Archivio mensile:Febbraio 2007

IO TI CHIAMAVO

PIERO BIGONGIARI, da Il silenzio del poema (Marietti, 2003)

Io ti chiamavo, come tu volessi
cercarmi in quella terra di splendore
e non trovassi che il vento e l’afrore
salmastro che opaca le tamerici.
C’era un astro, brillava nei tuoi occhi
indagatori in celesti pendici,
mentre i tuoi ginocchi sanguinavano
tra gli spini.

                          Non cercarmi più oltre,
non chiamavo che la mia dispersione,
il mio io sparito era già in te
ed era la tua stessa intrasparenza,
nella luce accecante. Il nascondiglio
bruciava ogni altra evidenza possibile.

In lui origlio quello che tu dici
della disperazione che fiorisce
e stenta nel suo stesso desiderio
mentre un nome s’avventa – il mio o il tuo? –
e l’uno verso l’altro. E’ sempre ambigua
tra sé e sé l’avvertenza in cui amore
erra nascosto nel proprio splendore,
nel timore che la sua stessa essenza
– a quale dei due amanti? – strappi il cuore.

O è mutua solo la sua tomba?
E’ vera solo la divina voce
che romba solo nel proprio silenzio?

Tecniche semplici per un mondo complesso

di Gherardo Bortolotti

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105. Accanto al distributore del caffè, ricordo gli anni in cui perdevo spesso il filo del discorso.

106. Mentre aspettavo l’autobus, nel buio delle mattine invernali, sentivo la temperatura ed il gelo come compagni di una vita di avventure lunari, silenziose, metafisiche. Tutta la mia esistenza, a tratti, si raccoglieva nel tepore che sentivo, con le mani guantate, nelle tasche, come se potessi portare i resti dei miei giorni come briciole, il pacchetto di sigarette, le chiavi di casa e lo scontrino del caffè del giorno prima. Sugli zigomi il vento scorreva come sulle asperità di una roccia.

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Heavy Mental

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Non sono isolati. Radio Terra! Come stille dallo spazio fondo saranno, anni luce lontani da casa: la vista darà. Radio Terra! Radio Terra! Incedono dall’universo che non è stato creato, per mota come questa. Radio Terra! Radio Terra! E noi abbiamo scordato la sola parola che sapevano tradurre. Credono noi: gli alieni- marziani, quelli dei loro libri di fantascienza. Radio Terra! Radio Terra! Navigano dalla via lattea verso ogni neonato giorno, lungo il fiume di luce; ci chiamano “freddo e sperduto centro”. Radio Terra! Radio Terra! Io attendo all’esterno, in una qualche parte della linea di confine: non voglio troncare, ricevetemi. Radio Terra! Radio Terra! Loro ascoltano “radio terra”– una forma di arte indefinita – giorno e notte e, al ritmo dei nostri discorsi, scorrono le onde, tramite il pianeta parallelo. Radio Terra! Radio Terra! Hanno trovato un codice per decifrare la cosa “scordata”. Hanno trasmesso. Radio Terra! Radio Terra! Un’invasione. Radio Terra! Radio Terra! Amore.

 

[Abydos, “The little boy’s heavy mental shadow opera – about the inhabitants of his diary”]

 

 

Jung Alchimista

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A causa di una forte incomprensione interna al sito stesso, ero stato costretto a cancellare la pagina elettronica concernente le mie osservazioni sullo psicologo svizzero Carl Gustav Jung. D’altronde non di me si parlava, ma di opera alchemica e di dottrina junghiana.

Cercavo, nei limiti del possibile, di proporre un quadro sistematico dei principali problemi che le due materie, assai complesse, implicano per uno studioso. Da una parte il notevole apporto dato da Jung nelle psicopatologie avanzate, dall’altro l’impegno dell’alchimia tradizionale nel persistere nell’alvo del proprio humus didattico: e cioè, di rimanere fedele a se stessa.

E’ risaputo che Jung si occupò d’alchimia, lasciando – però – profondamente perplessi gli alchimisti stessi. Da qui, in questa sede, ne era nato un piccolo dibattito, credo – anzi sono certo – fondato sull’esclusivo spirito di ricerca che animava gli interlocutori. Tale armonia, mi pare, ad un dato momento è venuta a mancare.

Ricordo solamente che la materia è complessa, e richiede molta attenzione nella lettura dei testi, sforzo forse inadatto per una pagina elettronica.

