Archivi autore: fabrizio centofanti

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https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

Due metri d’asfalto

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L’edicola di Alberto sta davanti alla parrocchia. Si rischia, ad arrivarci, perché bisogna attraversare la via di svincolo di tutto il quartiere. La mattina presto le auto sfrecciano come in autostrada. Così, con Alberto, siamo rimasti d’accordo che quando arriva il giornale  fa uno squillo. E’ la campana laica, annuncia la notizia che il mondo diffonde di se stesso. Poco dopo, suona l’altra campana, la notizia portata da Dio, dal suo vangelo. I due messaggi s’inseguono, non possono fare a meno di cercarsi. Sono divisi, a volte, dal traffico nevrotico dei giorni ingolfati, in cui due metri d’asfalto diventano un sistema solare, una galassia, l’universo intero.

Uno scrittore famoso

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Parlerò bene di uno scrittore famoso. E’ un impresa titanica, in genere. Mandi messaggi e non rispondono; tocchi con mano il non essere come categoria esistenziale, non solo filosofica. Con *** niente di tutto questo. Ti accoglie, aiuta, consiglia. Mi chiedo se lo faccia con me, esclusivamente. Mi piacerebbe pensarlo: sono un tipo speciale, mi dico, è giusto che mi trattino bene. Ma rinuncio alla versione narcisista:  *** è gentile e disponibile a prescindere. Che gli scrittori famosi non siano tutti pessimi soggetti? Finché *** esiste, la letteratura non è una élite di snob insopportabili. Ciò mi costringe a rivedere le mie idee. Mi complica la vita, esalta sfumature impercettibili, insinua il dubbio, mi impone la fatica del pensiero.
***, fammi un favore: non rispondermi più, ignorami, lasciami il gusto acre della malevolenza.

Una dura pioggia

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Un mare di fango: espressione logora, retoricamente debole. Un fiume di fango: più realistica, ma stantia. Una catastrofe: vero, ma giornalistico, superficiale. E’ un’offesa ai morti non trovare le parole, non cogliere anche linguisticamente la drammaticità irripetibile di quanto accade. Le facce, le interviste alla Tv sono artefatte, costruite, per le formule ripetitive, la preoccupazione di collocarsi in una griglia, la ricerca di un’approvazione che rivela l’insicurezza di un linguaggio inadeguato. Si poteva prevedere: non ci sono parole per esprimerlo. Certe storie non chiedono parole, solo fatti.

Diritto alla rete

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A noi poveri mortali basta poco: un blog, un minimo di tempo per scrivere un articolo, una mente il più possibile libera dai condizionamenti. Con questi mezzi semplici si raggiungono notevoli obiettivi. Contrastare, per esempio, l’informazione ufficiale, legata a miriadi di interessi personali e di partito, con un pensiero trasparente in grado di prendersi le responsabilità del caso, convinto che la rete coinvolga potenzialmente tutte le persone del pianeta con un pc e una connessione internet. E’ precisamente questo che turba il sistema, come, a suo tempo, l’annuncio della nascita del Cristo turbò Erode e tutta la città. Paragone esagerato? Eppure anche Gesù proponeva un mondo libero dal potere terreno, dalle catene economiche e sociali, e per questo fu soppresso. Voleva connettere il cielo e la terra, ma fu oscurato un fatale pomeriggio di duemila anni fa. Tutto l’orizzonte si oscurò con lui. La luce, però, trovò il modo di riaccendersi. Non lasciamola spegnere. Resistiamo insieme.

Ed è già tanto

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Scrivo per sopravvivere. Ho l’impressione che, come nelle Mille e una notte, se cessassi di raccontare morirei all’istante. Devo ritrovare, giorno dopo giorno, il filo interrotto il 30 dicembre, con la morte del mio amico. Da allora, la scommessa è quotidiana: continuare, fermarsi, superare ostacoli sistemati ad arte e trappole intrise di veleno, confidare in ciò che ho sempre chiamato divina provvidenza, o arrendermi al male che mi assedia. Non so come andrà a finire. Quando riesco ad accendere il computer, segno un’altra tacca di una lotta senza fine. Anche per oggi è fatta, ed è già tanto.

