
Il 22 marzo 1941 è nato Bruno Ganz a Zurigo. Ne sono felice, perché cinquant’anni fa nascevo anch’io lo stesso giorno.
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Il 22 marzo 1941 è nato Bruno Ganz a Zurigo. Ne sono felice, perché cinquant’anni fa nascevo anch’io lo stesso giorno.
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La poesia è musica: la metrica? E quale metro di giudizio segna i confini della musica che è poesia? Quale metronomo segna il tempo che rimane – eterno presente? I soliti “rumores” dicono sia solo “rumore”, solo “canzonette”; e la critica seria (quella che conta!) non le valuta degne – di essere “lette”. De gustibus, ex cathedra!
in ogni parte del pianeta potrebbe esserci qualcuno che pensa alla stessa cosa.
che c’è qualcosa di difficilmente definibile e afferrabile, eppure non esente da regole e da cànoni.
qualcosa che ci coinvolge, ma non s’impone.
qualcosa che parla solo se vuoi ascoltare.
qualcosa che ricorda la libertà, senza essere caos.
un ordine misterioso che sconvolge gli schemi.
un dialogo che parte da lontano.
e può arrivare ancora più lontano.
ma ci avvicina.
Prima di tutto vedete questa mano. Voi mi capite: 5 dita contengono 14 ossa, e software e hardware, mente e corpo, ecc. (e infiniti appunti e curiosità serie; è il vostro turno; e a me: è il tuo) – [a loro ho parlato veramente così, e a me altrimenti, in segreto; e il mio linguaggio era tutto questo: fuso nell’oralità del momento, con mosse – povero uomo -che attiravano l’attenzione; e poi l’attiravano, veramente; entravo a scuola senza rumore, con la barba non rasata: perché il corpo si cancellasse e l’attenzione fosse alla voce: non alzatevi in piedi quando entro, non chiamatemi professore; né poeta] Continua a leggere
Non sparare
Non sparare
non mi piace questo gioco
Non sparare
sono solo una donna nata schiava
Non uccidere i miei sogni
sono solo una piccola donna che sogna
nella notte buia del suo burka
Non sparare
hai ucciso i miei figli
hai ucciso le mie sorelle
hai ucciso il mio sogno di libertà
Non sparare
per l’amor di Dio, aspetta un istante
dimmi almeno il tuo nome western
e poi spara
ma per l’amor di Dio
non mirare al cuore
perché non ho più un cuore
me l’hai spezzato uccidendo i miei figli
Allora spara
non puoi uccidermi due volte
e mira qui, al mio grembo
uccidi questo ultimo figlio
prima che possa guardarti negli occhi
mentre gli spari
di Franz Krauspenhaar
El mostafa ermili observer fallon deux amplaquo cal vacation. Arrivano mail scontrose in lingue misteriose, in ufficio mi scontro contro cose che mi fanno girare la testa web-sospettosa. Digits winning televised debates. E appunto, c’è tutto questo spam a montare come neve; non faccio in tempo ad espellerne una che subito un’ altra mail compare come fantasma elettrico, come ectoplasma webbico, come zombie elettronico. Hop jazz inbetween all deutsch franais italiano polski. Un franato, precipitato di parole in lingue incomprese come bambini soli in un giardino senza il papà lontano, amputazione di nessi come di scollegati sensi. Ralph norman rounds billion stephanie herseth tennessee. Come se un esperanto disperato bussasse il suo modulare singhiozzo indecifrato, bit-butterato.
Non ho che poche parole per fermare gli attimi fissati in una luce da cartolina illustrata
e vederti agitare fra nastrini di sangue sulla fronte da pirata su un terrazzo
celeste, non mi ricordo se il cielo sta a destra, a sinistra o sotto di noi e i tentativi di spiegarti qualcosa,
forse una cosa terribile che rimandavo di parola in parola persino a me stesso.
So che al mio silenzio non ho avuto risposta perché non miravo mai al centro.
Più d’una rete luceva sulle acque,
stillando al sole; di poi si sommergeva.
Ed era un giubilo d’allodole quando
al pescatore sotto riva lento emerse
il giovinetto da quel fondo, il corpo cereo.
Allora il pianto della madre ruppe in gridi,
e quello muto d’altre donne dilagò
ed era greve. Ma nel cielo
ancora il sole risplendeva e la Riparia
era pur sempre gorgheggiata dalle rondini.
