26. Porte aperte

torre
La mia capacità di resistenza era giunta al limite, all’ultima Thule, oltre la quale cominciava l’isteria, o la depressione. La domenica, per dire, avevano cercato di togliermi la messa delle otto, ma Dio vi si era opposto: il cellulare di chi avrebbe dovuto soppiantarmi non dava segni di vita e tutto era rimasto come prima. Passare il giorno del Signore a benedire auto non era il più ambito dei miei sogni, ma sentivo con chiarezza che dovevo offrire, vivere ogni cosa in compagnia del Servo sofferente. Ciò non impediva il perdurare di uno stato interiore esasperato, che affiorava a tratti, come se l’anima avesse bisogno di una tregua, uno spiraglio di speranza in mezzo a tante ambasce. Sapevo che la meta era vicina; entravamo nell’ultima settimana di passione, in cui sarebbero accaduti gli eventi che avrebbero cambiato il segno della storia: la piccola storia del santuario, ma anche quella grande dell’azione di Dio nel mondo intero. Scenari apocalittici si addensavano sulle nostre teste: un tempo simile a quello precedente il diluvio, in cui la vita scorreva normalmente, in apparenza, mentre a un tratto si sarebbe scatenato un cataclisma di dimensioni universali. Nel momento in cui pensieri come questi m’invadevano, mi sentivo in pace, convinto com’ero che il Signore ci avrebbe preservato da ogni specie di catastrofe. Pensavo alla curiosa situazione per cui, da noi, la Porta Santa c’era ma non c’era: si sarebbe passati sotto l’arco della Torre del primo miracolo, come se Dio non potesse né dovesse trovare alcun ostacolo – neanche un battente da spingere in avanti – alla sua volontà di rinnovare il luogo, trasformandolo in puro ricettacolo del Divino Amore.

25. Il Principio e il Fine

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Per dormire, c’è chi conta le pecore; per restare svegli, noi contavamo i giorni, le ore, i minuti. Sì, perché c’era il rischio di assopirsi, di smarrire la tensione buona che ci faceva anelare nel profondo alle ali che ci avrebbero salvato. Un tempo da riempire, dunque: la lezione, forse, era mettere dentro questo involucro non solo le nostre, incandescenti attese, ma le attese del mondo, di chi in quel giorno, in quell’ora, in quel minuto, gioiva o soffriva, si sentiva perduto o ritrovato, neonati e moribondi in un cosmo in continua evoluzione. Ecco che cosa eravamo: junghianamente, simboli della trasformazione, che partiva da noi e avrebbe finito col coinvolgere un numero crescente di persone, in un moto a cerchi concentrici sempre più vasti e popolati. Questo era il Progetto: mi commuoveva pensare alle sue origini, alla preghiera precaria fatta a tarda sera nella grotta di Elia, dove la statua agitava le braccine come a dire: ancora no, ancora dovete camminare, soffrire, trasformarvi, in un processo alchemico da cui il Signore avrebbe tratto l’oro prezioso dell’opera compiuta. In principio era l’amore, e tutto tendeva non soltanto a una fine, ma anche al fine, pensato dai secoli dei secoli. Archeologia e teleologia, l’alchimia della notte e del giorno che portava al miracolo ogni volta immortalato dal ponte dello Spirito Santo: l’alba di una nuova era, in cui tutto il dolore, la speranza, il faticoso e terribile cammino avrebbero trovato sbocco nello sguardo del Cristo, che creava e ricreava la nostra irripetibile avventura.

