
A metà febbraio
È a metà febbraio
che i merli iniziano
tra i vapori sulla terra rugosa
prima dell’alba a sorpresa
canti arricciolati gorgheggi
in sordina, prove
sotto tono,
loro, che sono così sfacciati.
Continua a leggere

A metà febbraio
È a metà febbraio
che i merli iniziano
tra i vapori sulla terra rugosa
prima dell’alba a sorpresa
canti arricciolati gorgheggi
in sordina, prove
sotto tono,
loro, che sono così sfacciati.
Continua a leggere


Venerdì 22 febbraio alle 18, presso la Libreria Odradek, via Principe Eugenio 28, Anna Maria Farabbi presenterà il suo ultimo libro. Frammentario di Carmela Pedone è idealmente un’opera a quattro mani, curata da Farabbi e pubblicata da LietoColle lo scorso ottobre, dopo la prematura morte dell’autrice. Partendo da Frammentario dialogherò con Anna Maria Farabbi sulla sua poesia, pubblicata in numerosi libri (tra i quali Adlujè e Abse, ed. Ponte del Sale). L’ingresso è libero, la zona quella di Viale Cenisio: MM5 (linea lilla, fermata Cenisio), autobus 69, 78, 91, tram 12.
Di seguito, anticipo la parte iniziale di un mio saggio inedito sull’opera di Farabbi e tre sue poesie da Abse.
(GM)
Continua a leggere

L’insegna in alto: LUNGODEGENZA.
Vengono qui dunque, vengono per morire.
E non scrivo da rue Toullier, Parigi…
Riconosco i primari, gli oncologi,
fanno carriera sui cadaveri.
L’ospedale è cinto di strapiombi.
A queste altitudini nascono le colombe.

Grafologia di un addio
Questo azzurro di luglio senza te
è attraversato da troppi neri rondoni
che hanno un colore di antenne
e il taglio, il guizzo della tua scrittura.
Si va dal «caro» alla firma
dal cielo alla terra
dalla prima all’ultima riga
dai tetti alle nuvole.
Luciano ERBA, in L’ippopotamo
“Collezione di poesia”, Einaudi, Torino, 1989 Continua a leggere

Da Secondo le fasi lunari
Se un colombo vola, subito dietro un altro, e un altro
dalla gronda allarga le ali, e l’ultimo
che col becco si solletica e ad altro
sembra che pensi, o che lo chiami, dimmi e spiegami,
sì, tu, dio degli inferni, cosa mai gli pesa,
cosa gli lega l’ala, se triste come un flirt stanco,
lì, che sembra stia per levarsi in volo, guarda una siepe
di uccelli di passo dove garruli si allontanano?
Oh quanto cielo! quanta aria! quanta rovina!
Saper volare, saper cantare, ed è vana
ogni sapienza se nessuno ti chiama.
Continua a leggere

…al temperino il filo
ogni momento
arroto e rendo diaccio,
come un’intuizione.
*
Nel vascolo
Esco a erborare:
non più basso e radente
spicco il mio timo,
se, giovane zelante,
giocassi al contadino.
Son tagli d’apice:
al temperino il filo
ogni momento
arroto e rendo diaccio,
come un’intuizione. Continua a leggere

io non mendico consegno a te il suono
della mia cenere
A.M.F.
*
La poesia esiste, non si cerca: si trova. Dimora anche in luoghi e persone sommerse. Può essere scoperchiata improvvisamente, non come tesoro archeologico, ma come creato vivente da ridistribuire alla comunità. Come nutrimento e energia corrente. Continua a leggere

*
*
… Accade tutti i giorni, e la parola
non fa un passo fuori la parola.
E non dovremmo noi pure
al modo di un saggio dell’antica Cina
dall’eloquio a goccia
risolverci in tarda età
da capo tacere?
Continua a leggere

Il morto che bussa ai vetri
della finestra ha preso piume
e ali d’uccello
perché gli si addica ovunque il vuoto.

Io con indosso
come te la timidezza
della gente di montagna…
*
Erbe e bisce
Scoprirò il nome
dell’erba che nasce
quando ritorna la biscia.
Corpo nero sulla strada
perde sangue come te. Continua a leggere

Anatre in volo
Anatre selvatiche in volo
lungo la sponda del Naviglio
come in una stampa di Utamaro
un haiku di Bash?:
la natura non conosce limiti
sa sempre come sorprenderci
anche in questa campagna sfigurata
da superstrade e dormitori. Continua a leggere

