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Archivio mensile:Maggio 2022
Di là
Si vis pacem, para pacem. L’ignoranza al potere
Evgenij Solonovich, 88 anni, il massimo italianista russo, è stato escluso dal comitato organizzativo del Premio Strega. “Siamo alla russofollia” scrive Angelo d’Orsi”. “La Farnesina trascina in guerra anche il Premio Strega” titola Antonio Corbo. E la Repubblica? “Premio Strega, la Farnesina cancella la giuria di Mosca”. A prescindere dal contenuto, questo titolo rassicura il lettore frettoloso, poco interessato al mondo poco appetibile dei libri: la lunga mano di Mosca è stata bloccata dal vigile Ministro degli Esteri italiano. Invece si tratta di un fatto gravissimo, segno della follia dilagante. E pensare che il Premio Strega nacque in ben altri momenti e con altri propositi, nell’Italia che usciva dal Fascismo. Così ne racconta gli inizi Maria Bellonci, ideatrice del Premio: “Cominciarono, nell’inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l’incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione”. A quando una iniziativa ampia e autorevole della cultura italiana? Continua a leggere
Io sono un jazzista e altre storie. La nuova opera narrativa di Guido Michelone
Intervista di Giuseppe Garavana, esclusiva per la Poesia e lo Spirito
Guido Michelone, parliamo della sua nuova opera narrativa Io sono un jazzista e altre storie?
Certo, fa bene a chiamarla ‘opera narrativa’ e non ‘romanzo’ anche se il libro viene spesso etichettato come tale e in molti mi chiedono se sia il mio nuovo romanzo. No, sono quattro racconti (tre lunghi, uno breve), di cui il primo porta lo stesso titolo del libro, tranne la piccolissima variante del punto interrogativo (presente nel racconto, ma non in copertina). Fatta questa precisazione, inizierei col dire come nasce questo libro: un amico mi parlò nella primavera del 2020 di una nascente collana di un piccolo editore, basata sui racconti di argomento jazzistico. Mi convinse a scriverne uno, sicuro che, dopo le prime due uscite (già programmate e realmente avvenute) toccasse poi a me. La collana però è rimasta ferma a quei primi due titoli e io non solo avevo scritto il racconto, ma mentre lo scrivevo mi accorgevo che stavo diventando qualcosa di più di un semplice bozzetto. Continua a leggere
Nulla
Continua a leggere. 27
Il sabato e la domenica aprono le gabbie: una folla di gente si riversa in questi prati, al punto da non distinguere più il sacro dal profano. Urla di bimbi si fondono col traffico dell’Ardeatina, piena di buche e code senza fine. Sotto la finestra si trascinano secchi e si gettano bottiglie, con un frastuono che ricorda la chiusura tarda delle birrerie. Sono finiti i tempi delle sbornie, quando affogavi la paura nelle Ceres, e t’illudevi di vincere il dolore nelle corse folli sul litorale pieno di luci, dove tra stelle e fari delle auto non c’era differenza. Ne hai fatta di strada: i sogni di una volta sono finiti nella differenziata, ora puoi guardare in faccia il terrore che ti aveva inchiodato appena nato, quando stavi per andartene prima ancora di arrivare. Pensavi che il destino assegnato alla tua vita fosse quello di sparire, di dimenticare prima ancora di aver ricordato. Ti accorgi di quanto prezioso sia stato l’effetto di quel carico enorme di dolore: solo tu sei in grado di capire le persone che passano per quel tuo stesso tunnel, le riconosci prima che parlino, da un gesto, uno sguardo, e puoi fornire loro la chiave per uscire di prigione. Cos’è stato a salvarti? Viene, nella vita, il momento in cui la terra s’incrocia con il cielo: per una pura coincidenza, ti sembra, ma era tutto pronto dai secoli dei secoli. È qualcuno che ti prende per mano e ti fa evadere dal carcere, come nel quadro in cui san Pietro è liberato da un angelo rosa, avvolto nella luce: l’apostolo è ancora addormentato, come pure i soldati, appoggiati alle lance rese innocue dalla guarigione profonda del cuore, dal bene che vince la violenza perché, semplicemente, è superiore. Sarà questa la svolta di un’epoca malata, prigioniera: l’amore aprirà le gabbie, riempirà i prati di gente che avrà visto la luce, visitata dall’angelo imprevisto e inedito di una libertà mai conosciuta.
Zero
I colori della santità, di Prisco De Vivo

Ogni qualvolta che mi sono trovato a visitare antichi sotterranei di chiese remote, invasi dal buio, ho spesso pensato che la santità portasse con sé un qualche colore… un colore all’anilina, ad esempio, luminosissimo, tutt’uno con i fondali, e al lapislazzuli, nella tonalità più prossima all’azzurrite, il cui carbonato di rame fa di colpo intensa qualsiasi atmosfera di un dipinto.