24. Un fiume carsico

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Quanto mancava all’esito finale? Un giorno, due giorni? Sarebbe accaduto in coincidenza con l’Epifania, la festa più adatta, sin dal nome, al balenare della gloria di Dio? Nella mia mente sfilavano ancora i personaggi cui la fantasia dei preti assegnava i nomignoli più strani: Polifemo, il Boss, il Grande Narcotizzatore, nomi leggendari che lasciavano intuire un sottofondo di potere non sempre ispirato all’onnipotenza dell’amore, quella del Padre che è nei cieli. Personalmente, cominciavo ad avvertire una specie di euforia: come se, ad un tratto, si dovesse realizzare un sogno tenuto troppo a lungo nel cassetto. Già immaginavo le facce piene di rabbia o di stupore, di gioia o di disappunto: una girandola di sentimenti seminati in ordine sparso, a seconda delle attese che albergavano nel cuore. Noi continuavamo a immaginare la natura degli eventi che avrebbero agito dall’esterno, in modo così rapido e efficace da mutare il corso delle cose: un avvicendamento nelle gerarchie? Uno scandalo improvviso? Un intervento ex cathedra del Papa, che avrebbe dato il via a un rinnovamento svincolato dalle sacche di interessi o intransigenze che ancora inquinavano la Chiesa? Di qualunque cosa si trattasse, pregavamo che avvenisse presto, per poter assaporare il gusto di una libertà perduta e ritrovata, l’orma e il profumo del Regno di Dio. Avevamo riacceso il desiderio in persone che attendevano con noi, nei travagli del parto, di poter contemplare il Progetto emergere a sorpresa, come un fiume carsico, travolgendo con potenza gli ultimi bastioni di difesa approntati dal maligno.

RECENSIONI POETICHE

recensione

di Max Ponte

Bentornati alla mia rubrica dedicata alle recensioni poetiche. La mia intenzione è quella di recensire tutto ciò che mi perviene in ambito poetico (novità ma anche libri trascurati degli ultimi anni), proposito che con lentezza cerco di rispettare. Fino ad ora, dal 2013, ho letto e analizzato 38 libri su LA POESIA E LO SPIRITO. La mia vuole essere una recensione che si mette dalla parte del lettore, per cui non sempre positiva, ma certamente costruttiva e comunque sempre rivolta alla singola opera e non all’autore.

Penso che sia un piccolo servizio per la poesia, un lavoro (del tutto gratuito e necessario) volto a creare un piccolo “filtro” davanti alla grande quantità di pubblicazioni poetiche. Continua a leggere→

In ricordo di Angelo MUNDULA (Sassari, 1934 – 2015)

Angelo Mundula (2)

Il 2015 si è portato via un poeta e un amico che resterà nel cuore dei molti che lo hanno amato, negli anni, a cominciare dallo scrivente: Angelo Mundula. E’ mancato il 28 luglio, ad 81 anni, era malato da tempo.

Qui, solo una breve nota per ricordarlo (ma si leggano altri interventi e post a lui dedicati) – certo che ben altro spazio gli sarà doverosamente dedicato – e per invitarvi a conoscerlo. Le sue poesie e suoi scritti, a dire il vero, raccontano da soli l’uomo e il poeta Mundula, come non sempre accade; la chiarezza è infatti cifra stilistica dell’autore, e della sua “ricerca infinita”, con riferimento al titolo del suo ultimo libro “L’infinita ricerca” (“Amo la chiarezza / nella vita e nel verso / questa doppiezza che / mi fa essere libero e leale / quando penso…”). Una ricerca aperta, profonda e inesausta, sia interiore sia rivolta al ricco e variegato mondo dell’attualità, della produzione letteraria e artistica. “Una singolare combustione di curiosità metafisica, passione, ironia, fede nella poesia, spessore metaforico, taglio colloquiale”, scriveva Pietro Citati. Continua a leggere→