Seguendo l’antico principio forense che l’obbligo di dare prova spetta a colui che afferma, non a colui che nega, ma senza la medesima pretesa, tento di riproporre la conversazione che si cercava di condurre. Continua a leggere

Bloc notes. Se la casa è in fiamme. 5

di Giorgio Morale

Telefono a mia madre.
“Come stai?”.
“Come vuoi che stia?”.
“Qualcosa va male?”.
“Qualcosa? I denti vanno male, le spalle vanno male, il braccio va male, la testa va male”.
“Non c’è niente che vada bene?”.
“Niente. Ho le artriti, lo stomaco non digerisce, mi cadono i capelli”.
“Sono mali che non guariscono”.
“Lo so, una medicina per me non esiste”. Continua a leggere

CORTELLESSA, NOVE E LA MADONNA

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Daniele Pegorari, giovane e valente (come si usa dire in simili casi) critico di Bari, mi ha estorto un contributo per la rivista “Incroci”, di cui è animatore (si tratterà del numero 16, dicembre 2007, dedicato a “La nuova critica”, e vi compariranno vari contributi per dar voce, appunto, alle nuove leve – come si usa dire anche in questo caso – della critica letteraria). Egli ha creduto, poveretto, che io fossi ancora in grado di scrivere di critica, invece non sa che ci sono riuscito davvero.

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Voce sul bianco (di Elena F. Ricciardi)

Presentazione di Lucianna Argentino

Chi ha un po’ di confidenza con la Bibbia conosce il famoso incipit “Vanità delle vanità, dice Qoelet, tutto è vanità”. Erri De Luca per l’assonanza della parola ebraica “hevel” con Abele ha voluto tradurre l’ormai consolidato “vanità” (San Girolamo) con “spreco”. Mi sembra, comunque che i due termini abbiano, a loro volta, una certa assonanza, una certa affinità di senso che si insinua anche nel significato e risuona nelle poesie della Ricciardi che nella brevità dei versi, nella loro estrema essenzialità sono un esplorare che non cede a sprechi.

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La Parola e il Silenzio (da una pagina di Guardini)

Romano Guardini è un caposaldo a cui sempre più far riferimento. Ne ripropongo – per il mio esordio in “La poesia e lo spirito” – un passaggio per me fondamentale, tratto da “Linguaggio, Poesia, Interpretazione” (Morcelliana, 1971):

Si deve anzitutto osservare che vi è un linguaggio religioso vero e uno falso. Tale linguaggio è vero se, chi parla, lo fa sulla base della propria esperienza, oppure se parla in modo da rendersi compartecipe dell’esperienza di un altro; è falso se chi parla manipola parole religiose per fini sociali, estetici o politici, se – avvalendosi di esse – esprime o suscita sensazioni pseudoreligiose… Continua a leggere

Il canto dei campi

Il canto dei campi è l’ultimo progetto editoriale curato dall’Associazione per la Poesia Il Ponte del Sale di Rovigo.

Un intento ambizioso, quello di riportare ad ennesima vita le Georgiche di Virgilio, qui riproposte nel loro Libro Primo grazie all’illuminata traduzione di Gianfranco Maretti Tregiardini, sensibile nel traslare l’armonia della composizione originale, tra-ducendo con perizia e dedizione uniche, senza mai tradire il testo a fronte, anzi rinverdendolo di nuova, moltiplicata poesia ad ogni verso. Un’opera preziosa nel contenuto come nella veste grafica, che ne racchiude le gemme come in uno scrigno da riaprire e da sfogliare. 

Il canto dei campi

Georgiche Libro Primo

di Publio Virgilio Marone

 nella traduzione di Gianfranco Maretti Tregiardini

collana Gli alberi capovolti

Il Ponte del Sale, Rovigo, 2006

www.ilpontedelsale.it

In Itinere – Adriano PADUA

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In Itinere – Adriano PADUA

Adriano Padua
(Ragusa, 1978)

*

“poesia è fare spiragli, produrre crepe,
segnare filiture dentro
il sipario, dentro la Parete
Sbarrata”

(Emilio Villa)

*

Siamo di fronte a una scrittura poetica che fa della “necessità” – che si esprime in una urgenza quasi fisica, archetipica della parola, nonostante le tematiche la precipitino in una contemporaneità dolente e notturna – e della “consapevolezza critica”, tanto delle ragioni teoriche quanto delle opzioni stilistiche da cui muove e alle quali approda, la cifra più riconoscibile dell’orizzonte di ricerca in cui concretamente opera. Continua a leggere