L’atomo nel pagliaio
Quanto di quando, ci serve in fondo
Qua da questa parte dell’eterno
Dal verso opposto dell’infinito mondo
Sempre a girare intorno al cerchio
Ogni giorno più largo di un giorno
A cercare l’atomo e la sua cruna
Mentre tutto ciò che è fuori brucia
*
Non ci crederai
Non ci crederai
ma esistono posti
ancora intatti
con il cielo ben disteso
su un prato apparecchiato
dove ti viene voglia
di mangiare
o stare solo sdraiato
a tremare più lentamente
dei raggi del sole,
dei fili d’erba
e ancor di più dei rami.
Fermo dunque per chiunque
si appresti a scavare
linee metropolitane a
sciogliere macchinosi
ingorghi o a scalare frattali.
Faro per chiunque
voglia tirare su
la vela, volare
dove il falco vola.
*
L’autore della critica d’autore
L’autore criticato
non ha una penna bic
la piccola olivetti
è ormai in soffitta
non sa sfornare twitters dallo smart
freschi come cornetti da mangiare caldi
prima che sia troppo tardi
e tutto si dilegui
[si vede solo ciò che è già risorto]
Crocifisso a un ferro di cavallo*
l’autore non ha che poche lettere,
sette note e quella trinità stentata
tinta di rosso di blu e di giallo.
*Crocifisso a un ferro di cavallo: era questo il titolo di un quadro al quale Mario Schifano pensava […] come suo manifesto […]; non riuscì a realizzarlo per cui la sua personalità e la sua opera sono ancora avvolte da un alone indecifrabile e aperte a ogni possibile interpretazione della critica […]. Probabilmente l’Arte deve molto al Caso ma molto meno di quanto la critica deve alla Necessità. [N.d.A.]
*
La notte è immobile negli angoli
La notte è immobile negli angoli
(come quegli insetti mimetici o i gechi
negli spigoli, gli scarafaggi sotto i tavoli)
un pensiero dell’aurora che fuori infuria
e quando s’accende tutto d’improvviso fugge
*
Empio blog
t’odio mio blog; e aspro un sentimento
di furore e rabbia nel cor sprofondi
o tu che, indolente frangivento,
disperdi refoli infecondi che al
gioco del mi piace o non mi piace
l’opra dell’homo videns assecondi!
ciascun ti caccia e stana come un topo
e tu ratto di mano e mouse rispondi
da vanità avvinto nella rete
si dibatte tra mille bla bla bla con
un grand’occhio scuro il dio futuro
*
Prestito
Se della tua bocca non so che le tue labbra
e dei tuoi seni solo le primavere
come potrei affermare che da te ho avuto
più della grazia lieve di orme sulla neve
Nella memoria porto lo sguardo, l’intrigo
che mi toccò di trasparenze d’ambra
forse questo è tutto ciò che avanza
tra le teorie, i corollari, la collera dei morti
miliardi di post-it, mille indirizzi e-mail
e i centoquarantaquatto caratteri di twitter
Lo sguardo che mi guarda ancora fisso
che lento m’avvolge come profumo sale
da ampolla appena schiusa, dal ciuffo
di rosmarino che fa da segnalibro
non è l’inutile menzogna di «t’amerò per sempre»
che dire solo per sempre in fondo è già mentire:
no. È un prestito insperato da restituire ora
*
Il peso e la grazia
Che ne è stato di quell’istante
da dito tremante sul grilletto
contro la donna che reggendo il mondo
metteva il primo figlio a letto?
Quale grazia dissuase l’uomo al gesto,
allontanando il peso dalla mano
e l’indice dalla falce di una lunetta grigia?
Quante vie di fuga ha un secondo
per diventare ora, proprio ora.
*
A Giacinto
[…] Tutto è accelerato
per finire prima: un saluto, il caffè, il
foglio di giornale eppure a stare
attenti si vede sorgere il castello e il
brillìo in fondo dei diamanti, rossi
s’inchinano i campanili, papaveri tra
mattoni cotti e gli angeli negli angoli
della piazza piena di tutti quei digiuni
sfamati da parole e sogni e da chi oggi
porta rose senza spine nei pugni schiusi.
*
Cambio di ora
Spiccando il rametto dal ramo più basso
del ciliegio fiorito non pensò al dolore del tronco
ma al sorriso di chi l’aspettava ancora nel letto
tra il confine dell’ora solare con quella legale
lo stesso confine del gesto compiuto.
Quando appese le lenzuola umide al sole
dall’alto guardò il ciliegio e il suo spazio svuotato
che aveva versato in una bottiglia celeste
come quel fiore bianco fresco e già asciutto.
Tutto le apparve buono e vero; senza saperlo giusto.
***
«”Obbedienza alla pesantezza. Il massimo peccato”. Così scriveva Simone Weil in La pesantezza e la grazia, la raccolta di alcune sue “investigazioni spirituali” che, partendo da un principio di equità, incarnato nella figura mitologica di Themis, ruotavano intorno all’idea del punto di equilibrio, del bilanciamento delle forze. Investigazioni spirituali o pensieri quali strumenti utili alla riparazione degli strappi che la leggerezza dell’essere produce.» Alfonso Gianna, Disobbedienza gravitazionale.
«La Grazia è il contrario del Peso? Certamente no, e come Ferrara ben sa, ed evidenzia nelle sue poesie, il Peso è la condizione in cui tutti viviamo, a cui siamo costretti e non possiamo sottrarci, è il campo di forze della quotidianità; mentre la grazia è uno stato interiore, lo stato in cui si trova chi è in armonia con il cosmo, con la natura; è lo stato del poeta che cerca – o meglio: ri-cerca – di tradurre le cose della vita (verità) attraverso la parola, un “oggetto” che razionale non è al pari della vita che ci sforziamo di vivere razionalmente ma che razionale non sarà mai.» Claudio Gamberoni, La legge della Gratitudine Universale.
***
Giuseppe Ferrara, Il peso e la grazia
prefazione di Claudio Gamberoni, postfazione di Alfonso Gianna
“La carrucola del pozzo”, ed. 96, rue de-La-Fontaine, 2018, 108 pp., 12 euro
In copertina: Renzo Sbolci, Fecondazione, 2018
PRESENTAZIONI de Il peso e la grazia
Lunedì 19 novembre, ore 17
Ferrara – Sala della Contrada di San Giorgio
A cura dei Caschi blu della Cultura (CbC)
Dialogano con l’autore Gianna Andrian (CbC)
e Claudio Gamberoni, prefatore della raccolta
Ingresso libero
Venerdì 23 novembre, ore 17
Ferrara – Biblioteca Ariostea, Sala Agnelli
Dialoga con l’autore Angelo Andreotti, direttore delle Biblioteche di Ferrara
Ingresso libero

