ai piedi del Signore, lasciandogli l’onere e l’onore di parlare e di agire, nei suoi modi imprevedibili. Lo Spirito emergeva dal di dentro, strattonato come sempre, ma propenso a vivere soltanto della divina volontà. Ogni giorno era un passo verso l’agognata epifania: tutte le profezie pendevano dal chiodo dello scadere del famoso centenario, in cui il piano diabolico avrebbe distrutto, da una parte, e spalancato, dall’altra, una breccia nel muro che celava il trionfo del Cuore immacolato di Maria. Attendevamo, imparando da Colei che don Tonino Bello aveva definito, per l’appunto, la Vergine dell’Attesa, la Donna capace di aspettare.

La fabbrica delle storie


Di quel viaggio ricordava parole, sensazioni, eventi, alcuni dei quali gli causavano un’acuta nostalgia. Ne aveva percorsa, di strada, da quei giorni: era cresciuto, nell’anima e nel corpo; il suo raggio d’azione si era esteso, in seguito al successo di un’impresa in cui, non a caso, la fantasia aveva un ruolo dominante.
Si era sempre occupato delle favole, anzi, adesso ne scriveva.
La sera, poco prima di andarsene a dormire, si sedeva davanti al tavolino ingombro di libri e si lasciava conquistare da una storia, che emergeva dal tablet come fosse evocata da una voce sconosciuta, eppure così intima da trovarsi confusa, spesso, con la propria.
Quell’esperienza, si accorgeva, tornava a fecondare la sua vena: la rosa, l’aereo nel deserto, l’uomo che ascoltava i suoi discorsi – prima distratto, poi sempre più travolto dal fascino della sua semplicità -, erano il seme morto nel tempo che portava finalmente frutto.
Quei dialoghi, quei riti, quegli incontri, tessevano la trama delle fiabe nate dal nulla, nelle sere d’estate, quando il giorno rifiutava di finire e la notte veniva cancellata da un tramonto eterno.
Non era più il piccolo principe, ma il principe cresciuto, e comprendeva che solo il ricordo di quei giorni lo aiutava ad accettare una maturità desiderata e temuta al tempo stesso.
La saggezza ineffabile delle parole della volpe, l’originalità degli asteroidi visitati, il cuore spezzato del suo amico, gli permettevano d’essere e mostrarsi come il Principe Adulto nel Pianeta delle Fiabe Inesauribili, estratte dal tesoro dell’eterna memoria dell’amore.

Un viaggio, di Riccardo Ferrazzi


Perché ho l’impressione che la mia vita stia tutta in un viaggio da Madrid a Salamanca? Ho fatto avanti e indietro da tanti posti ma quello è l’itinerario che più di ogni altro mi ricorda il gioco dell’oca o la caccia al tesoro: un percorso disseminato di stazioni ognuna delle quali dovrebbe contenere un significato che però non si lascia afferrare con facilità. Forse perché non c’è? Continua a leggere→

Quello che c’era da capire


Lo chiamavano scemo. In effetti, spesso, sembrava non capire. Ti guardava in un modo che metteva il nervoso, perché gli occhi riflettevano ogni volta la medesima domanda: mi ripeti? Ma nessuno aveva voglia di ripetere. Lui se ne andava tristemente, rassegnandosi al fatto che non c’era chi accettasse di scandire le frasi con più calma, articolando le parole suono per suono, fonema per fonema. Il suo era un tempo parallelo, ignorato da tutti, poiché l’ansia la faceva da padrona, allora come ora.
Tentò il suicidio: avrebbe voluto ingurgitare una grande quantità di un farmaco potente. Ma fu lento: la madre se ne accorse, e lui se la cavò con una lavanda gastrica e un rimprovero angosciato. Da quel giorno, togliersi la vita gli parve impegnativo, o forse si era solo spaventato troppo, all’appressarsi della morte.
Alla fine, chissà come, sposò una donna ricca, più grande di lui, che lo accolse in una casa lussuosa. Intraprese una vita da nababbo, con auto prestigiose e vacanze in alberghi a cinque stelle.
Spargendosi la voce, si notò un cambiamento nel modo di fare della gente: ora tutti, incontrandolo, sembravano meno frettolosi, gli parlavano a lungo, volentieri, ripetendo più volte le medesime frasi, completandole con gesti, disegni, materiali didattici. Sembrava felice.
Nessuno credette ai propri orecchi quando giunse la notizia che si era gettato, una mattina, dal tetto della villa. Provarono a lungo a rianimarlo, replicando all’infinito le parole, le grida, fino a perdere la voce. Ma lui non si riprese.
Morì lentamente, quasi per comprendere bene cosa stesse succedendo. Un sorriso strano apparve sul suo volto, come se avesse decifrato il proprio desiderio più profondo, intercettando una voce che scandiva all’infinito: ti amo, ti amo, ti amo, e capendo, una volta per tutte, quello che c’era da capire.