23. Una precisa strategia

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L’anno volgeva al termine. In questo tempo era successo tutto e il contrario di tutto. Avevo celebrato messe piene di gente, contattato persone di tutte le categorie, suscitato speranze e attese che già faticavo a gestire in modo equilibrato. Poi, all’improvviso, il capovolgimento radicale: partito l’amministratore del Santuario, era riemerso il gruppo della vecchia guardia, deciso a rovesciare il segno all’operato precedente. Una continua umiliazione aveva segnato il ritmo delle mie giornate, facendomi sentire oggetto di vendette trasversali, regolarmente spinto negli angoli più bui e dimenticati. Ci misi un po’ a comprendere che tutto rientrava in una precisa strategia: per portare a compimento l’opera avrei dovuto spogliarmi di ogni orpello, lasciarmi ridurre all’essenziale per fare spazio totalmente all’Altro, concedendogli gli ultimi avamposti che tutt’ora mi stavo riservando. Il Progetto non riguardava solo noi, ma la realtà ecclesiale nella sua interezza, che non mancava di recalcitrare, criticando il Papa per le sue aperture, per le rampogne al basso e all’alto clero, per l’attitudine di misericordia e di perdono con i più lontani. Era in atto una battaglia tra le più violente nella storia della Chiesa: il demonio non aveva mai avuto un potere così forte, imperversava nel piccolo e nel grande, occupava ogni interstizio esposto alla sua azione, si insinuava e seduceva dovunque incontrasse riserve o resistenze. Nonostante questo, l’impresa si faceva strada, cominciava a illuminare qua e là la distesa delle tenebre, lasciava intravedere un’alba nuova, che appariva a poco a poco nello sguardo vigile dal ponte dello Spirito Santo.

don Mario

[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=SC4eReDhUiU]

da qui

Ma che ne sanno della nostra storia?
Tutti pronti a pretendere risposte,
Presenze di facciata, cartellini
Da timbrare, all’ora esatta. Ma noi due
Non abbiamo scadenze da onorare,
Siamo sospesi al filo dei ricordi,
Inseparabili, come tu fossi
Ancora in questo tempo, in questa stanza,
Unico al mondo, unico nel cielo
A parlarmi di Dio come Gesù.

22. Il giorno grande e terribile

isola
Il tempo non era mai passato così lento. Gli impegni erano tanti, le giornate ingolfate, le corse senza tregua, eppure si stava sempre lì, a una distanza che pareva incolmabile dalla fine del periodo di Natale. Pregavamo intensamente: lo stare davanti allo sguardo di Gesù era ormai diventato un’abitudine, un riflesso condizionato che ogni volta ci salvava dall’impazienza e la paura. Avevamo compreso sempre meglio che il criterio decisivo, in questa fase, era credere nella Provvidenza, come avevo imparato sul campo in trent’anni di vita con don Mario: Dio ci avrebbe sollevato su ali d’aquila, strappandoci agli eventi incombenti e avviando gli equilibri nuovi promessi ultimamente. San Giuseppe, il santo dell’amore provvidente, era il patrono da invocare, in quei giorni in cui qualunque passo si sarebbe potuto rivelare deleterio e sembrava di andare a tentoni in un tunnel oscuro e pieno di pericoli. Gesù mi confermava nel carisma della parresia, la parola forte che scuote, incurante delle critiche dei benpensanti e di gente senza scrupoli. Le omelie, in effetti, erano più circostanziate, intrise di una verità tanto abbagliante quanto scomoda. Qualcuno si stupiva di un parlare così chiaro: ma io gioivo nel corrispondere in tutto all’ispirazione del Signore, che toglieva il velo a ipocrisie e opportunismi, fino a denunciare ogni forma di furbizia, corruzione, avidità. Il velo si alzava sempre più, del resto, anche sulla natura della nostra relazione, che emergeva come un’isola affondata da secoli in un mare di timori e resistenze. Tutto convergeva verso il giorno grande e terribile, rovente come un forno, in cui il Signore avrebbe cominciato, finalmente, ad attuare il suo Progetto.

21. Il viandante

Emmaus
La campana suonò le diciannove. Il Natale era a sole cinque ore e io ero seduto nella stanza davanti all’immagine del Cristo, a interrogare il futuro che ancora non voleva palesarsi. Ero un monaco di un’altra civiltà, chino sul tavolo ingombro di libri, penne, appunti sparsi. Da un momento all’altro, nel silenzio surreale, sarebbe arrivata la notizia intorno alla quale avevamo sognato così a lungo. Mi perdevo negli occhi di Gesù, nella luce misteriosa che emanavano, come se a un  tratto dovesse arrivarmi una parola, un segno, la certezza che lui ci fosse in corpo, sangue, anima e divinità, come tante volte mi avevano insegnato. Solo fissandolo negli occhi trovavo il coraggio di presentarmi in campo, sentivo il cuore battere, infiammarsi, come in un sussulto di memoria, un’idea platonica, un archetipo che emergeva dall’inconscio. Capivo sempre meglio le parole di san Paolo: non sono più io che vivo; dove in quell’io si annidava il deposito di male proveniente dall’orgoglio, dal peccato, come se la vita prendesse la rincorsa e trovasse finalmente pace nella ormai necessaria conclusione: è Cristo che vive in me,  mi trasmette la forza di lottare, di credere, di esistere. Era l’immagine che prendeva il posto di qualsiasi altra figura nell’universo debole, ignobile, malato delle illusioni umane, la caparra del mondo nuovo che bussava alle porte come un mendicante, un pellegrino, il viandante straniero che un bel giorno ti si ferma accanto e racconta la tua storia.