Nei miei sogni, poi, se vi affiora del viola, è come se mi sentissi in rima con certe atmosfere mistiche: luce penitenziale, auspicio di conversione; … l’ineguagliabile viola di Quaresima, dei miei giorni di adulto e di bambino…
Colori e metamorfosi di toni su tavole di martiri e santi che sin dall’infanzia mi han rapito e affascinato.
Il sangue dei martiri, il rosso ciliegia che colando dal seno ferito di sant’Agata macchia il flammeum, il velo color fiamma che portavano le consacrate: colori s’imprimono infiniti ed eterni, estatici all’occhio della mente.
Vero è che la santità ha molti colori. O non ne ha alcuno, nessuno dei nostri, di quelli terrestri. Con san Paolo: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9).
Sorriso
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In quei giorni c’era uno strano miscuglio di eventi e sentimenti, come se l’apice del non senso, la libertà sfrenata, la noncuranza dei valori si scontrassero per la prima volta, dopo anni di pace fittizia, con il baluginare delle armi, l’incubo della bomba, scenari da tempo rimossi e ora tornati prepotentemente alla ribalta, come se i nodi dovessero venire al pettine comunque. C’era un’aria di precarietà, nessuno si azzardava a lanciare programmi, a formulare progetti, cercando, semmai, di salvare il salvabile, di costruire bunker psicologici che difendessero da quella che sembrava un’appropriazione indebita di serenità. Tutto questo accadeva per rovesciare le false sicurezze, per smascherare le precarie architetture dell’uomo senza Cristo. Qualcuno, addirittura, parlava della comparsa dell’anticristo sulla terra, una figura ambigua che sotto una patina di cordialità e correttezza nascondeva l’antiprogetto del demonio. Questa ipotesi avrebbe spiegato molte cose, anche certe derive della Chiesa, che sembrava aver perso la solidità di convinzioni millenarie e si lasciava trascinare in un infido commercio con il mondo. I criteri più certi parevano cadere a uno a uno, concessioni imprudenti confondevano il confine tra la vita e la morte, il bene e il male. La gente era ogni giorno più disorientata e gli stessi ministri del culto dissentivano tra loro, creando scandalo tra i semplici, che non sapevano più a quale santo votarsi né se i santi potessero ancora dirsi tali. Si moltiplicavano le pubblicazioni contrarie alla sana dottrina, mentre qualcuno già auspicava la convocazione di un concilio che dirimesse le questioni più urgenti e moderasse gli animi più accesi. Ne saremmo usciti? Tutto questo accadeva perché stava per aprirsi un’era nuova, in cui la menzogna sarebbe stata vinta per sempre da un semplice rintocco di campana.
Dal basso
Intervista a Roberto Deidier
Intervista a Roberto Deidier
Domanda a bruciapelo. Se tu dovessi presentare la tua poesia a chi non ti conosce, quali tratti metteresti in evidenza?
Cominciamo con la domanda più difficile. Forse la prima cosa che direi sarebbe che scrivo i versi con le maiuscole. Lo spiegherei dicendo che non mi piace improvvisare. Un poeta autentico, per me, non è soltanto un artista, è anche un artigiano della parola, del ritmo. Lo fanno anche gli inglesi. Un verso esatto non ha bisogno di essere urlato, dunque la mia poesia non ha bisogno di gridare. E questo è l’altro tratto importante, che riguarda non solo il lavoro sulla parola, ma l’identità stessa della poesia. Plutarco, nei Dialoghi delfici, ci dice che l’oracolo perse di autorità quando i sacerdoti non seppero più confezionare esametri esatti. Non fatico a credergli. Continua a leggere
L’appello
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Le nuvole, da quest’angolo di cielo, formano figure strane che convergono in un unico punto, sopra la merlatura delicata dei colli in lontananza. Raggi scuri si aprono a ventaglio, mentre, poco sopra, compaiono fasce morbide e chiare come panna. Luce e tenebra s’intrecciano e costringono a meditare sulla vita, l’inestricabile groviglio di bene e di male, di bellezza e bruttezza: bisogna, per oltrepassare le contraddizioni, lasciarsi attraversare dalla gioia e dal dolore, dall’angoscia e l’allegria, dal momento che solo il coraggio della verità restituisce l’umanità alla sua interezza. Perché fuggire? Il fascino delle favole attira dalla più tenera età eppure non descrivono solo luoghi incantati, principesse e principi felici o tesori d’inestimabile valore. Mettono in scena mostri terribili, persone crudeli, pericoli mortali. Generazioni di bambini e di adulti se ne ciberanno sino alla fine dei secoli. Le fiabe sono vere, scriveva Italo Calvino: sta in ciò la loro irresistibile attrattiva. Nell’essere umano c’è un paesaggio abitato da streghe, draghi ed eroi, ma c’è anche un punto in cui tutto converge: lo spirito, leggero come la nuvola e immenso come il mare. Ci s’inabissa nelle sue profondità per scoprire ciò che unifica ogni cosa, lungo quel filo che s’intreccia e si dipana all’infinito. Che sarà mai questo? Una dimensione che la mente postula e articola in teorie matematiche? O una cosa del cuore, il desiderio più profondo e radicato, che attende solo di poter danzare al ritmo dei sogni? Una favola: che, ancora e sempre, è vera.