SUL TAMBURO n.45: Diego Baldassarre, “Sinopie segrete”

Diego Baldassarre, Sinopie segrete, Falloppio (Como), LietoColle Editore, 2016

_____________________________

di Giuseppe Panella

.

Una sinopia è, nel linguaggio tecnico dei percorsi storico-artistici, il disegno preparatorio di un affresco, la sua fase iniziale che però si perde e si annulla nell’opera finale al momento della realizzazione compiuta di essa. Senza di essa, tuttavia, e senza la traccia lasciata sull’intonaco preparato per la pittura, l’opera pittorica non avrebbe corso e forse non avrebbe neppure senso.

Le “sinopie segrete “ del titolo alludono evidentemente al segreto corso della poesia, alla traccia nascosta che collega parole e immagini nell’ordito dell’ispirazione lirica.

Allude, tuttavia, anche e soprattutto alla mano del poeta che traccia linee di passaggio che collegano i suoi sogni e le sue emozioni alle parole designate per definirle e poi comunicarle a chi è in grado di accettarle e assimilarle come tali. La “sinopia segreta” del titolo allude probabilmente a questa necessità di produrre parole e versi che passano attraverso situazioni, spesso minime o non necessariamente significative come accadimenti, ma capaci di segnare e produrre impercettibili graffi sulla superficie verbale della realtà.

Continua a leggere→

Tarli


E se non fosse vero? Se volesse ingannarmi?
Il tarlo s’insinua facilmente, è più forte dell’atto di fiducia, perché asseconda i sistemi difensivi, l’abitudine a far vincere il peggio, come ci fosse qualcosa che spinge verso il basso: a pensar male, diceva il divo Giulio, s’indovina sempre.
Giorno dopo giorno, accumuli sospetti, contamini col dubbio prima un rapporto, poi l’altro, e l’altro ancora. Ti ritrovi da solo, incapace di parlare anche con te, perché il prossimo tuo è come te stesso, e se diffidi di lui, finirai con l’auto diffidarti.
Che fare? ti chiedi. È semplice: comincia a invertire la rotta, a credere ogni volta che saresti tentato del contrario. Cos’hai da perdere? Negando la fiducia, smarrisci il bello e il buono della vita, sprofondi nel livore che nutre la tua ulcera, rinunci a vivere, perché in mancanza di fede non c’è vita.
Ma puoi ricominciare: il vero Io ti aspetta, come un bambino che crede alla promessa del papà, anche se tarda.
Fidarsi è dire a satana che hai deciso di cambiare strada: non c’è bisogno di aggiungere che seguirai Gesù, del diavolo è meglio non fidarsi, è il principe dei tarli.

L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 5

 

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Il maestro di Vigevano, Lucio Mastronardi (1962)

Il maestro è un mi… E’ un mi…», il maestro chiama gli alunni a completare la frase. «Il maestro è un mi… E’ un mi…» . «E’ un missile!», rispondono i ragazzi in coro, con la loro ingenua sfrontatezza. E il maestro strabuzza gli occhi: «E’ un missionario! E’ un missionario!».

