Inerzia #6: l’ambiente arabo e il grande Avicenna

di Antonio Sparzani

statua di Avicenna nell'Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

statua di Avicenna nell’Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

Nel prologo generale ai Racconti di Canterbury che Geoffrey Chaucer, una volta smesso il mestiere di controllore delle dogane, scrive nel 1387, viene presentato, tra i variopinti personaggi che formeranno la compagnia di pellegrini che durante il viaggio a Canterbury raccontano i racconti, un Doctour of Phisyk, un dottore in medicina cioè (ricordo che ancor oggi, in inglese, physician è il medico, non il fisico), esperto di ogni arte di guarigione e attento anche alla propria salute, grazie ad una dieta “nutriente e digeribile”. Per comprovare la sua dottrina, Chaucer non esita ad elencare i maestri che “ben conosceva”, il cui repertorio suona così: Continua a leggere→

Due o tre cose che (forse) non sapevate su Babbo Natale (replay)

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E’ cosa risaputa che i post non si debbano mai ripetere… eppure i libri vengono ristampati, i film e le serie televisive vengono ritrasmesse e, soprattutto sotto Natale, c’è una generale tendenza alla ricerca di qualcosa che abbia fatto parte dell’anno precedente. Per chi allora l’anno scorso l’avesse perso, o per chi vorrebbe che anche quest’anno gli fosse ricordato, vi ripropongo “due o tre cose che (forse) non sapevate su Babbo Natale“, augurandovi una buona lettura, delle serene vacanze e ovviamente tanti ma tanti regali da Babbo Natale (o da chi per lui)…

Tutto è cominciato con la mia compagna che mi chiedeva se mi ricordavo i nomi delle renne di Babbo Natale. “Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet…” ha detto, “e poi?”
Avevo appena finito di cucinare. Erano le 9.30 di sera. Fuori pioveva. La mia compagna era riuscita ad addormentare nostro figlio dopo due lunghe ore di discussioni, trattative, letture e domande su Babbo Natale.
“I nomi delle renne?” ho ripetuto assumendo quella cognizione di causa che tutti i padri devono avere quando si tratta di questioni riguardanti i propri figli.
‘Perché’, stavo pensando, ‘hanno dei nomi?’
Mi ha guardato. La mia Continua a leggere→

L’Europa di Gabriella Sica: lo sguardo dei poeti su di noi

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Gabriella Sica, Cara Europa che ci guardi (1915-2015), Roma, Cooper, 2015

di Marco Zanier

Quanto è presente Petrarca nel suo libro sull’Europa? Questa domanda, che mi è venuta in mente troppo tardi, avrei voluto farla a Gabriella Sica a Villa Celimontana a Roma, il giorno di una prima presentazione, al “Festival della letteratura di viaggio”, del suo ultimo libro Cara Europa che ci guardi (1915-2015), edito da Cooper. Continua a leggere→

19. L’esito

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Aveva cominciato anche lei a collezionare albe. La sue erano aurore cittadine, piene di macchine e case, spalmate su prati che ricordavano la steppa di certi scorci della Palestina: il nostro era un esodo in via di compimento. Tutto tendeva a quella lama di luce che squarciava il nero della notte, della vita, la speranza accesa all’improvviso nel nostro cammino faticoso, nel male dell’amico che lottava col cancro, nel timore dell’altro di vedere affiorare dal nulla un esito fatale, dalle analisi fatte in fretta e furia. Era l’unico spiraglio che si apriva nella nostra relazione, sospesa sul nulla come il ponte dello Spirito Santo, da cui continuavo a scattare le mie foto, la finestra del salone da cui adesso scattava le sue, in un intreccio di luci rosse e azzurre: la traccia di un sole senza l’ansia di sorgere, abituato com’era da millenni a compiere quel giro, ignaro del groppo di paure e speranze che il moto generava. Collezionisti d’albe: chi l’avrebbe mai detto? Affondati nella notte della prova, guardavamo al volto di Cristo come all’unica luce concessa al nostro oscuro ritrovarci, sempre nello stesso punto. Ma ora sapevamo che no, non era più lo stesso: erano ore tenebrose che avanzavano verso l’esito certo, lo spettacolo del cielo che ancora una volta si sarebbe riempito di colori.

“LA CONSOLAZIONE DELLA POESIA”

Intervista di Giovanni Agnoloni

cop_antologiaHo avuto il piacere di intervistare Federica D’Amato, curatrice dell’antologia La consolazione della poesia (Ianieri Edizioni, 2015), cui hanno partecipato i poeti Antonio Bux, Sonia Caporossi, Alessio Di Giulio, Francesco Iannone, Valerio Nardoni, Giuseppe Nibali e Bernardo Pacini. Il volume è corredato di una postfazione di Giuseppe Munforte.