Absolute [YOUNG] Poetry & Udinetraduce 2009- il programma completo

Absolute [YOUNG] Poetry 2009
Cantieri Internazionali di Poesia
&
Udinetraduce
Monfalcone-Udine
5-10 Ottobre 2009

Direzione artistica: Lello Voce

Udinetraduce
dedicata al quadricentenario della pubblicazione dei sonetti di Shakespeare
Udine, 5-7 ottobre

Domenica 4 ottobre [Aspettando Udinetraduce]
Libreria Feltrinelli, ore 17
Presentazione della traduzione di Secondo Natura di W.G. Sebald (Adelphi) con la traduttrice Ada Vigliani
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I mostri marini. Di Nadia Agustoni

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(Barchetta di carta sul mare)

I mostri marini

I miei occhi sono due sassolini neri, ma a volte è come se fossero più neri e così brillano. Io li lascio brillare perché vedono di più, guardano le cose come a farle diventare trasparenti e le vedono al centro come quando si guarda un cuore fino in fondo. Quando di notte vado in giro arrivo al mare. Il mare è grande e profondo e non lo vedi tutto e certi colori del mare sono ombre e le ombre sono i mostri marini. Dal mare vengono fenomeni strani e si chiamano onde. Le onde sono più piccole del mare, ma si muovono nell’acqua, si alzano e con la schiuma sbattono contro le case: è tutto un trac alle finestre e un cric e c’è un rumore che è diverso dai rumori che si conoscono ed è il mare. Continua a leggere→

La faccia sempre uguale

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Ogni tanto risuscitano gli zombie. C’è un momento in cui gli eventi scavano voragini nell’anima, l’alcol e la disperazione ti scortano all’inferno senza che nessuno possa dirti una parola, o compiere un gesto per salvarti. E’ allora che si apre la porta che sembra prometterti ristoro, una pausa al dolore, un lenimento effimero all’angoscia insostenibile. Quando tutto ritorna a un’improbabile normalità devi scegliere con chi confidarti. Ma non ti salvi mai dagli sciacalli che vivono di gossip e si nutrono di chiacchiere come i vampiri si saziano di sangue. Ogni tanto si riaffacciano, fanno l’occhiolino: ho saputo certe cose. Lo zombie ha la faccia sempre uguale, la stessa bava gli scende dalla bocca.

Allora la saluto

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Comunione a un malato gravissimo, costretto a letto, intubato, inabile alla fonazione e a qualunque tipo di comunicazione che non sia un sorriso, una smorfia, una lacrima sfuggita dalla coda dell’occhio. C’è anche la sorella, piccola di statura come lui, maestra elementare ormai in pensione. Si finisce, non so come, a parlare di facebook. Lei non ha voluto mettere la foto. Mi racconta che le hanno chiesto l’amicizia, con un messaggio allegato: Quanti anni hai? Ha risposto, senza alcun problema, di averne compiuti sessantasei da pochi giorni. A quel punto, un nuovo messaggio: Bene, allora la saluto. Sono scoppiato a ridere, ma di un riso amaro. Guardavo il fratello immobile, gli occhi puntati su di noi. In un momento, ho immaginato tutti i malati della terra, i moribondi, i disabili, gli anziani. E accostavo le figure offese dal male o dal tempo alla frase terribile, diabolica: Allora la saluto. Ho pensato: l’inferno è questo. Un andarsene, un volere che non rimanga nulla, per l’eternità.

Quando si dice un uomo vero

di Vito Mancuso

Già con le opere d’ arte l’ autenticità è una questione complessa: quel crocifisso sarà veramente di Michelangelo? quei due brani saranno davvero inediti mozartiani? Spesso si accendono discussioni infuocate, ma quasi mai si riesce a stabilire chi ha ragione. Un’ eccezione abbastanza spassosa si ebbe a metà degli anni Ottanta a proposito di alcune sculture a forma di teste umane ritrovate a Livorno e presto attribuite a Modigliani dai maggiori critici, e che invece poi si scoprì essere una burla ottimamente congegnata. Ma se è complessa per gli oggetti, tanto più la questione dell’ autenticità lo è per la vita, notoriamente ben poco oggettivabile.