5 maggio

Sei ancora qui, presente, come allora:
mi chiedi come sto, mi accendi
il cuore, come la porta aperta
sul paesaggio dei colli, dove gente
come me cerca qualcosa,
e non riesce a immaginare che è vicino,
molto vicino il senso. A me lo dici,
perché continuo a essere il cuore
del tuo cuore e mai ti ho perso,
neanche per un attimo. Gli uccelli
cantano imperterriti, lo sanno
che c’è sempre una ragione, come quando
fumasti la prima sigaretta, in ospedale,
e la suora ti sorprese dietro l’angolo:
quanto riso rubato alla tristezza,
quanta sana rivolta a malattie
mortali che avrebbero stroncato
il più robusto degli esseri. Auguri, amico mio,
grazie d’esserci ancora, in barba al tempo,
caparra dell’eterno, che mi viene già incontro
col tuo volto.
Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 43
Mite e umile
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Teoricamente non è cambiato nulla: al posto di Van Gogh, di Taormina e della Piazza dei Miracoli c’è un grande volto di Cristo, di fronte al quale mi fermo in qualche pausa del giorno, occhi negli occhi, come per trovarvi le risposte ai vuoti che si aprono quando meno te l’aspetti, e che un tempo colmavo con don Mario, col suo sguardo sornione, la parola buttata lì, quasi per caso, e che invece toccava proprio il punto, come se lui solo conoscesse i labirinti, i vicoli ciechi del mio cuore. Era bello vedere che dentro tutto si sistemava all’improvviso, come accade nei tratti bloccati della strada, che non sai se c’è stato un incidente, un ingorgo imprevisto, o la pioggia, a Roma, che ridisegna il traffico, e poi, per incanto, si riparte, che ti chiedi ma dov’era il nodo; come adesso, che don Mario mi guarda e mi ricorda quando alzava la mano e la scuoteva per dire lascia perdere, ma che vuoi che sia, o mi sembra soltanto che lo dica, mentre è Gesù che mi fissa e m’inchioda nel punto in cui il tempo s’incontra con l’eterno, il famoso incrocio in cui tutto si chiarisce, in cui il futuro si aggrappa al presente e gli dà un senso. Forse è solo questo che voglio dire nel libro, mentre l’ennesima domenica scivola tra messe e confessioni, nel prefabbricato delle benedizioni-teatro-d’ogni-stranezza di un’umanità disorientata, che cerca il prete per discernere il confine tra religiosità e superstizione, e al fedele che, come sempre, ti dice d’essere appena uscito dal concessionario, vorresti rispondere che anche tu sei appena uscito dall’ultimo residuo di pazienza; ma no, lasciamo stare, meglio aspettare le diciotto e chiudere il lucchetto delle angosce altrui, delle false speranze che un Dio compassionevole trasforma in una qualche fede, col proposito di fare di meglio. Mi sono sempre chiesto se fra il prete e il Padreterno ci sia una specie di accordo su chi chiuda più occhi di fronte al franare di ogni logica; se alla fine il sacerdote non sia che l’estrema propaggine di un Dio che ne ha abbastanza, ma insiste a credere in questa cosa incomprensibile che si chiama uomo.
Cuore
Poesie di Elena Branda
Elena Branda nasce ad Alessandria il 23 luglio 1997. Giovane medico e scrittrice appassionata di poesie, racconti brevi e canzoni, ha pubblicato le raccolte “A cuore aperto” (2021) e “Crisalidi” (2022).
ALGEBRA
Se quantificassi l’amore
lo farei
in bicchieri di vino
quel vino rosso che
iniziamo a ridere e
smettiamo solo se
quando
mi baci
Lo farei
in baci
in baci del buongiorno
ti amo
ogni mattina
di più
per ogni bacio
in più
Lo farei
in carezze
in Andrà tutto bene
Lo farei
in piatti sporchi,
in abbracci notturni,
in antipasti condivisi,
in panni stesi sul terrazzo,
in sorrisi
in lacrime
Se quantificassi l’amore
ti direi:
ti amo
mille bicchieri di vino,
un mare di lacrime,
un cielo di sorrisi,
un milione di baci
e di carezze Continua a leggere