Il maestro di Vigevano è più noto per l’interpretazione che ne ha dato l’attore Alberto Sordi che per Lucio Mastronardi, autore dell’omonimo romanzo. Grazie alla comicità grottesca del film, moltissimi conoscono le vicende del maestro Mombelli senza aver mai letto il libro. La stessa sorte – pur con esiti letterari diversi – di tanti personaggi della letteratura.

Continua a leggere→

La Punta della Lingua

La Punta della Lingua 2017

Walter Siti e Antonella Anedda alla 12^ edizione del poesia festival

dal 2 al 9 luglio ad Ancona e in trasferta a Casa Leopardi

si parte da Bologna, con la prima e unica sfida poetica italiana online

8 giorni di festival, 40 ospiti italiani “italieni” e stranieri, musica dal vivo, proiezioni, tributi a Bob Dylan e Leonard Cohen, reading e incontri in 10 location

Una vacanza poetica in riva al mare, nei boschi del Parco del Conero e in monumenti secolari.

Homepage

Il punto


Ti scrivo da un luogo di cui ignoro qualsiasi coordinata: è in cima a una collina, a strapiombo sul mare. Non so neanche come sia riuscito ad arrivarci, o chi mi ci abbia portato. A dire il vero, mi accorgo di aver dimenticato molte cose, tra cui il mio nome. Ma il tuo l’ho ben presente.
Forse è un vantaggio non rivangare più il passato, percepirsi liberi da errori e fallimenti. O forse mi illudo soltanto di non avere più di che rimproverarmi: l’essenza della vita è riconoscere umilmente la propria identità, senza ipocriti perfezionismi.
Da qui si vede bene l’orizzonte, la fine che non è una fine: come il giorno, che sembra esaurirsi e invece continua nella notte, nei sogni, che per me, nella presente condizione, sono l’unica chance di ritrovare un frammento di memoria; per sapere, ad esempio, se sono interessato a te, o è una forma di compensazione di quello che ho perduto e temo di non poter mai più ricuperare. Ciò che mi collega alla realtà è il filo tenue della nostra relazione, l’idea che da qualcosa si debba cominciare e che l’io sia questo ponte sospeso sopra il nulla, da cui mandiamo baci, o grida angosciate come appelli impossibili da udire.
Oggi ho maturato una certezza: qualcuno mi ha portato qui; dunque, un senso ci dev’essere. Per la prima volta sperimento la fiducia del bambino, che non mette in discussione il volere dei propri genitori.
La collina, per me, è un simbolo a due facce: può rivelarsi un cimitero silenzioso, in cui ombre furtive accumulano fiori che presto appassiranno; o il luogo da cui, finalmente, si vede il punto da cui tutto nasce, invece di finire.

Incontro


Certe volte era tentato di dirgliene quattro: si faceva un film con le parole giuste, i gesti adeguati, l’intonazione perfettamente consona al momento. Si guardava allo specchio, faceva le facce, era quasi tentato di prendere con forza, per un braccio, la sua immagine riflessa. Sì, sarebbe stato il gesto decisivo, quello che scioglie i nodi più intricati, che arriva alla fine di una lunga, infinita incomprensione: tutto sembra perduto quando, a un tratto, ecco che il volto si illumina, il corpo si protende, l’anima si affaccia sulle labbra per spingersi fuori, in un assalto fermo e irresistibile. Nessuno l’avrebbe fermato, l’impeto avrebbe sbaragliato le ultime, fioche resistenze, e tutto, all’improvviso, sarebbe apparso diverso: il cielo estivo, il gatto sdraiato sulla panca, il manifesto del concerto di Bach, con il coro del duomo.
Il giorno in cui s’incontrarono, non accadde nulla: ognuno pronunciò le solite parole, disegnò gli stessi gesti nell’aria, riprodusse in modo meccanico le pause, le smorfie, l’andirivieni delle mani.
Ma qualcosa era cambiato: le prove allo specchio non avevano raggiunto il suo interlocutore, ma avevano toccato lui, cambiando per sempre il cielo d’estate, il gatto sulla panca, il concerto di Bach e qualsiasi altro segno di vita sulla Terra.