(Gli uccelli sono sempre i primi
pensieri del mondo)
Giorgio Caproni
Il peso dei vostri corpi
È così popolato questo giardino
di voi passeri che becchettate.
Saltellate di frequente, qualche volta vi rincorrete
sopra uno strato di foglie secche Continua a leggere

Giuseppe Ferrara è uno straordinario personaggio che, per prima cosa, dall’originaria, lucana Potenza è andato ad abitare nella città iscritta nel proprio nome, manifestando così – involontariamente e casualmente, direbbe magari lui – un senso delle leggi verbali non comune. È ricercatore scientifico nel campo della fisica e poeta che si esprime in svariati registri. Continua a leggere
di Giovanna Menegus

come un parto,
il cielo possiede nel suo silenzio
qualcosa di doloroso, nudamente
necessario.
l’asfalto si consuma.
presentazione del vuoto Continua a leggere
di Giovanna Menegus

dorme la mia bambina delle meraviglie
ancora irrubata dal mondo
intatta nel suo pianeta
Siccome su Andare per salti è stato già scritto moltissimo, con questa mia lettura anziché dar conto del libro nella sua interezza e nei suoi temi dichiarati mi prenderò la libertà di segnalare alcuni motivi al suo interno, alcuni testi specifici che hanno attratto la mia attenzione.
Prima però voglio ricordare un elemento formale evidente e significativo. Nel solco di Cummings, Continua a leggere
di Giovanna Menegus

La poesia di Antonio Fiori, così apparentemente lieve, misurata e sorridente, nasce e si alimenta tutta dalla dichiarazione e consapevolezza della propria insufficienza: «patisce / perché non può sciogliere / i nodi alla gola, per quanto tenti / da sola». O più esplicitamente: «Per dirla tutta la poesia non basta». L’accettazione del proprio limite – di una sorta di dolente, vigile impotenza – la anima sottilmente, in una tensione che è tanto morale (e religiosa), quanto sensibile e sensuale, amorosa, e detta misure perlopiù brevi e composte sempre increspate dall’inquietudine, dai trasalimenti e le interrogazioni dell’umano vissuto. Continua a leggere
di Giovanna Menegus

La poesia di Enrico De Lea – e forse in particolare quella di questo libro, pubblicato nel 2009 da L’arcolaio – non è facile né immediata. Personalmente sono riuscita a (parzialmente) penetrare la sbrecciata, petrosa fortezza dei suoi Ruderi solo dopo alcuni tentativi di avvicinamento respinti dalla loro superficie “ostica” e “basaltica”. Finché a un certo punto è scattata in me un’emozione-riconoscimento: Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto. Per un istante Continua a leggere