1) Il tema della ferita e quello della consolazione sono al centro di questa antologia poetica. Si tratta di due poli opposti o complementari? E in che modo l’ideale “spola” tra essi viene pilotata (o seguita) dagli autori?

Affinché una ferita venga incontrata, attraversata e abitata nella sua capacità di rivelarci a noi stessi, credo sia necessario rinunciare non al nostro bisogno di consolazione, ma proprio al suo contrario ovvero all’idea che non vi sia consolazione praticabile per la nostra dolorante umanità. E la spola di cui lei giustamente parla è proprio la dimostrazione di una consolazione possibile, in cui la poesia – mezzo tra i mezzi – mimeticamente si perde. Ed è un bene che così sia. Il movimento, dalla ferita alla dimenticanza della ferita, è la consolazione, e gli autori presenti in antologia in tal senso sono in cammino, proprio perché incapaci di pilotare qualsiasi méta, ma solo in grado di farsi viandanti, di porgere il fianco. Continua a leggere→

Vivalascuola. Gli Asini 29. Asocialità del sociale

E’ uscito il n. 29 de Gli Asini (settembre/ottobre 2015), rivista di educazione e intervento sociale diretta da Luigi Monti che unisce riflessione teorica e pratica didattica. In questo numero c’è una interessante dialettica tra gli articoli dedicati all'”asocialità del sociale”, che dà il titolo alla rivista, e alcune esperienze di insegnamento “ecologico” all’interno del dossier “A scuola sotto gli alberi”. Vivalascuola propone l’indice della rivista e il resoconto di un incontro di Luigi Monti e Giacomo Pontremoli con Alfonso Berardinelli, che parla della sua formazione e del suo rapporto con la scuola. Continua a leggere→

IL TERZO SGUARDO n.50:

Rossana Cavaliere, Leonardo Sciascia e le immagini della scritturaRossana Cavaliere, Leonardo Sciascia e le immagini della scrittura. Il poliziesco di mafia dalla letteratura al cinema, Pisa, Felici, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Leonardo Sciascia è stato tra gli scrittori italiani più importanti del Novecento quello che è stato maggiormente prediletto dai registi e dai produttori cinematografici. Quasi tutta la sua opera romanzesca è stata trasferita sullo schermo sia al cinema che in televisione, con risultati spesso pregevoli e importanti (anche se talvolta non graditi dall’autore stesso che ne parlò, in relazione alla loro uscita, in termini poco elogiativi1). Inoltre l’aspirazione di Sciascia sarebbe stata quella di diventare egli stesso un cineasta anche se tale desiderio non si sarebbe potuto realizzare mai. In uno scritto pubblicato poco prima della morte e poi rifluito in Fatti diversi di vita civile e letteraria2, il valore dell’esperienza e della scrittura cinematografica andava al di là del puro e semplice “piacere dello spettatore” per divenire una vera e propria metafora della conoscenza.

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Giorgio Caproni. Un mancato incontro

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di Augusto Benemeglio

1. Villa Pamphili

La prima volta che vidi Giorgio Caproni fu circa trent’anni fa, a Roma (“enfasi e orina… Non è il mio ambiente, manca il paesaggio industriale a me tanto caro, manca il porto, mancano le navi”), in via Vitellia, strada che costeggia le mura di Villa Pamphili, dove vissi gran parte della mia infanzia e ogni anno tornavo, anche da lontanissimo, per venire a trovare la cara “zia Rina”. Continua a leggere→

18. Albe

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Da un poco di tempo a questa parte fotografavo albe. Era un’attrazione irresistibile, un richiamo che a quell’ora variabile, ma esatta, mi risucchiava sul ponte dello Spirito Santo, a inquadrare lo sfondo ora sgombro di nuvole, ridotte a pochi strati diafani, sottili, che prendevano un colore rosso, o rosato, o giallo oro; ora cosparso, invece, di grigi e bianchi affastellati, gettati quasi a caso su una tela in cui spiccavano un cedro dalle larghe braccia pelose, l’appendice in cemento del Santuario antico, il camminamento angusto e quasi rettilineo che portava alla torre del primo miracolo. E poi, naturalmente, i colli, punteggiati di luci bianche e rosse, come un presepe d’altri tempi, o avvolti in una nebbia fina, che ne faceva un paesaggio irraggiungibile: il sogno radicato, nel profondo dell’uomo, di trovare uno scenario nuovo, sorprendente, che rivelasse, tutto in una volta, il senso della vita. Ecco, forse era questo il moto interiore che mi spingeva a uscire dalla stanza, entrare in ascensore quasi in stato di trance, passare davanti alla cappella, affacciarmi col fiato sospeso per puntare lo sguardo sullo sfondo sempre uguale, eppure sempre diverso. Sì, adesso mi era chiaro: ero stato trasformato in un collezionista d’albe, un messo del cielo che scrutava ogni segno, ogni traccia del futuro che si stava avvicinando.