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TRADOTTI DAL SILENZIO # 1 – Joë BOUSQUET
*
Il brano che segue è tratto da Joë Bousquet (1897 – 1950), Tradotto dal silenzio (Traduit du silence, 1941), traduzione e postfazione a cura di Adriano Marchetti, I ed. italiana, “Biblioteca In forma di parole”, Genova, Marietti, 1987.
Parole per l’assente
Sono anni che aspetto una donna e che non so nulla di lei. Forse è venuta a trovarmi nel sonno e forse non avrò mai la certezza di essere stato guardato da lei tanto da vicino.
di J.G.
A. lavora alla Clinica della Fertilità del Fairy Well Bros. di Chicago e ha un grande desiderio: diventare madre. Così, non avendo ancora incontrato l’uomo giusto, decide di ricorrere all’inseminazione artificiale. E proprio all’interno della clinica individua il donatore: l’affascinante dottor B. D. Il destino, però, le riserva delle sorprese.
Un indizio che c’è qualcosa di non proprio reale nel tempo consecutivo come viene da noi esperito sta nei vari paradossi del tempo che apparentemente passa e di un cosiddetto “presente” che si srotola sempre nel futuro creando sempre più passato alle sue spalle.
Ricordate “I vestiti nuovi dell’Imperatore”? In un universo parallelo (ma non più lontano da questo, qualcuno direbbe, della sua vena del cuore) c’è un altro Andersen che scrive lo stesso racconto; ma lo scrive nudo, almeno così noi lo vedremmo da qui, coi nostri occhi di ora.
asole stentoree
bottoni persi sul tono di amarti
un no del solo. eppure non piansi
né tra le serve né tra le principesse
il sentiero scolare del tuo senso
la stiva nel letargo del gomito
comunque vittima. la muta del tempo
non rese mai niente: qui ti bacio
molla con te.
(da Pecca di espianto, 2007-)
“Si fa presto a dire laico. Dovremmo esserlo tutti. Però in nome della laicità litighiamo furiosamente. Io adotto la distinzione che propone Paolo Vineis nel suo libro “Equivoci bioetici” (Codice edizioni): ‘laicità è un atteggiamento intellettuale caratterizzato dal lasciare libertà di coscienza, intesa quale libertà di conoscenza, libertà di credenza, libertà critica ed autocritica’.
Johanna Venho, Giancarlo Tramutoli, Carla Bariffi, Pasquale Di Palmo, Alessandro Ghignoli, Gabriela Fantato.

Mio indirizzo per posta cartacea al fine che mi curi di voi: Gian Ruggero Manzoni Via Fiumazzo 232 – 48020 San Lorenzo di Lugo (RA).
pecora smarrita
ieri a un certo punto
all’altezza di pratola serra
mi sono sentito senza uscita
pecora in nera pecora smarrita
in mezzo alle pecore di ferro
della vita.
a castelfranci
la sala del consiglio comunale
come l’atrio di una clinica:
sembrava di esser lì in attesa di una radiografia.
prima di presentare il nuovo libro
il sindaco di castelfranci
si è seduto vicino a me
e mi ha detto con sincero sconforto:
caro arminio, come dobbiamo fare?
lucania
siamo quasi arrivati a tricarico.
il paese del sindaco poeta.
in cielo c’è un falco.
gli alberi sono tranquilli e lontani.
il mezzogiorno di novembre
ha il buio che sale già sui fianchi.
la luce che resta
è bevuta dalla vacche
nei campi,
dalle argille dei calanchi.
Delle nubi di latte che la luna
filtrano in cielo canta
il feroce usignolo che del cielo
ci fa tremare.
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di Pasquale Giannino
San Donato di Ninea Chiesa Dell’Assunta
La casa dove ho trascorso l’infanzia e parte dell’adolescenza era di mio nonno Pasquale. L’aveva acquistata negli anni Sessanta, coi risparmi svizzeri. Non fraintendetemi! Non era un uomo d’affari. E neanche benestante. Era da sempre un contadino. Aveva fatto la guerra d’Etiopia. Poi, richiamato per il secondo conflitto mondiale, dovette lasciare il figlioletto di pochi mesi (mio padre) e la giovane moglie, confidando nella solidarietà del vicinato. “Ero nel reparto munizioni e viveri,” mi diceva, “non ho mai sparato un colpo”. “Quando ritornò dopo lo sbandamento,” mi racconta mio padre, “vidi un uomo che barcollava in lontananza. Si fermò sotto un albero e ne strappò il frutto. Poi si avvicinò, mi prese in braccio… baciò mia madre. Subito dopo si lasciò andare stremato.”
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