Rose bianche

Theodor Storm ( 1817-1888)

Weiße Rosen

1

Du bissest die zarten Lippen wund,
Das Blut ist danach geflossen;
Du hast es gewollt, ich weiß es wohl,
Weil einst mein Mund sie verschlossen.

Entfärben ließt du dein blondes Haar
In Sonnenbrand und Regen;
Du hast es gewollt, weil meine Hand
Liebkosend darauf gelegen.

Du stehst am Herd in Flammen und Rauch,
Daß die feinen Hände dir sprangen;
Du hast es gewollt, ich weiß es wohl,
Weil mein Auge daran gehangen. Continua a leggere→

Corpo di Resurrezione

Se ciò che è solido saprai dissolvere e ciò che è sciolto volatilizzare e poi il volatile fissare in polvere, avrai di che sorridere all’ignoto. Mio amico, chiudi le palpebre e guarda ciò che vedi. Se mi dici che non vedi nulla ti sbagli. Tu puoi vedere se superi la decoerenza, mi ha detto un fisico, ritorna in fase d’onda. Tu puoi vedere ma la tenebra della tua natura è purtroppo così vicina a te da ostruire la tua vista interiore al punto che non la riconosci. Continua a leggere→

Poesie di Luciana MANCO


(S. Motonaga, Untitled, 1962)

Mezzogiorno.

Piccoli tunnel di culle di boccioli e latte di rugiada sono mare a destra,
in righe di quaderno.
La prima parola, tracciata nella terra.
Vieni mezzogiorno a schiacciare di luce le altezze.
A infrangere di miele i tetti.
Vieni ad affamare le corse dei sognatori.
A scongelare le briciole nei campi. Continua a leggere→

FRATELLO METALLO [CASSE AL CLERO]

Chi canta prega due volte

[Sant’Agostino]

E chi – dice/decide/decreta la Musica del Miserere? Frate Cesare Bonizzi – awka: Fratello Metallo [http://www.fratecesare.com/], missionario Cappuccino, predica il Verbo [anche] dal palco: Gods Of Metal. E alla voce di Dio [e non solo: Ronnie James] si aggiunge: portavoce.

Buongiorno, padre Cesare.

«Pace e bene, figlio mio».

Perché si fa chiamare Fratello Metallo?

«È il mio nome d’arte».

E da quando un frate cappuccino ha il nome d’arte?

«Lo uso nei miei concerti di musica heavy metal». Continua a leggere→

Una nominazione eterna, di Maria Grazia Calandrone

Sono catrame e calce con la cassa e con gli abiti corrosi
da polveri d’amianto e le endorfine che mi fanno ridere da viva
con la cannella della gola esposta
come un vuoto tra i fiori
di incontenibile gioia
spinto da corpi
sotto i quali ribolle la terra e i rami secchi
che ho piantato da viva danno foglie di vite miracolose
come la gestazione di una regina
la trazione vitale dei soldati
del sangue su per la tavola del petto come metalli e mastodonti
ma tu piccola presa da pallore
ti orientavi
sul viso umano quando va per spighe
e una rosa gli ride sulla bocca.

Oh! gioia risate e tosse
come un dente di mandorla la notte
come un pozzo
nella stoppa agostana
tracima amore
su tutte le strutture che noi siamo o fiori
sul mondo eretto
per ricordare come una montagna splendente e muta
ricorda
con le ciglia stellate e la canzone estiva sulla bocca: per sempre
– una stella
di latte sulla bocca – per sempre
perché i microrganismi
del caglio hanno la forma del sole
nella canala delle acque scure
e tra armate di ulivi il girasole
del cuore e il compito
di staccare parola per parola la stella morta
dalla volta celeste del costato.

L’oblio dell’evento – di REB STEIN (A. D.)

Reb Stein – L’oblio dell’evento (1998)
(tratto da Il codice delle sabbie, di prossima pubblicazione)

                                            Dice lo straniero nel deserto: “Ogni cosa
                                         al mondo mi è nuova”. E la nascita del suo
                                                       canto non gli era meno straniera.

                                                                          Saint-John Perse

L’oblio dell’evento – I. Sul bordo di astri ombrosi

1.