La borsa

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di Beppe Mariano

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16.

Impugna il manico della borsa, come se impugnasse una spada: le vene della mano si
evidenziavano per la tensione. Una lieve perlinatura essudativa la ricopre. Un dito rompe
l’allineamento con gli altri, in modo appena percettibile.
Controlla l’orologio, scorge davanti a sé un impedimento non previsto, reagisce strattonando la borsa, ma subito s’irrigidisce, come se i battiti del suo cuore gli perforassero la mano.
Con il sangue in emulsione scruta la borsa. Si tratta d’una borsa nera, in similpelle, ben capiente, con cerniere laterali, simile a molte altre.
Rinfrancato, riprende il suo passo rapido. Il manico della borsa scorre dal palmo della mano ai polpastrelli e viceversa.
L’impugnatura ora s’allenta, si astrae, diventa infantile… Continua a leggere→

Roberto Piperno, Andare per giorni

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Roberto Piperno, Andare per giorni, a cura di Plinio Perilli, Edizioni Tracce, 2015

di Rosa Salvia

Siamo memoria /accumuli di esperienze selezionate / da imprevedibili / incontrollati istinti di piacere / e di sopravvivenza / di incomprensibili paure / con istanti di ragionevoli certezze / anche i rifiuti del passato / infanzia nascosta e il Nove di Av / ci guardano e ci riconoscono / parte di sé / immagine più completa / della nostra persona / che si trasforma all’istante senza mai perdersi. (Da Esseri, 2010) Continua a leggere→

La terra o il testimone, di Francesca Tini Brunozzi

Tini Brunozzi e Perfumo
Intervista di Elisabetta Perfumo per La poesia e lo spirito

Dopo il felice esordio nel 2007 con il libro Frau (Edizione Torino Poesia), la poetessa Francesca Tini Brunozzi, vercellese ma di origini umbro-lombarde, torna a una raccolta di liriche con Mi è testimone la terra (edito da Barbera di Siena) che è un vero e proprio poema in cui l’impostazione potrebbe addirittura rammentare l’ormai classica Antologia di Spoon River dello statunitense Edgar Lee Masters. Continua a leggere→

17. Il suo Volere

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Gli eventi: coltivavamo la parola come si coltiva un sogno. Intorno a noi, apparentemente, tutto continuava come prima. La gente prendeva la realtà così com’era, come fosse ineluttabile che le cose andassero in quel modo: ma sotto c’era un segno, un filo d’oro, invisibile agli occhi, che Dio tesseva con pazienza, potendo vedere le cose da molto più lontano, e più vicino. Ogni preghiera era diretta a questa meta, dopo tanti giri; ogni problema trovava qui la propria soluzione, in eventi preordinati da sempre, che avrebbero mostrato, contro certa teologia contemporanea, che il Signore agisce nella storia. La coscienza di ciò infondeva in noi  una calma sovrumana, come fossimo sicuri che qualunque cosa succedesse – una guerra, una catastrofe – non avrebbe potuto intaccare il Progetto che stava per attuarsi, che aveva impresso il senso a ogni parola e ad ogni gesto, e avrebbe finito col convincere anche quelli che lo avevano osteggiato: col sarcasmo, l’ironia, l’indifferenza, o l’alzata di spalle di chi segue solo il corso delle cose umane. Mangiavano, bevevano, si sposavano, c’è scritto nella Bibbia: finché Dio si rivelò con potenza, e ogni carne fu costretta a mettersi la mano sulla bocca, contemplando in silenzio il suo Volere.

“SE UN ALTRO GIORNO ESISTE”, DI VIERI TOMMASI CANDIDI

Recensione di Giovanni Tortelli

SE_UN_ALTRO_GIORNO_ESISTE_1In un tempo indefinito, in un luogo imprecisato del pianeta, un manipolo di uomini e donne lotta, soffre e s’incammina per scampare a morte certa e per sperare in qualcosa che non sia il presente. Sono queste le coordinate volutamente sfuocate che fin dall’esordio attanagliano il lettore del nuovo romanzo dello scrittore fiorentino Vieri Tommasi Candidi (Se un altro giorno esiste, Cicorivolta editore – 2015, pagg. 315).