“I LEONI D’ORO”, CLASSICI PER RAGAZZI

I leoni d’oro

Classici della letteratura per ragazzi da tutto il mondo

Carroll, Goethe, Tolstoj e Vivanti i primi quattro autori della nuova collana

diretta da Livio Sossi per la casa editrice Lisciani

 

Teramo, 20 giugno 2017. Nasce I leoni d’oro, una nuova collana di classici della letteratura per ragazzi. Lewis Carroll, Wolfgang Goethe, Lev Tolstoj e Annie Vivanti sono i primi quattro autori della collezione di libri illustrati diretta da Livio Sossi per la casa editrice Lisciani.

La collana. Classici della letteratura celebri, sconosciuti, dimenticati o mai tradotti in Italia danno vita a una collana di libri per ragazzi pensata per far scoprire ai più giovani l’incantesimo della lettura: è questo l’obiettivo dei Leoni d’oro, la collana varata dalla casa editrice Lisciani con la direzione di Livio Sossi, fra i massimi esperti in Italia di letteratura per l’infanzia.

Si parte con un quartetto d’assi che racchiude in sé il senso dell’intera collezione: sono infatti Lewis Carroll con Alice dei piccoli, Wolfgang Goethe con La fiaba del serpente, Lev Tolstoj con Il tonto alla ventura e altri racconti e Annie Vivanti con Il viaggio incantato a inaugurare una biblioteca che spazia tra epoche e paesi per offrire ai giovani lettori (a scuola come in famiglia) un viaggio nella fantasia, lungo un itinerario capace di raccontare i grandi temi della vita tra scenari favolistici e fiabeschi. Continua a leggere→

Nessi


Mi piace contemplare i gabbiani. Hanno un modo di muoversi curioso: si guardano in giro come uomini, sicuri di sé, perfino prepotenti, perché attaccano i piccioni per un pezzo di pane o di biscotto. Sono anche violenti, quando infliggono colpi di becco micidiali nel momento in cui meno te lo aspetti. Se non esistessero, il mondo non potrebbe sopravvivere: avrebbe nostalgia di quelle ali impeccabili, bianche come lenzuola ripassate sotto il ferro da stiro. Se non ci fossero i gabbiani, non ci sarebbe il mare: l’hai mai visto un mare in cui non planino o si posino un momento, in cerca di cibo? Non ci sarebbe acqua, quindi, né vita: la storia sarebbe solo un sogno che svanisce da svegli, quando non sai più se sei a casa o in qualche posto del mondo dove hai passato la notte per lavoro. I gabbiani hanno questo di bello: se li vedi, non puoi fare a meno di seguirne il movimento, come fosse di vitale importanza conoscere la loro direzione, perché senza di loro il mondo non esiste. Non ci sarei neanch’io, a cercare d’intuire in quale modo le ali, bianche come pagine, proveranno che sempre, nell’amore, tutto è collegato. È il motivo per cui se sei qui, a leggere quello che ora ho scritto, è un miracolo che mai finirà di stupirti, di stupirmi.

Ricordare Liu Xiaobo

Ho pubblicato questa poesia di Liu Xiaobo sei anni fa – quando si sperava ancora che il poeta e premio nobel per la pace potesse, un giorno, essere liberato.
Infatti, ieri o l’altro ieri, ha lasciato la prigione. Non come uomo libero però, ma con un tumore in fase terminale. Senza, così sembra, alcuna speranza.
Ripropongo la lettura della sua poesia che è la lettura della sua persona.
Voglio anche ricordare che in questi giorni, precisamente il 7./8. 7, ad Amburgo si svolgerà il vertice del G20, dei potenti di questa terra. Ottimo occasione per stringere ancora più forte le nostre intime relazioni eco-politiche con la Cina, un regime totalitario che, per nulla diverso dalla Germania nazista, commette i suoi crimini contro l’umanità sotto la luce del sole che vuol dire alla visti di tutti.
Probabilmente, in questo intreccio perfido di esclusivamente interessi economici, siamo coinvolti tutti quanti.
Basta controllare le etichette dei vestiti che abbiamo addosso!

