Archivio mensile:Marzo 2007

IN ITINERE – Daniele DE ANGELIS

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IN ITINERE – Daniele DE ANGELIS

Nello sguardo dell’altro.

“solo nel riflesso vive il proprio volto
nello sguardo dell’altro si conosce”

Daniele De Angelis (Ascoli Piceno, 1981)

*

Se la parola poetica esprime, o tenta di farlo, la sostanza più profonda della cosa a cui dà nome ed esistenza, iscrivendola in un orizzonte di senso esposto alla radicale mobilità dell’occhio che ad essa si offre, questo pregevolissimo lavoro di esordio di Daniele De Angelis prefigura, a partire dal titolo stesso, insieme all’oggetto, la mappa minuziosa di un percorso di scrittura che è già, tanto sul piano teorico quanto nei risulti che qui si leggono, orientato in uno spazio di ricerca ben preciso e definito. Il diario, infatti, registra situazioni, voci, volti, luoghi di un mondo periferico, marginale, tutto chiuso nel cono d’ombra di un faro, attraversato nella quotidianità del dolore, degli affetti, della partecipazione e del distacco, e reso con cadenze narrative controllate, seguite a vista, con sicura mano, affinché non cedano mai, in nessun frangente, al sentimentalismo, alla rievocazione puramente memoriale o alla disposizione elegiaca della rappresentazione. Continua a leggere

Urtimo desiderio da Pariggi, di Luciano Freddi

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Come antipasto, cari carcerieri
vorrei magnà un patè de quelli seri
e per er primo, invece che li boni e bei spaghetti
co l’ajo l’ojo e er cacio pecorino
e er pepe offeso se poi nun lo metti
ce vorrei quella zuppa de la Francia
la bullabassa, che nun fa de fino
come pajarde ed anatre all’arancia
però cor vino e cò la dama giusta
(che te vò bene ed il tuo bene gusta)
te spigne a fine pasto a fà l’inchino
ar coco all’oste e perché no ar facchino.

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senza titolo

Io vivo nell’occhio di un insetto
e guardo il tuo viso
petalo perfetto.
Del tuo corpo so ancora poco
e delle mani
e della via benedetta
che gira intorno all’ombelico.
Ma non importa
ad ogni uomo che ti vede
io dico
si fa lieta e vasta
e impossibile la vita.

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Bloc notes. Se la casa è in fiamme. 8

di Giorgio Morale

“Vado a letto con calze e camicia da notte e gelo lo stesso” dice Elle. “Mi sembra di essere vestita come di giorno”.

Giriamo per casa ripetendo “Che freddo”, una sola volta non basta per dire la persistenza della sensazione.

Il freddo stimola la produzione di orina e l’appetito. Soddisfo l’una e l’altro per evitare di stringermi sempre di più in me stesso. Alimento così gli scambi con l’esterno e produco quel calore che mi permette di rilassare i pori. Continua a leggere

La qualità della vita

di Emanuele Kraushaar

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C’era da aspettarselo. Novembre è calato come una valanga gelida sulle cose che devo fare. Il riscaldamento si accende alle 6:00 ed io mi alzo un’ora dopo. Ma non basta a scaldare la casa e, dopo la doccia, mentre faccio colazione sento freddo. Archiloco, il mio cane, è un po’ di tempo che rimane a letto, anche dopo che mi sono alzato. E non si affaccia più a vedermi uscire.

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Su Peter Hammill, il poeta del rock

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di Franz Krauspenhaar

Questa è la succinta storia (una inframuscolo) di un autorinnegato del rock. Di un uomo che ha inventato il “progressive” britannico, ne è stato una delle icone per una brevissima stagione e poi si è subito buttato a fare altro, anticipando il punk e la new wave e sperimentando la sua musica da camera con album anticommerciali usciti quasi a cadenza annuale fino a oggi. Come si dice, un artista di culto.

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Folli o ciechi?

Possiamo dire che le “immagini della morte”, da quando l’uomo ha acquistato una consapevolezza sulla sua fine, hanno subito trasformazioni evidenti nel corso di alcuni, fondamentali, periodi storici. Nell’antichità, in cui l’uomo era al centro dell’universo e delle sue vicende naturali, si aveva una visione antropocentrica e fatalistica della morte, caratterizzata dalla sua accettazione, anche se tragica.
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Marina Pizzi, da “Pecca di espianto”, 2007-

*
gospel l’appello di averti accanto
passero eroso di metropoli,
polline di alluvione
viso disvelto lucciola svelta
da far morte a ferragosto
a torto di breviario di viaggio
il giogo di stracciare.
*
dolo d’àfide questa fu la rosa
*
se ti scartocci non troverai
àtrofe l’anima sorpresa:
basto di cenere, sospesa…
*

[da Pecca di espianto, 2007-]

La saga dei drughi- 2 (Tannhaeuser!)

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di Marco Saya & Franz Krauspenhaar 

La strada era notte pesta un po’ tempestosa, raggi di falò soleggiavano l’asfalto. Nord-sud-est-ovest accoglievano gli occasionali. L’orgasmo dell’assassinio pasteggiato a benzo, spensieratezza del m’ama non m’ama, poesia del tanto è toccato a loro, paraponziponziporo. Il nero si confonde con altro nero, accozzaglia di corpi ai lati, alcuni spiaccicati dalla buckomobile nella sua folle corsa. la tiepida brezza ci bacia le cicatrici. Piercingati a puntino suoniamo a festa. Pronti per il nuovo gioco…

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Monscerì # 2

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È amore, un grande amore quello che scoppia. Poi, all’improvviso, qualcuno rivela un particolare, un tassello del mosaico, un segreto a lungo nascosto, e per lei inizia il tormento. L’unica soluzione è sparire, andarsene, dimenticare. Perché?

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i denti

I denti. Mi piacciono i tuoi denti.
Creature unite, teneramente vicine.
Se la tua bocca è socchiusa
io penso subito di avvicinarmi
ai tuoi denti.
Avvicinarmi, questo mi piace.
Ma ogni volta che ci vediamo
tu mi dici: teniamoci lontani,
per diventare intimi
non servono le mani.

Marina Pizzi, da “Pecca di espianto”, 2007-

*
con un silenzio alla fronte
passi dal rantolo alla pergamena
di un petto di pace la felicità felice.
con un pastrano per me che ho corpo
voglio il fronte di un patibolo
sottocosto sottoscopo scampolo
scarto di fiato la stazza di frana.
*

[da Pecca di espianto, 2007-]

Combustibile di Valter Binaghi

fuoco

I russi ci hanno tagliato il gas.
Mano male che sono stato previdente. A casa mia c’era una stufa a legna.
Ai bei tempi dell’antropologia teorica, ho sempre pensato che togliere a un uomo il fuoco oltre che la terra, è togliergli la libertà di fare. Ci hanno resi dipendenti da chi elargisce il lavoro come una grazia, e da chi apre o chiude il rubinetto dall’altra parte del tubo.
Avevo visto giusto: prima o poi sarebbe successo.
Sono cambiati i tempi e il Bengodi è finito.
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Cesare

CESARE

Cesare viene la sera, e si siede sulla strada.
Cammina male, perché è zoppo,
ha una zampa rattrappita
perché è stato bastonato dal padrone.
Adesso non ha padrone,
vaga qua e là per il paese,
penso che gli diano da mangiare
perché non chiede niente, si mette lì seduto
e sta buono.

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senza titolo

la poesia
richiede la morte                                         
di cose molto care.
un verso perfetto
un vero grande pensiero
hanno la stessa forza
di un buco nero.

[email protected]