
Più si desidera, più si può ricevere. È un esercizio quotidiano, contrapposto alle forze contrarie: la tristezza, la depressione, la rassegnazione. Scegliamo ogni momento l’una o l’altra via, l’una o l’altra vita.
Archivio mensile:Febbraio 2023
La voce degli ultimi. Dio dell’istante più che dell’eternità
Queste considerazioni mi convincono ancor più che è possibile conoscere Dio soltanto a livello storico, anche se nella storia la trascendenza di Dio sembra impigliarsi negli intricati dedali della malizia umana, o diluirsi nei mille rivoli della frantumazione dei rapporti tra noi.
Non nego l’esperienza di grandi mistici che ci raccontano di intimi e intensi rapporti con Dio, che li mantengono ben al di sopra della storia, e so che tali mistici sono presenti anche tra i poveri, ma nella generalità dei casi e nella normalità delle esperienze, il rapporto con Lui è fondato su elementi storici. Noi lo possiamo percepire soprattutto attraverso la storia, nei suoi vagiti e nelle flebili voci di pianto che la attraversano in continuazione; e quanto più noi ascoltiamo la storia dei perdenti nella quale Egli si è incarnato, la assumiamo per quello che è e la facciamo nostra, tanto più ci immergeremo nel mistero di Dio, che è perciò il mistero dell’umanità tutta e dell’intero cosmo. Continua a leggere
Cuore
Intervista a Dino Buzzati del 1962 (Interzona)
Il progetto
Poesia italiana del XXI secolo

Giovanna Menegùs è nata a Milano nel 1969, vive tra San Vito di Cadore, Belluno e la provincia di Varese. Ha lavorato a lungo in ambito editoriale, e pubblicato tre libri di poesia: Quasi estate, MasterBook / ExCogita, 2017, Investitura di voci. 50 poesie (96, rue de-La-Fontaine, 2018, postfazione di Angelo Andreotti), L’occhio fotografico (Pietro Macchione, 2018, postfazione di Antonio Fiori). Fa parte della redazione di Avamposto. Rivista di poesia, nella versione cartacea e online, e del lit-blog collettivo La poesia e lo spirito. Un suo saggio è in uscita sulla fanzine di Versante ripido.
Risurrezione
Frammenti di Cinema # 60

Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975) di Chantal Akerman è il film più bello nella storia del cinema. Lo ha decretato la rivista Sight and Sound, pubblicata dal British Film Institute. Attenzione, però. La scelta si rinnova ogni decennio. Il primo film che ha ricevuto questo riconoscimento nel 1952 è Ladri di biciclette (1948) di Vittorio De Sica. Dieci anni dopo, nel 1962 in cima fu messo Quarto Potere – Citizen Kane (1941) di Orson Wells, e vi è rimasto per un periodo molto lungo. Infatti, solo nel 2012 viene scavalcato in classifica – restando comunque secondo – da La donna che visse due volte – Vertigo (1952) di Alfred Hitchcock.
Il film della Akerman è inconsueto. Riprende in tempo (quasi) reale la vita quotidiana di una casalinga, madre di un giovane studente, nel corso di tre giorni. Con un particolare, scandito con naturalezza, nella giornata ordinaria: Jeanne si prostituisce. Oltre ad essere considerato cinematograficamente un capolavoro, è un film fondamentale per la cultura femminista.
Contributo
Vivalascuola. Il Festival del narcisismo italiano. Meglio tenerne lontani i minori