Per Liu Xiaobo – e per tutti colore di cui non conosciamo nemmeno il nome! – vivere significa morire.

http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2011/03/liu-xiaobo1.jpg”>

Il poeta cinese Liu Xiaobo è l’unico premio nobel per la pace al mondo, tutt’ora in prigione.  Co-autore della “Charter 2008”, un manifesto a favore della democratizzazione nel suo paese, nel 2009, Liu Xiaobo è stato condannato a 11 anni di prigione. Ovviamente gli fu impedito dalle autorità cinesi di andare a Oslo per la consegna del premio.

L’unico caso paragonabile nella storia è quello del giornalista  e pacifista tedesco Carl von Ossietzky ( 1889-1938) , impedito dal regime nazista a ricevere il premio a Oslo nel 1936. Due anni più tardi, von Ossietzky muore a Berlino in seguito ai maltrattamenti e la tortura subita in vari campi nazisti.

“Writers in Prision” , un organizzazione internazionale che si occupa di scrittori e poeti in tutto il mondo, detenuti in prigione per motivi politici, ha lanciato una campagna per la liberazione immediata di Liu Xiaobo.

Si propone la lettura pubblica della  sua poesia Tu mi attendi insieme alla polvere il giorno 20 marzo come atto simbolico. In questi versi, il poeta presta la sua voce a  tutti coloro che non hanno la libertà di parola e che, anzi, per le loro parole non gradite dai tanti regimi dittatoriali nel mondo, rischiano di pagare con la propria vita.

Come membro di “Writers in Prison” ho deciso di tradurre – e fare tradurre –   la poesia di Liu Xiaobo in più lingue possibili. Voglio precisare che tutte le traduzioni si basano sulla traduzione in inglese della poesia. Si tratta quindi di traduzioni libere. Sarà un atto filologicamente non del tutto corretto, ma, spero, giustificato dallo scopo…

Vorrei ringraziare di cuore a  tutti i traduttori che hanno risposto alla mia richiesta e invitare altri lettori ad aggiungere una traduzione nella loro lingua!

L’attività verrà segnalata a  “Writers in Prison” (London) e al “ Internationales Literaturfest Berlin” . Disse lo stesso Liu Xiaobo che  in un sistema dittatoriale, campagne pubbliche come questa , a volte, sono l’unico mezzo per  fare pressione sui regimi in questione.

E, purtroppo, al mondo ce ne sono ancora tanti.

Stefanie Golisch Continua a leggere→

La visita


Se un extraterrestre approdasse sulla Terra, avrebbe molte cose da ridire. Noterebbe subito la mancanza di cordialità, l’antagonismo, l’atteggiamento difensivo diffuso un po’ dovunque. Perché questa paura? Perché tanta mancanza di condivisione? Si meraviglierebbe della freddezza nel compiere riti che dovrebbero invece rallegrare: le facce scure, l’aria depressa della gente chiusa nel tempio, l’indifferenza fra un tavolo e l’altro in ristoranti e trattorie, l’assenza di saluti negli auditori e negli stadi. Proverebbe a interrogare i passanti, chiederebbe, che so: come stai, o cosa c’è di bello nel tuo mondo. Ma la risposta sarebbe un silenzio sospettoso, un’alzata di spalle, un inarcamento rapido di sopracciglia, che direbbe assai più delle parole. L’extraterrestre, allora, vorrebbe raccontare qualcosa di sé, cercherebbe di suscitare un interesse, un desiderio di contraccambiare la visita di cortesia. Parlerebbe di luoghi in cui la gente si ferma a conversare, a scambiarsi pareri, ricordi, sensazioni. Tenterebbe di contagiare un entusiasmo, un inizio di sana emulazione, la speranza di cambiare, non tutto in una volta, ma almeno un poco al giorno. Alla fine, gli individui, i capannelli, la folla, lo prenderebbero di peso, trascinandolo all’uscita della loro malinconica città e lo appenderebbero a un palo, come monito per qualunque extraterrestre cui saltasse in mente l’idea balzana di venire qui. Molti rimarrebbero stupiti di non vederlo più sospeso in alto, il terzo giorno; si chiederebbero come sia possibile sparire in questo modo. Poi, con un’alzata di spalle, tornerebbero a guardarsi di traverso, a ignorarsi, a farsi dei dispetti da nulla, ma sempre fastidiosi.

