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Lirico terapia. Alessandro Parronchi


Illusioni

Se questa sera non fosse vera

se l’erbe non tremassero e i monti non morissero col giorno

se questo viso non fosse il tuo

e la ruggine del bosco

non avesse vento e parole e fumi lontani,

se l’ombra volasse ugualmente sui prati

ma non fosse la stessa ombra

se non fosse davvero primavera

l’albero sarebbe fiorito invano

e i sassi bianchi qua e là

tra il nero della mortella e le grida

rauche dei cavalieri e i cavalli stanchi

non sarebbero stati veri

al lume di luna pei verdi sentieri.

Questi versi di Parronchi hanno il potere di aprire e chiudere qualcosa. Al lettore, come sempre, la risonanza personale.

Desiderio


La vita è desiderio: dipende da ciò che amiamo, perché il cuore va in quella direzione. Se amiamo l’Amore, tutto è a posto. Ama e fa ciò che vuoi, diceva Agostino, e non aveva torto.

Lirico terapia. Eugenio Montale


Vento sulla mezzaluna

Edimburgo

Il grande ponte non portava a te.

T’avrei raggiunta anche navigando

nelle chiaviche, a un tuo comando.Ma

già le forze, col sole sui cristalli

delle verande, andavano stremandosi.

 

L’uomo che predicava sul Crescente

mi chiese “Sai dov’è Dio”? Lo sapevo

e glielo dissi. Scosse il capo. Sparve

nel turbine che prese uomini e case

e li sollevò in alto, sulla pece.

Ci vuole un grande poeta per creare un’atmosfera così suggestiva ed enigmatica.

“Sai dov’è Dio”? Lo sapevo/ e glielo dissi.

Ironia? In fondo, ognuno di noi lo sa, ma quasi sempre, in risposta, si scuote il capo.

Prossima pubblicazione. Il cammino per l’uomo.


Ho inviato a cinque case editrici la mia storia di peccato e di grazia. Attendiamo le risposte. Questo che segue è il primo capitolo. Il libro, scritto con Sabrina Trane, s’intitola Il cammino per l’uomo.

 

Forse non è il momento migliore per cominciare un libro. E’ una giornata di quelle in cui vorresti buttare tutto all’aria, in cui ti sembra che la fatica, le rinunce, i sacrifici, siano solo uno spreco di energie. Non sai neanche prevedere se questa storia starà in piedi o sia destinata a disgregarsi, come le stelle che vedi cadere e non sai dove, anzi, non potresti nemmeno giurare che siano proprio stelle e non, magari, mozziconi lanciati dall’auto che sfreccia avanti a te. Questo della macchina è un simbolo importante: una memoria di evasioni folli da una vocazione che non sentivo mia, che mi ero ritrovato addosso quasi casualmente, una sera in cui il mio amico sacerdote era arrivato con l’agenda rossa su cui annotavo i miei pensieri e mi diceva: ecco, questa è la frase che aspettavo.
Quanti eventi, da allora, si sono succeduti, e quanti se n’erano già verificati! L’ictus di don Mario, la precarietà della parrocchia, il panico di non poter prevedere se il faro della mia esistenza si sarebbe svegliato vivo o morto, la mattina. Il tempo, come dice la Bibbia, s’era fatto breve; non era più possibile tirarla in lungo, e anche se il segno chiesto nel santuario di Loreto (“facciamo così: se celebra quel sacerdote vuol dire che la chiamata è vera”) aveva dato parere negativo, il dado era tratto: sarei entrato in seminario.
Fu un problema anche questo: al Capranica non mi vollero accettare, probabilmente a causa del prete che avevo abbandonato per don Mario; si vendicava così, non avendo altri modi per sfogare la sua rabbia. Fu allora che contattai il rettore del Seminario Maggiore: mi accolse come un padre, dimostrando come gli uomini di Dio siano sparsi a macchia di leopardo, e che puoi ritenerti fortunato se ne trovi uno che faccia al caso tuo. Per don Mario la fortuna si chiamava Provvidenza, e io ci credetti, come a tutto il resto. Ormai ero sicuro che il Padreterno mi volesse sacerdote, e se oggi non è il giorno più indicato per cominciare un libro, se un macigno più pesante del solito mi appesantisce il cuore, devo dire che ci credo ancora, che in quello che successe dopo, in mezzo al crollo di tutti i punti fermi, fu questa l’unica certezza, come se la frase sull’agenda rossa non l’avessi scritta io, ma il dito dello Spirito Santo, che a volte s’infila così nelle pagine gualcite della vita.

Lirico terapia. Mario Luzi


Ridotto a me stesso?

Ridotto a me stesso?

Morto l’interlocutore?

O morto io,

l’altro su di me

padrone del campo, l’altro,

universo, parificatore…

                                           o no,

niente di questo:

il silenzio raggiante

dell’amore pieno,

della piena incarnazione

anticipato da un lampo? –

                                                     penso

se è pensare questo

e non opera di sonno

nella pausa solare

del tumulto di adesso…

Belle domande, queste di Mario Luzi. È l’orizzonte ampio del poeta, lo sguardo che scruta nel profondo, ma anche in superficie.

Lirico terapia. Angelo Barile

Uscire dalla vita come quando

Uscire dalla vita come quando

s’esce di chiesa

in un finale d’organo: s’avventa

l’anima a scale prodigiose, trova

il piede sulla soglia

un bianco che vi palpita: e la luce

è nuova.

 

Ma uscire non è dato in rapimento.

Ch’io possa almeno

lasciarmi dietro la mia stanza, un poco

volgendo il capo a riguardarla, alfine

pulita, sgombra

d’ogni discordia, in ordine sereno

come la chiesa ora vuota: le croci

fanno una chiara ombra

sul pavimento.

È difficile vedere la morte in modo più sereno. Angelo Barile ci stupisce, con questi versi cristallini e memorabili.