Numeri da record per gli spettatori che hanno seguito la finale del Festival di Sanremo 2023, così come per l’astensione degli elettori alle elezioni regionali in Lazio e Lombardia. Dato che è lo stesso popolo il protagonista dei due fenomeni, che si sono svolti pressappoco negli stessi giorni, che ci sia un legame fra di essi?
Il Festival del narcisismo italiano. Meglio tenerne lontani i minori
di Giovanna Lo Presti
Quest’anno sembra che uno dei frutti un po’ appassiti della Società dello Spettacolo, il Festival di Sanremo, per trovare nuovo vigore, non abbia avuto esitazione ad allontanarsi dal puro show per inoltrarsi nel “deserto del reale” (per usare l’espressione di Morpheus nel film Matrix). Continua a leggere
Domenico Pelini legge Joseph Brodsky. 11
Più vero
“Anche solo per un saluto” di Checco Curci
di Francesco Sasso
Qualche giorno fa un amico mi segnalava l’album di debutto Anche solo per un saluto di Checco Curci, presente su tutte le piattaforme digitali per l’etichetta-collettivo Dischi Uappissimi, con distribuzione ArtistFirst.
Checco Curci nasce e cresce a Noci, in provincia di Bari. Si avvicina alla musica attraverso il pianoforte e il violoncello. Al liceo suona in un gruppo d’ispirazione brit pop finché non si trasferisce a Venezia per studiare architettura. Nel 2005 si stabilisce a Milano per specializzarsi in urbanistica, materia che oggi insegna al Politecnico di Milano.
Non sono un critico musicale, non ho gli strumenti per segnalarvi i generi e gli stili attraversati dal cantautore, né i ricchi incastri armonici e timbrici o le sperimentazioni musicali. Intuisco che tutto ciò è presente nel lavoro di Checco Curci, ipotizzo innesti e contatti con altri cantautori italiani che non cito per paura di clamorosi errori. Sono solo un ascoltatore e mi godo la spensieratezza del dilettante che ascolta musica senza porsi troppe domande. Tuttavia, non azzardo nel dire che ogni canzone è composta con personale schiettezza di sentire. Il tema di fondo in Anche solo per un saluto è l’uomo smarrito nei suoi sogni e nella sua imperfezione. Qui di seguito le canzoni su Spotify e la tracklist.
Francesco Sasso
Chi non crede prega?
di Alida Airaghi
Chi non crede prega? Forse sì, più spesso di quello che si pensa. Può pregare per un’abitudine assunta durante l’infanzia, per paura, per disperazione. Può pregare – come probabilmente fanno quelli che Hermann Hesse definiva “die Suchende”, coloro che cercano –, nella speranza di essere ascoltato.
O, come suggeriva Giorgio Caproni in un suo insuperato e troppo poco ricordato poemetto del 1964, Lamento (o boria) del preticello deriso, “prego … non, come accomoda dire / al mondo, perché Dio esiste: / ma, come uso soffrire / io, perché Dio esista”. Continua a leggere
La bellezza
DALLE MEMORIE PARZIALI VERSO UNA MEMORIA GLOBALE E CONDIVISA
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Nella convinzione che il Giorno della Memoria, istituito con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, debba andare oltre lo spazio dell’ufficialità commemorativa e favorire una Memoria storica consapevole e condivisa, ritengo che siano da valorizzare tutte le occasioni di approfondimento sui temi legati alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei, dei deportati politici, di quelli militari e degli italiani da parte del regime totalitario nazista del terzo Reich.
La legge italiana, istitutiva del Giorno della Memoria, recita: “La Repubblica Italiana riconosce il giorno 27 gennaio… ‘Giorno della Memoria’, al fine di ricordare… la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che… si sono opposti al progetto di sterminio… ed hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Quindi sostanzialmente i deportati politici e militari nei campi nazisti.
La parola ai poeti. Daniela Pericone
Scrivere è sostare sulla soglia, vivere sull’orlo di qualcosa che si intravede, si intuisce e mai del tutto si coglie, se non a tratti e per frammenti. La poesia non è che un modo di percepire il mondo, di “sentire” la realtà, che è mutamento, movimento, relazione tra dentro e fuori, tra l’io e l’altro da sé. È un’attitudine con cui in qualche modo si nasce, tuttavia da coltivare e affinare, con pazienza e dedizione, in solitudine.
La mia scrittura proviene da una consuetudine con la parola tramandata. Da lì ha preso forma ed è emersa la mia misura interiore, che è contigua al silenzio: la parola poetica, con la sua concisione e il suo ritmo, la sua capacità di racchiudere nello spazio circoscritto del verso un’amplissima varietà di suoni, idee, visioni, di intuizioni palesi e di sensi reconditi. È di Pound una delle definizioni più efficaci: «La poesia è linguaggio caricato di senso al più alto grado possibile». Continua a leggere
L’anima
Una poesia di Gino Rago da “I platani sul Tevere diventano betulle” (2020)
di Giorgio Linguaglossa
Il linguaggio poetico di Gino Rago preferisce gli «stracci». Il linguaggio poetico della «nuova poesia» preferisce gli stracci.
Quando si sale su un podio, qualsiasi podio, la Musa fugge a gambe levate. Questo principio Gino Rago lo vorrebbe scolpito nel marmo.
Ormai per fare poesia ci dobbiamo rivolgere al rigattiere, al robivecchi e, possibilmente, alle discariche abusive che spuntano come funghi dal territorio disastrato di questo paese. Penso che dobbiamo falcidiare tutti i cippi, funerari o meno, tutti i podi, tutte le stele e le colonne di marmo, la poesia la dobbiamo fare con gli stracci sporchi, togliere tutte le superfetazioni, tutte le lucidature, tutti i detersivi… «ciò che rimane lo fondano i poeti» diceva Hölderlin, appunto, prendiamo il poeta tedesco in parola: ciò che rimane dalle discariche delle parole è poesia… Continua a leggere














