Archivio mensile:Maggio 2022

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Sono ancora qui, sul linoleum che sembra una pista di decollo, perché forse bisogna volare tra una notizia e l’altra, in genere cattive, come se in questi territori potessero arrivare solo messaggi di malattia o di morte, perché su questo linoleum la speranza è una straniera senza permesso di soggiorno, una profuga malvista, come i nomadi fuori della chiesa, che soltanto noi ci parlavamo, perché don Mario parlava con tutti, ecco perché la speranza era di casa, faceva da padrona, era bello vederla girare in lungo e in largo, vestita a festa come una sposa. Forse la soluzione è in questa sovrapposizione di sentimenti e convinzioni, forse il linoleum diventa una pista di decollo se ci vedo don Mario che parla con la sua voce calma, che mi dice non ti preoccupare, continua solo a credere, perché tutto quello che accade è guidato da lassù, niente sfugge allo sguardo del Padre, e allora medici e infermieri, pazienti e persone di servizio, diventano angeli che imparano a volare, e questo non è più un ospedale ma un angolo di paradiso dove non c’è più nulla che non abbia un senso, anzi proprio il male fisico e morale è un’argilla che il Cristo lavora, Lui, il Vasaio, che conosce così bene la Sua creta. Solo da questa parte la storia si decifra, è un quaderno che si riempie di eventi e riflessioni, come quelli che don Mario mi chiedeva di scrivere da giovane, finché una sera era arrivata questa frase: voglio dare tutto ciò che ho ricevuto, e lui aveva subito capito, in un momento. Aveva capito, in un momento, tutto quello che c’era da capire.

Il viaggio giusto


Amare Gesù davvero, superando ostacoli e barriere, servendo tutti, perché sono tutti oggetti del Suo amore. Questa è la via, gli altri sono vicoli ciechi spacciati per strade sicure. Partiamo, finalmente, per il viaggio giusto.

Poesia italiana del XXI secolo

Federico Preziosi è nato ad Atripalda (AV) nel 1984, ma vive a Budapest, in Ungheria, dove insegna lingua e cultura italiana. È fondatore del gruppo di poesia su Facebook “Poienauti”, moderatore di “Poeti Italiani del ‘900 e contemporanei” e portavoce della comunità poetica Versipelle. Scrive di poesia per exlibris20 e Readaction Magazine, e si occupa della divulgazione di opere poetiche nella trasmissione web “La parola da casa” condotta sulla pagina Facebook della comunità poetica Versipelle insieme a Giuseppe Cerbino. Autore di Variazione Madre, edito da Controluna – Lepisma floema, i suoi versi sono stati pubblicati su alcune antologie (tra cui Nel corpo della voce, a cura di Elena Deserventi, Controluna, Poesia a Napoli voll. 1, 2, 3, con prefazione di Antonio Pietropaoli, Guida Editori e Distanze obliterate, a cura di Alma Poesia, Puntoacapo Editrice), riviste e blog online e quotidiani locali e nazionali (tra cui La Repubblica e Poesia, di Luigia Sorrentino sul sito della Rai). Di prossima pubblicazione la silloge Messa a dimora.

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Riposo


Dare riposo a Gesù: non aveva dove posare il capo, ed è facile immaginarlo stanco e assetato, come quel giorno a mezzogiorno, al pozzo di Sicar. Scopriremo, come allora la samaritana, che sarà Lui a dissetarci, a donarci ristoro. L’amore vero è questo.

Frammenti di Cinema # 51

Francamente non saprei dire quale delle due fa più ridere. La più famosa è la scena della lettera in Totò, Peppino e la… malaffemina (1956) di Camillo Mastrocinque. Meno noto, ma non meno esilarante è quella della lettera agli avvocati in Animal Crackers (1930) dei Fratelli Marx, diretto da Victor Heerman. Ne ho anche scovato un’epigona in Don Chisciotte e Sancio Panza (1968) di Giovanni Grimaldi, con Franco (Franchi) e Ciccio (Ingrassia). In realtà anche Massimo Troisi e Roberto Benigni si cimentano con questo sketch in Non ci resta che piangere (1984). Totò lo riprende nella lettera allo scrivano in Miseria e Nobiltà (1954) di Mario Mattoli. Va detto che di queste la più moderna è la più vecchia. Infatti, mentre tutte giocano sulla grammatica e la sintassi, solo Groucho Marx usa il meccanismo comico sul piano delle sconnessioni logiche e le associazioni demenziali.

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Fuggire


Gesù è un Dio senza difese: potrebbe fuggire, ma non lo fa, potrebbe evitare di soffrire, ma è crocifisso fino alla fine dei secoli. Questo ci insegna qualcosa: per esempio che, con Lui, la possibilità prende il posto dell’ostacolo.