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Quale allegria

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Dicono che la religione sia proiezione dei bisogni dell’uomo. Che l’aldilà sia un’illusione per superare la paura della morte. O, peggio, l’oppio dei popoli, per mettere a tacere i disperati della terra. Se ripercorriamo la storia della fede, c’imbattiamo prima o poi nel nero della notte più fonda, nel terrore per i fulmini, nei graffiti apotropaici all’interno delle grotte. Fossi un uomo primitivo, condividerei lo sgomento, cercherei le stesse vie d’uscita. Oggi, però, sappiamo molto, la scienza spiega l’origine dei fenomeni atmosferici, libera da paure ataviche che rendevano schiavi di una natura sconosciuta. Possiamo congedare il dio tappabuchi, ergerci nella nostra dignità di persone civili, che hanno preso in mano la vita, con coraggio. Ora godiamo di una sana, realistica felicità, capace di cogliere il buono in ogni cosa rinunciando all’autoinganno che ogni fede reca in sé. Finalmente atei, finalmente mortali. Finalmente soli.

Camminando camminando. In ricordo di Luciano Morandini. Di Maurizio Mattiuzza

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(Luciano Morandini)

E’ un settembre di lutti per la poesia.
E’ morto Luciano Morandini, una delle personalità che più hanno dato alla cultura friulana (e non solo) nelle ultime decine di anni, ma soprattutto un uomo di grandissimo spessore, un esempio. Ci piace ricordarlo con grande affetto anche qu
i.

Camminando Camminando. In ricordo di Luciano Morandini.
Di Maurizio Mattiuzza

Alla domanda “come va” mi rispondeva sempre “si resist” trasmettendomi così, col suo linguaggio asciutto, quella passione e quell’impegno civile che sono stati una delle coordinate più forti della sua vita. L’inganno del tempo che scorre, tranello per tanti poeti, Luciano Morandini l’ha evitato in questo modo, resistendo e vivendo con forza lucida il suo cammino di uomo inserito ogni giorno nella storia. Un sentiero che ha percorso senza paura, intessendo la ricerca personale e politica con il filo spesso di una scrittura ora dolce ora severa, ma sempre capace di una lirica alta e attuale. Una poesia che Morandini, proprio come Saba, ha voluto soprattutto onesta. Aveva passato tante esperienze Luciano, scrivendo, fondando riviste e partecipando a stagioni memorabili della cultura italiana. Mi parlava dei suoi incontri con Pasolini, di Biagio Marin e dei poeti dell’allora Jugoslavia coi quali aveva avuto in quei tempi, pioniere assoluto, scambi profondi. In quei discorsi, tra quei ricordi, però non ho mai sentito nostalgia o arcadia, ma stimolo e voglia di confronto. Parlarne era per lui, io credo, soprattutto un’ occasione per marcare una differenza e dare forma a un suo disagio, ad una certa preoccupazione per i tempi odierni, così chiassosi e superficiali. Luciano non ci lascia lezioni, non lo avrebbe voluto. Il suo lascito è un esempio, un’attitudine che spinge a cercare giustizia e dare amore scrivendo poesia autentica. Continua a leggere→

Una mano a Dio

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Ieri, nell’omelia, ho detto che non sarò mai vescovo: parlo troppo e dico ciò che penso. Qualcuno mi ha guardato male, qualcun altro era visibilmente soddisfatto. Sono sempre più convinto dell’importanza di essere se stessi: non può che fare bene, anche alla chiesa. Se c’è un rinnovamento da compiere, è in questa direzione, senza temere di affrontare argomenti delicati, o comunicare schiettamente acquisizioni esegetiche e teologiche. La gente ha fame di verità e sete di dialogo. Gesù ha proclamato beati gli affamati e gli assetati, cerchiamo di non renderli infelici. Diamo una mano a Dio, finché possiamo.

La tovaglia

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Quando si tratta di sparecchiare c’è sempre il furbo che si eclissa; una questione di DNA, credo. Oggi, per esempio, è rimasta la tovaglia sulla tavola. L’ho tolta e ripiegata tristemente, come fosse un simbolo: della fragilità di questi giorni, della mancanza di condivisione, dell’assenza del mio amico. Giorno dopo giorno, capisco che era tutto diverso, quando c’era: persino le meschinità quotidiane assumevano un aspetto tollerabile, ci si rideva sopra. La vita è ritrovare il filo,  il segreto di un sorriso proprio quando ti cadono le braccia. Ho amato don Mario più di Dio, e ho fiducia che Lui capisca. Anzi, sono sicuro che ci ride su.