Lingue notturne cumulano dal futuro macine di canti
per te che segui pupille non ancora cieche
sul bordo di astri ombrosi
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Monologo sull’Ambiguo [scuola di poesia 3:4], di Massimo Sannelli

L’ambiguità c’è quando «due elementi contrari costanti […] si scontrano dentro un’opera» (*Tre riflessioni sul cinema*, 1974) e dentro una vita. Gli elementi «costanti» fanno in modo che l’ambiguità sia un fenomeno duraturo o permanente, «dentro un’opera» o dentro una vita: tutto l’insieme, e per tutto il tempo, ne è investito. Continua a leggere→

Guglielmo APRILE “Nessun mattino sarà mai l’ultimo”

Pianeta sacro

Ogni singola vita non è che una nota
dell’unica sinfonia che risuona
nel cavo di una conchiglia, nelle basse
frequenze percepite dai radiotelescopi
e nei richiami che le orche si scambiano
misurando in banchi, anno dopo anno,
le acque dei due emisferi, per andare
ad amarsi al largo delle coste
del Labrador o della Terra del Fuoco: Continua a leggere→

Il futuro dell’Università

E’ difficile difendere l’Università. Le sue baronie, la sua ipertrofica offerta di corsi e corsetti di laurea per dare una cattedra, o almeno una predella, a figli e nipoti di.
E’ difficile difenderla quando uno studente si presenta puntuale davanti allo studio del docente all’ora indicata in bacheca, e non lo trova mai. E’ difficile. E’ difficile quando non si riescono ad avere spazi per la ricerca, per studiare, quando non si riescono ad avere i fondi necessari a garantire la fornitura della letteratura scientifica essenziale perché una università sia degna di questo nome.

Ma il Decreto Legge 112/08 non vuole correggere il sistema universitario pubblico. Non vuole introdurre principi di meritocrazia e di valutazione seria della didattica e della ricerca. Non vuole più aule, più spazi per lo studio, più postazioni internet gratuite. No. Lo vuole distruggere. Lo vuole privatizzare (attraverso le cosiddette Fondazioni), deprimere, umiliare.

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L’ospite incallito

[…] La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi,
nostra patria è una barca, un guscio aperto.
Potete respingere, non portare indietro,
è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata.

 

 

È il 13 Luglio. Sono sdraiato nella mia tenda e provo a continuare a leggere. Ma non riesco a concentrarmi, la mia mente è fissata su quella parete. La parete Rakhiot, su quel stramaledetto seracco in mezzo alla parete. In quella fascia di ghiaccio, che ci ostruisce la via di salita.
Un mese fa quando arrivammo al campo base, questa parete mi fece paura. Le foto invece, danno l’impressione che faccia parte del mondo delle fiabe. La parete vista da “Fairy Meadows” si erge con tutta la sua maestosità per 3 chilometri verso il cielo.
Ben 9 chilometri di placconata separano la vetta del Ganalo Peak ad ovest dalla vetta di Rakhiot ad est. Però sono le scariche di ghiaccio che mi procurano paura.
Sono appesi dappertutto su questa montagna, sicuramente già da secoli fanno tremare tutta la valle ed inducono la gente del paese ad avere rispetto e sacralità. Dal basso mi è parsa una montagna ostica, tanto da lasciarmi perplesso e scettico per tutto il periodo che siamo qui.

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lumina et semina (in valle d’Agrò) # 34 – 35

34.

La nudità del piede, del calcagno vizzo non conosce

se non il masso, i suoi secchi licheni.

Da Cristuri alla Fornace, a Pragò

l’occhio raccoglie il manto

di cui artefice è il merlo, o la ciaula,

con il seme malfermo nel becco.

La quercia roverella, il bagolaro, invadono

tutte le armacie dell’uliveto ch’era un monte

e un mondo, andato in una fiamma

non di roveto ardente, ma di sperpero deserto.

 

35.

Lumi, segnali, segni, signature,

semi di luce, sementi del chiarore

illùne, un’assenza nel guscio,

nella vagina asciutta della terra,

insediamo per verba gli atti

dell’ostinazione della presenza vana, liberiamo

lo sguardo, ammutoliamo con i nostri morti.

Provocazione in forma d’apologo 70

Per lunghi, lunghi anni abbiamo cinto d’assedio questa città, oggi espugnata. Io stesso, che ora son vecchio, venni qui che la prima barba mi spuntava appena; e vi trovai dei compagni che ci avevano speso la loro giovinezza, e senza mai lasciare l’impresa e il campo vi si erano fatti vecchi. Ma oggi, oggi la città è espugnata.
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Burma-Shave, Tom Waits


From: errepi
Subject: proposta finalizzata
Date: Sunday, March 21, 2007 8:36 AM
To: Pierpi
Pierpi,
Posso finalmente spedirti il manoscritto. In questi due mesi ho modificato parecchie cose e ridotto il numero di pagine.
Rispetto al nostro scambio di messaggi di dicembre, devo confessarti che ho tanti dubbi in più. In Italia si pubblicano troppe cose inutili, e la mia, temo, sarebbe una di più.
Quando avrai tra le mani l’opus, discuteremo del tuo… ehm… onorario.
Cordialmente,
Roberto Paranzo Continua a leggere→