La Voce

Bisogna credere alla Voce interiore, al Suo accento inconfondibile, la profondità che non ha eguali. Dubitare significa affondare, come quel giorno Pietro, sull’acqua del lago. Bisogna credere che la Voce ci sostiene, fino all’ultimo.

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Il parcheggio al buio è un simbolo eloquente del momento, una tenebra da cui spunta qualche luce sparsa qua e là: quella di un letto d’ospedale, le ore passate a scrivere disperatamente, il pensiero del paradiso che si fa più vicino, perché prima o poi, di certo, quella porta si aprirà e allora tutto finalmente sarà chiaro: sorrideremo tranquilli delle tragedie che ci attanagliano il cuore, ogni cosa sarà solo una memoria dolce di sofferenze come grani di rosario; litanie di paure, di angosce, diverranno salmi e cantici di un coro celestiale. Queste notti sono il trailer di un film che vedremo con più calma, seduti su una nuvola, nel momento in cui di tanto dolore resterà soltanto il ticchettio sulla tastiera, il ronzare della cinepresa, e tra un popcorn e una patatina l’eternità scorrerà senza più traumi, come un cinema all’aperto in cui farsi due risate con gli amici. Bisognerebbe rovesciare il tempo e vedere tutto quanto da lì, quando ogni storia sarà finita da secoli e l’esito sarà dimenticato nel suo sfumare lento, in dissolvenze al contempo spaziali e temporali. Solo dall’eternità si spiega il buio del parcheggio da cui scrivo, come se ogni lettera arrivasse da lì, e qui restasse un’eco sbiadita del futuro, anzi, come se il futuro fosse l’unico, vero presente ed io che batto il dito sullo smartphone fossi un passato difficile da ricordare, m’impegnassi nello sforzo inverosimile di credere di stare ancora qui, di non essere ancora in paradiso.

PAOLO BUCHIGNANI, “L’ORMA DEI PASSI PERDUTI”

PAOLO BUCHIGNANI, L’ORMA DEI PASSI PERDUTI, TRALERIGHE LIBRI, LUCCA, 2021, EURO 16

di Fabiano D’Arrigo

A Lucca dalla casa editrice Tralerighe libri è stato pubblicato il volume “L’orma dei passi perduti” di Paolo Buchignani, che raccoglie in una silloge i racconti “L’orma dei passi perduti”, “L’orma d’Orlando” e il romanzo corale “Santa Maria dei Colli”.

Ai più il prof. Buchignani è noto per le sue opere saggistiche, dedicate prevalentemente ai totalitarismi novecenteschi, dove espone argomentate tesi che stimolano la ragione e inducono alla discussione, una discussione aliena dal “politicamente corretto” e un poco contro-corrente.

La ricerca storica, per il Nostro, non è mera erudizione acquisibile dalla consultazione di “carte polverose”, ma “una realtà viva e concreta, grondante lacrime e sangue” in grado d’incidere “a fondo sulla vita delle persone, sui destini individuali e collettivi”; talvolta, forse, anche in grado di allontanare dalla “grigia monotonia del presente”. Essa, comunque, difficilmente scava nell’animo delle persone mostrandone i sentimenti reconditi e mai diventa epifania del mistero della vita, mistero che può essere ricercato, “in solitudine”, in luoghi romiti e impervi rivelatori dell’arcano.

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Opera


La vita è una crescita continua, un ricambio, un rinnovarsi, come un succedersi di rose appassite e rose fresche, che richiedono un tagliare, un innaffiare, un curare. L’opera incessante dell’amore è la lezione da non dimenticare.

Da luoghi lontani, recensione di Riccardo Ferrazzi


Sempre più meritoria nel suo impegno, la collana “Senza Rotta” dell’editrice Arkadia offre spazio e opportunità ai racconti, genere letterario ingiustamente trascurato dall’editoria italiana. Dopo “Lo storiografo dei disguidi” di Paolo Codazzi, è la volta di una sillogedi tre autori: il “nostro” Giovanni Agnoloni, del quale, oltre ai recenti
Viale dei silenzi e Berretti Erasmus, non si può fare a meno di ricordare Internet: Cronache della fine; e inoltre Carlo Cuppini e Sandra Salvato, tutti e due poeti, l’uno con esperienze di teatro e letteratura fantastica, l’altra giornalista ed esperta di comunicazione.