Storia semplice e tanto più credibile; personaggi vissuti ancor prima che creati grazie alla naturale ricchezza introspettiva dell’Autore; dialoghi essenziali ed efficacissimi che determinano forse la migliore qualità del romanzo e che ne scandiscono il ritmo vigoroso; sequenze incalzanti che non lasciano il tempo a toni blandi; messaggio di sintesi chiaro e univoco. Continua a leggere→

Ci devi pensare tu

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Sei un bianco occidentale di circa trent’anni nel corpo di un nero di dodici che vive a Mogadiscio. La Storia ti è stata riassunta nel briefing iniziale: colonialismo, dittatura, guerra civile, pirati, carestie, condizioni socio-economiche, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle, la tua istruzione, le tue prospettive, il tuo presente, ora, adesso, quando tutto questo comincia. Poi, se vorrai, potrai approfondire il resto con calma, nel tempo – e di tempo ne hai – perché in Africa non ci sei nato e non ci sei cresciuto, non l’hai neppure mai vista, l’Africa. Ma non è questo il punto.
Il punto è che la Storia è una storia vera, e che il bambino è un bambino vero, e che la sua famiglia, i suoi amici, i suoi Continua a leggere→

Inerzia #5: La rottura di Giovanni Filopono.

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Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ‘ngegno,
ma più tosto la memoria.
(Leonardo da Vinci)

Torniamo ancora indietro, perché il sentiero sul quale desidero condurvi è tortuoso assai, come tutti i sentieri che in qualche modo inseguono il filo della conoscenza che la nostra specie crede di accumulare un po’ alla volta sul mondo che la circonda. E invece è assai raro che davvero accumuli, il più delle volte cambia, trasforma, raffina, abbandona e rinnova completamente. Vorrei farvi tornare alla prima vera rottura nella riflessione su questa faccenda dell’inerzia, tradotta in questi termini: perché i proietti continuano ad andare avanti anche quando li lasciamo e non toccano più la nostra mano? Voglio dire la prima vera rottura rispetto alla dottrina aristotelica che per secoli nessuno si sognò di contestare. Continua a leggere→

alcuni inediti

quartine da “Anime di carne”, inedito

112.
Senza timore dei venti dell’inverno
piantavano giardini in occidente
d’aranci e di limoni nel millennio,
materia di luce tra le mani, come niente.

113.
Con la moneta corrente di un paesaggio
i morti ci ripagano, non vanno,
anzi, ritornano qui altrove nei paraggi,
sul monte dietro il tetto, nel secolo e nell’anno: Continua a leggere→

Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano

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Tredicesima lettera

Giovanni,

Che senso hanno queste lettere che continuiamo a scriverci? In certi momenti mi sembrano così assurde. Eppure senza quasi consapevolezza mi trovo a cercare le parole. Forse queste sono il setaccio delle nostre esistenze. Forse leggendole speriamo di trovare una ragione accettabile per tutto quello che abbiamo scelto di condividere. Che su queste pagine si scriva una storia la cui trama sia priva di contraddizioni, di incongruenze, di ombre. Ma mi domando se noi potremo mai essere i lucidi spettatori delle nostre vicende? Temo proprio di no. Noi non riusciremo mai a conquistarci questo sicuro approdo, le nostre parole non ci trasformeranno da mostri in lucidi e lontani osservatori del dolore. Questa volta per noi non c’è scampo. Continua a leggere→

16. Futuro

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Come Dio volle, l’amministratore della mia ex parrocchia partì per altri lidi. Al suo posto venne un prete che già conoscevo, più vicino ai criteri di don Mario e più incline ad ascoltare. Restava in sospeso una serie di domande: sarebbe stato accolto lo spirito autentico della nostra storia? Avrebbe lasciato, il nuovo pastore, che la Provvidenza continuasse a operare, come sempre, prima dell’ultima, tormentata interruzione? Nel frattempo, s’era messo in moto il solito giro di persone a cui della comunità poco importava, ma che pure erano sempre in prima fila. Pensai che prima o poi avrei scritto un libro su queste amenità, per permettere alla gente di riflettere ed esigere un ritorno al Vangelo là dov’era messo in discussione.
Al Santuario l’attesa era spasmodica: il gruppo dirigente dilagava, convinto che nessuno avrebbe messo i bastoni tra le ruote. Le loro messe perdevano fedeli, ma ciò non li portava in alcun modo a correggere il tiro. Tutto sembrava tornare come prima, salvo in parrocchia, dove il lavoro avviato l’anno precedente dava frutti, grazie alla tenacia del parroco e del vice. Ormai mancava poco: macinavo ipotesi su ipotesi, facevo mentalmente l’inventario di ciò che avrebbe potuto scatenarsi da un momento all’altro. Avevo già fatto l’abitudine alla nicchia in cui m’avevano rinchiuso, e da cui uscivo soltanto per sortite estemporanee, come quando la TV ci intervistò riguardo al giubileo: interpellarono me, contrariamente ad ogni aspettativa. Intanto pregavamo, e il futuro ci veniva incontro, allo stesso tempo previsto e imprevedibile.