William Merritt Chase, The Young Orphan

di Roberto Plevano

Era nel salone del piano nobile di Ca’ Pesaro. Forse fu concepita in un luogo così, e se non fu un salone, allora una calle nei pressi del canale, o un campo in un giorno di nuvole. Perché col sole l’intera città scintilla come un occhio febbricitante, ma è quando il cielo è coperto, e soprattutto al crepuscolo, che Venezia riceve quei lunghi raggi di luce riflessa che danno luccicanza al bianco e rosa dei marmi, ai morbidi grigi dei masegni, e non si spengono.

Qualcosa di questo brillio riluce nel fondo degli occhi della giovane donna del quadro. È uno sguardo che arresta.
Continua a leggere→

E se


E se Abramo avesse detto no, di fronte alla richiesta di uccidere suo figlio, se Mosè si fosse rifiutato di affrontare di petto il Faraone, se Davide non avesse voluto diventare l’uomo secondo il cuore di Dio, se Maria si fosse ritirata da un progetto troppo grande e impegnativo, se Paolo di Tarso avesse urlato “basta!” a tutto il dolore della sua missione, se Antonio, Francesco, Ignazio, Teresa, Teresina, Rita, Caterina, avessero cercato un’altra strada, più comoda, più gratificante, se tutto l’amore del mondo, la capacità di sacrificio, la rinuncia al proprio tornaconto, insomma, se avesse prevalso, sulla Terra, soltanto la nostra volontà, ebbene, oggi non saremmo qui: la catena di generosità, le mille forme del verbo dare si sarebbero esaurite, il moto della vita si sarebbe bloccato, proprio come rischia d’incepparsi ora, come se un corpo estraneo stesse per piombarci addosso, un pianeta alieno, un asteroide, in cui si rapprendesse tutto il male del mondo, l’affetto negato, l’onestà dimenticata, la giustizia ignorata, il bene soffocato dall’unico obiettivo reputato degno e conveniente: godere, possedere, dominare. E allora: grazie ad Abramo e a Mosè, a Davide e a Maria, a Paolo e a tutti gli uomini e le donne che chiamiamo santi, e al Santo dei Santi, che ancora una volta costruirà la sua arca di salvezza per chi gli dirà “sì”, con la sua vita.

SPIGOLI VIVI, di Daria De Pellegrini

spigo

Pubblichiamo alcuni testi, di grande valore, di Daria De Pellegrini, dalla raccolta “Spigoli vivi”, uscita da poco presso le edizioni di Interno Poesia, con la prefazione di Franca Mancinelli.

*

abito pensieri bassi e bui come
queste stanze dalle finestre piccole
dove a dicembre il sole, occhieggiando
strabico tra cataste e magazzini,
viene a dire che abbandono e polvere
sono impudica e prematura resa.

*

neve, non molta. Quel tanto che basta
per non uscire a spalare. Aspettare qualcuno
che non verrà. O altra neve, sicura prima
di sera. Il pettirosso vola nervoso dove
erano torsoli sul mucchio dell’umido.
Lui sa allontanare anche i corvi.
Alla finestra io fantastico
che finiscano presto
cibo legna e gasolio.

*

nella casa chiusa da decenni
tornerò per godere la paura
tra il fumo della stufa e il buio
delle stanze tutt’intorno alla cucina,
tremando che gli oggetti fedeli
a chi li amò e a me del tutto ostili
mi faranno tanto male quanto
un coltello può su una tendina lacera

*

l’aldilà come un presente
eterno di bambini orfani,
ognuno per proprio conto intento
a giocare con i lego,
mattoncini di una vita
da montare e rimontare,
e se di qua si chiude
da dementi di là si godrà
nel gioco qualche azzardo
e non sarà l’inferno ovvio
del piangere e rimpiangere
su dolori dispetti e dispiaceri