
Maggio era arrivato. Il centenario di Fatima entrava nel vivo, dopo tanta attesa, e noi preparavamo i nostri cuori agli eventi preannunciati, ben sapendo che non c’erano date da tenersi per sicure, né vicende scontate, ma solo la fiducia assoluta nell’azione del Signore, l’apertura del bambino che non sa, e ha tutto da imparare. Intanto il Cielo lavorava nella nostra terra accidentata: dall’ultima presa di coscienza sul senso profondo dell’umiliazione, che avevamo deciso non solo di accettare, ma di abitare con gioia, eravamo approdati al cuore del Vangelo, riassunto in uno dei messaggi della Gospa: “Avrà la pace vera solo chi, nel suo prossimo, vede e ama mio Figlio”. Non era facile: non solo scorgerlo in noi stessi, ma anche nelle persone che tutto parevano incarnare tranne il volto, l’opera, il pensiero di Gesù. Ma come eravamo pazienti per il nostro cammino personale, come sapevamo perdonarci inciampi e passi falsi, inevitabili nella via della fede, così dovevamo dare agli altri, a tutti, la possibilità di aprirsi al Progetto, fino all’ultimo respiro, riconoscendo che il giudizio decisivo spetta solo a Dio. La pace: era questo il bene supremo, che si stagliava sempre più nitidamente sull’orizzonte oscuro degli accadimenti, l’estremo appello rivolto dal Signore a un’umanità scivolata su altri piani, chiusa nel bozzolo oppressivo dell’io incapace di donarsi. Ed era maggio, il mese di Maria: ci sembrava di vedere il suo sguardo, di sentire la sua mano posata su di noi, la sua voce inconfondibile, in mezzo ai rumori del tempo che correva.