Ma solo così va il mondo?

di Pasquale Giannino


Toys – Ars Factory Investigation

Nuovi fermenti s-muovono le coscienze della rete, mostro tecnologico guardato da molti ancora con diffidenza, ma ultimo baluardo del libero pensiero. Si discute nei blog – non solo di argomenti effimeri – si ravvivano, talora, bei cenacoli d’altri tempi. E’ importante tutto questo, ti fa sentire meno alienato in una società omologante che svilisce l’uomo. Diverse voci urlano la rabbia, la forte indignazione per la superficialità dilagante, alcuni propongono di uscire dal mondo virtuale e scendere nelle piazze. Altri lo hanno già fatto…

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Indagini sulla luce :: 1

di Emanuele Kraushaar

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Scorre la tastiera
non c’è luce
non c’è stanza
occhieggia la spalla
stramazza il battito
Mimì Mimì Mimì con le mani quanti punti ricami
volteggiando come fai tu
sotto la rete, invincibile sei
Sotto il letto c’è una botola
e lo so che c’è .
Mimì Mimì Mimì con le mani tiri come uragani
di avversari tu non ne hai più
quanta fatica arrivare lassù
Sotto il letto c’è una botola
e lo so che c’è l’eroe scomodo
che sonnecchia
attorcigliato agli alberi.

Ultimi versi dallo stadio infernale

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Victor Jara, 1932-1973, è stato uno dei massimi cantautori latinoamericani. Vicino a Salvador Allende, venne torturato e ucciso allo stadio di Santiago del Cile nel settembre del 1973, durante il golpe militare di Pinochet. Propongo qui di seguito le sue ultime parole, i versi per una canzone senza musica, i suoi ultimi versi dallo stadio infernale, composti prima di essere fatto a pezzi dai militari. FK.

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Valentina Calista (di Paola Lovisolo)

“La vita esige che traiamo forza dalle nostre debolezze”
Annemarie Schwarzenbach

I versi di Valentina Calista, neolaurenda in lettere moderne a breve all’università della Tuscia, con una tesi su Alda Merini, posseggono rifinita e matura eleganza in evoluzione com-plessa tra buio e luce in fitte maglie e con proprietà linguistica mai ridondante; una metronimia poetica flessuosamente dolente senza tentativi di macrocristallizzarsi, ma variante con il confliggersi continuo proprio dell’intimo umano.

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BRACI o CENERI della comunità dei poeti? Per un dibattito

Molto gentilmente, Giselda Pontesilli mi ha inviato copia di un suo articolo, apparso in “Capoverso” n. 10, luglio-dicembre 2005, in cui si fa riferimento a un mio intervento critico. L’articolo ha come oggetto l’esperienza della rivista romana “Braci”, di cui propone un consuntivo personale. Ve lo sottopongo perché mi sembra interessante per diversi motivi che acquistano rilevanza generale, anche al di là dell’oggetto specifico. In particolare, mi piacerebbe conoscere la vostra opinione su questi punti:

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Paolo Bertolani (1931-2007)

Posto qui una poesia in ricordo di Paolo Bertolani scomparso domenica 18 febbraio all’età di settantacinque anni dopo una lunga malattia.

(era la guerra, bussavano)

lo fermeremo
sul bagnasciuga il nemico giurato,
l’altro da sé – sia esso turco o suddito
della Perfida Albione – laggiù sulla battigia
il male da annientare, onde salvare i figli
la razza, il focolare insidiato…

Era la guerra, bussavano
ai confini non i nemici ma una lunga fame
giorni bestiali la carne cristiana macellata
lungo gli argini, ai piedi di un muro – ed era
l’aria tutta piena di gridi
e si diceva rivolti alla radio: tempo di guerra
più bugie che terra

Tratta da: “Piccolo cabottaggio”, Contatto Edizioni, 2004.

Non per sognare

Non per sognare l’anima di un falco
o per vivere l’attimo del fuoco
che nella notte seguace ti sprofonda
o consumato ti abbandona esanime
là dove l’acqua in gorghi più profonda
attira a sé te, nel suo nerume

ma per soffrire strade senza lume
ti sono date e ansia senza fine
e un desiderio che non placa il canto
di veraci sirene lungo il fiume.