Ungaretti: le città, la memoria e la carne

Ungaretti
di Augusto Benemeglio

Le città di Ungaretti

Giuseppe Ungaretti significa Alessandria d’Egitto dove nacque l’8 febbraio 1888 (“ Era burrasca, pioveva a dirotto/ in quella notte/ e festa gli Sciiti / facevano laggiù/ alla Luna detta degli amuleti”) e lì visse tutta la sua giovinezza, fino a ventiquattro anni. Il padre, Antonio, “che era un toro con i baffoni folti come Stalin”, vi era emigrato per i lavori al canale di Suez e zappando il fango del Mar Rosso contrasse una grave forma di idropisia che lo condusse alla morte a soli ventotto anni, “senza più un urlo, quando non gli rimaneva neanche quella forza”. Continua a leggere→

SUL TAMBURO n.10: Alfonso Cardamone, “Dell’entropia ancora. Versi”

Alfonso Cardamone, Dell'entropia ancoraAlfonso Cardamone, Dell’entropia ancora. Versi, prefazione di Marcello Carlino, Roma, Cultura e dintorni Editore, 2015

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di Giuseppe Panella

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Alfonso Cardamone ritorna alla poesia dopo Diario del mare (Cosenza, Pellegrini, 2011) con una nuova plaquette di versi scabri e accuratamente torniti come sassi lavorati da tormentose maree estive. L’entropia appare come allegoria di una condizione poetica (e non solo esistenziale) che lega la vita quotidiana di ognuno allo sforzo di ricavarne una plausibile (anche se impossibile) spiegazione che non sia banale o cursoria, accidentale o elusiva.

Scrive Marcello Carlino nella sua Prefazione, lucida e perentoria nella sua vocazione affabulatrice:

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Il tempo migliore

rose
di Maurizio Soldini

I lacci del freddo in angoli bui
fanno tremare gli zigomi e il vento
sferza da lontano un canto nel mento.

S’accende quel lume che spinge
il desiderio a dormire su lastre
di ghiaccio finché non assola.

Desolate le muraglie del cuore
a piatire passaggi di frontiera
senza diffondersi in sfumate chiuse.

Finirà l’inverno e fiorirà la rosa
e salirà nel cielo un inno d’amore
la gratitudine per il tempo migliore.

Carta da cioccolatini

[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=GJ5I0vpy1hU]

da qui

Cos’hai da festeggiare in questa notte
Uguale ad ogni notte
Di questo mondo sordo, muto e cieco?
Non basta dire: guarda che è Natale,
Né mettere le luci nella sala.
La festa è quando abbatti le barriere
Che hai messo fra di te e la vita vera.
Festeggia la vittoria sul tuo male
E allora vedrai bene anche di sbieco.