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Ora che c’è il sole si ragiona, è tutta un’altra cosa: se uno immagina Dio che sta creando, non può che supporre uno scenario come questo, un silenzio interrotto solo dal canto degli uccelli e dal vento che arriva fin qui da chissà dove. Ne parlava quella sera Gesù, con Nicodemo, come se tutti dovessimo sapere dello Spirito, mentre ricordo quel passo degli Atti dove dicono
  non abbiamo mai neanche sentito dire che esiste uno Spirito Santo. È vero, non lo conosciamo, dovremmo viverlo, semplicemente, in quanto parte del pacchetto iniziale, del progetto, parola perduta, quando parli di persone, perché oggi le persone non sono più un progetto, ma una discarica triste dove ognuno getta ciò che vuole. E se tornassimo a quel gesto, alle parole che in origine hanno detto tutto, chiamandoci per nome, anche te, lettrice, anche te, lettore, e in quella voce c’era la tua voce, quella che hai sempre sognato e mai ha raggiunto le tue labbra, come se ogni volta si smarrisse, sommersa da altre voci, forse per il vizio di dare più importanza a ciò che dicono gli altri, e invece ora, in questo squarcio di creazione, col sole che fa il giallo più giallo e il verde un po’ più verde, in cui si capisce molto meglio che quello è un pino e quella è una ginestra, in quest’alba della storia che appare per miracolo, per un momento o per sempre, senti la tua vera, unica voce, e ti chiedi che cosa abbia fatto fino adesso, ora che gli uccelli cantano e il vento passa e non sai da dove venga, ora che Gesù di nuovo chiede a Nicodemo come mai tu, maestro in Israele, non conosci queste cose, e invece ecco, io so, e parlo con la voce che finalmente è mia e forse tu, lettore, e anche tu, lettrice, sull’onda di questo nuovo inizio, senti, vedi, questa cosa che oggi come allora è molto buona, in un giorno di sole irripetibile, unico, prima che comincino le copie, prima che tutto rischi ancora di smarrirsi, di confondere le voci, non più tue, di chissà chi, da chissà dove, gli echi, le urla senza senso.

Poesia italiana del XXI secolo

Paola Silvia Dolci, è nata nel 1977 a Cremona, dove risiede, è ingegnere civile. Si è diplomata presso il Centro Nazionale di Drammaturgia. È armatrice e comandante dello sloop Noix de Coco. È giornalista, e collabora con diverse riviste letterarie e testate nazionali. È autrice, traduttrice, e direttrice responsabile della rivista indipendente di poesia e cultura «Niederngasse». Ha pubblicato: Bagarre, Lietocolle ed., 2007; NuàdeCocò, Manni ed., 2011; Amiral Bragueton, Italic Pequod ed., 2013; I processi di ingrandimento delle immagini, Oèdipus ed.,  2017; bestiario metamorfosi, Gattomerlino Superstripes ed., 2019; Portolano, Mattioli1885 ed., 2019; Diario del sonno, Le Lettere ed., 2021; un libro segreto sotto pseudonimo, 2021; Dinosauri Psicopompi, Anterem ed., 2022.

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Piaghe


Meditare e pregare sulla passione di Gesù, sulle Sue piaghe, sulla Sua Persona sofferente, è un balsamo potente, che ci introduce nei segreti dello Spirito. Finché non si passa quella porta, non conosciamo nulla della vita.

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Gli ospedali sono tutti identici, perché sei uguale tu, con il battito rapido, i pensieri che vagano nel mare della sofferenza, la gente che aspetta torcendosi le mani o con lo sguardo nel vuoto. Si passeggia, ci si guarda come animali in una riserva naturale, sapendo che qui non c’è niente di normale, neanche le preghiere, o le bestemmie. Medici e infermieri passano come esseri semidivini che non ti degnano nemmeno di uno sguardo; le donne delle pulizie sembrano registrare una presenza, per nulla interessate. Di là dai vetri, la luce è un richiamo irresistibile a qualcosa di vero, di creato da Dio, perché i pensieri, a volte, sono quanto di più lontano possa darsi.
Ogni tanto passa un letto a rotelle con pazienti che farneticano, illudendosi d’essere ascoltati. Poi, figure indecifrabili, che è impossibile attribuire a categorie ben definite: una ragazza che procede a occhi bassi, un uomo in abiti civili, con la cartella nera, un giovane in tuta che cammina a gambe larghe. Ciò che unisce è l’attesa di qualcosa: un responso sanitario, una visita, l’agognata fine dell’orario di lavoro. Tutti attendono un esito: i famigliari di un malato, la dottoressa che ti scruta di sbieco, l’operaio rassegnato a caricarsi l’ennesimo carrello. Tutti aspettiamo un giudizio, perché nel sangue, da subito, comincia a circolare l’immagine di un re che ci dice venite benedetti, oppure via da me, maledetti, perché ero malato e mi avete, o non mi avete visitato. La fine della vita è una sala d’attesa dove scorrono le stesse facce di adesso, con lo stesso battito cardiaco; l’attesa del responso, forse, sarà meno stanca e rassegnata: è lì che si vedrà il discrimine tra cinismo e fiducia, speranza ed egoismo. Sarà un grande corridoio d’ospedale in cui solo due porte serviranno: l’una porterà alla luce, l’altra a un buio senza risposte, senza sguardi.