Invisibile

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Don Mario fa miracoli. Già da tempo me ne sono accorto, ma ne ho avuto una conferma decisiva. Non andrò alla congregazione dei santi, certe cose basta dirsele tra amici. Certo, in una fase assurda della vita, una consapevolezza simile mi aiuta: non sono solo, c’è qualcuno che sta seguendo passo dopo passo i miei giorni devastati. Concretamente, non cambia nulla, sono sommerso dai soliti problemi, le ferite aperte bruciano esattamente come prima. Ma ci sei tu. Cos’altro aggiungere? Piango come un bambino. Sento la carezza invisibile di una mano conosciuta.

Filastrocca del pesciolino. Di Nadia Agustoni

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(Pesci)

Filastrocca del pesciolino

di Nadia Agustoni

 

Nella fontana c’è un pesciolino

un occhio verde uno azzurrino

e vede il mondo di due colori

lo vede dentro e lo vede fuori.

 

Se gli parli non ti risponde,

ma ti manda una letterina:

“ Io sono il pesce che in ogni mare

prima ti insegue e dopo scompare.”

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Niente altro

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Forse me ne andrò via da qui. So che don Mario non vorrebbe, e forse nemmeno Dio. Ma bisogna avere un motivo per resistere. Guardo il cielo, la trapunta delle stelle, e mi perdo in tutto quello sfarzo. Ma di motivi, neanche l’ombra. Abbasso lo sguardo, verso la terra scalcinata, con gente povera e cattiva, invidiosa e meschina, e mendicanti dagli occhi dolci che mi tendono la mano. Allora penso che forse, qui, ci morirò. Non perché lo vuole don Mario. Non perché lo vuole Dio. Né perché sia incapace di liberarmi dalla gente ignobile. Mi trattengono quegli occhi, niente altro.

Al centro del mondo

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La malattia è il centro del mondo. Ti costruisci un presente, nonostante le difficoltà, lotti con tenacia per edificare con materiali affidabili, poi arriva il responso e ti smentisce senza appello. La ribellione è inevitabile. Chi parla della fede non può dimenticare Giobbe o Qoelet, il quale dichiara senza mezzi termini: “Odio la vita”, e alla fine della lettura proclamiamo: “Parola di Dio”. La Scrittura conosce lo sprofondare nell’abisso, la bestemmia violenta. Guai a coloro che vivono o annunciano una fede sempre uguale, un cammino senza scosse: non hanno a che vedere con la storia del popolo di Dio. La verità è nel combattimento logorante, quello che Giacobbe sostenne una notte intera sulle rive dello Jabbok. La sorpresa è che l’angelo ti lascia vincere: per questo non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele. Allora, al centro del mondo, non ci sarà più il male, ma la strana e geniale musica di Dio.

La gaia scienza di Italo Calvino

[Anticipiamo il testo che Piergiorgio Odifreddi pronuncerà domani al liceo Cassini di Sanremo, che ha avuto tra i suoi allievi Italo Calvino ed Eugenio Scalfari.n.d.r]

di Piergiorgio Odifreddi

Se uno scienziato osasse affermare che Galileo è stato «il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo», verrebbe immediatamente tacitato dagli umanisti e tacciato di scientismo e di ignoranza. A dirlo è stato però un letterato, in un’ intervista al Corriere della Sera del 24 dicembre 1967. E non un letterato qualunque, bensí uno dei mostri sacri della nostra letteratura! Si trattava di Italo Calvino, e la sua affermazione definiva non solo il posto di Galileo nel pantheon letterario italiano, ma anche il proprio. Perché stare dalla parte di Galileo significa, in particolare, stare anche dalla parte di Ariosto e di Leopardi, per le loro reciproche affinità. E significa, in generale, prendere posizione a favore di una concezione della letteratura come mappa del mondo e dello scibile, e di uno stile intermedio fra il fiabesco realista e il realista fiabesco. Calvino ovviamente apparteneva virtualmente a questa linea di forza della nostra storia letteraria, grazie alla trilogia composta da Il visconte dimezzato (1951), Il barone rampante (1957) e Il cavaliere inesistente (1959). E negli anni ‘ 60, quando si trasferí a Parigi e incontrò Raymond Queneau, aderí formalmente alla poetica dell’ Oulipo fondato da quest’ ultimo, che perseguiva e persegue il triplice obiettivo di una scrittura che possieda ed esibisca immaginazione scientifica, linguaggio logico e struttura matematica. Continua a leggere→