20. Briganti e cavalieri

cavalieri
Le gerarchie prendevano tempo: sembravano ascoltare, incasellare le notizie, accavallate come onde di un oceano sempre più agitato; ma poi finiva lì, come se appelli, moniti e dispacci, che piovevano ormai senza più tregua, cadessero in una specie di abisso senza fondo, un oblio prestabilito. Forse era questo che doveva accadere: un’ostinata indifferenza ad ogni tipo di messaggio, perché la luce del vero si rivelasse all’improvviso, abbagliante, precludendo qualsiasi via di scampo. Già li immaginavo con le facce preoccupate, a chiedersi l’un l’altro come mettere una toppa, come opporre un argine efficace alla frana dilagante. O forse operavano da tempo nel segreto, raccogliendo dati con pedante precisione, come monaci chiamati a salvare dal naufragio un’intera civiltà, vergando segni e disegni su pergamene inumidite dall’inverno. Bastava un dettaglio a rovesciare lo scenario: a dipingere l’immagine di un clan impegnato a difendere ormai l’indifendibile, o un drappello di santi cavalieri alla ricerca del graal dell’onestà, della fede, dello spirito. Non restava, ancora una volta, che aspettare, guardando gli occhi del Cristo che emettevano onde di fiducia su frequenze sconosciute, come se solo in quello sguardo ci fosse la risposta a ogni domanda che continuava a bussare al nostro cuore.

Lucetta Frisa. Ho tante albe da nascere (selezione di testi).

alba
I bambini si portano dentro una magia naturale. Giordano Bruno

Gli esseri umani, anche se devono morire, non sono fatti per morire, ma per ricominciare.
Hanna Arendt

Bello, bello, bello mondo, bello ridere di mondo in luce mattutina…
Mariangela Gualtieri

**

Pensa alla magia naturale dei bambini
e agli animali
al loro grande mondo nelle pupille.
Davvero l’alba ha un segreto
che si perderà sulla strada allontanandolo
con le parole;
ma ovunque resta il suo seme
dolente e invisibile.
Pensa a Giordano Bruno
incenerito per la visione di un mondo
al di là
visto solo da lui che l’ha toccato
con occhi carnali.
Chi apre troppo in fretta i nascondigli
brucia di febbre inumana
e in giro va appiccando roghi
di follia e meraviglie.

** Continua a leggere→

Le voci del Pretorio. Il romanzo epistolare di Angelo Ascoli e Pasquale Vitagliano. Una storia incredibile

tarr_pretorio_museo_05Settima risposta

Caro Daniele,

Adesso comincio a capire cosa è successo nelle ultime ore, negli ultimi giorni, negli ultimi mesi della vita di Rosaria. Conosco Giuliano Panti, certo. Lo conosco come tanti altri, qui a Milano. Non so se è migliore di te (e di me): so solo che è tutto quello che noi non siamo e, se vogliamo solleticare la nostra vanità, non è niente di ciò che non crediamo di essere. E’ chiaro perché Rosaria si è innamorata di lui: anzi, si era innamorata, come vedi non riesco ancora a tagliare il filo con lei. Così riesco ad immaginare te che convivi con il suo fantasma.

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Tanti Libri per le vacanze natalizie

libri per Natale
di Guido Michelone

Penso che il regalo di Natale bello, utile, dilettevole, per ogni età, sia ancora un buon libro: donare un volume alle persone amate – familiari, parenti, amici, colleghi – sia un gesto di altruismo, bontà, intelligenza, soprattutto quando si sceglie riflettendo sul valore delle opere nascoste tra gli scaffali di una libreria (o anche viaggiando on line), senza le facili lusinghe di strenne altisonanti, che il più delle volte si rivelano tanto costose quanto inutili. Continua a leggere→

Inerzia #6: l’ambiente arabo e il grande Avicenna

di Antonio Sparzani

statua di Avicenna nell'Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

statua di Avicenna nell’Ufficio delle Nazioni Unite a Vienna

Nel prologo generale ai Racconti di Canterbury che Geoffrey Chaucer, una volta smesso il mestiere di controllore delle dogane, scrive nel 1387, viene presentato, tra i variopinti personaggi che formeranno la compagnia di pellegrini che durante il viaggio a Canterbury raccontano i racconti, un Doctour of Phisyk, un dottore in medicina cioè (ricordo che ancor oggi, in inglese, physician è il medico, non il fisico), esperto di ogni arte di guarigione e attento anche alla propria salute, grazie ad una dieta “nutriente e digeribile”. Per comprovare la sua dottrina, Chaucer non esita ad elencare i maestri che “ben conosceva”, il cui repertorio suona così: Continua a leggere→