Archivi autore: fabrizio centofanti

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https://gesuperatei.wordpress.com http://www.lapoesiaelospirito.it https://youtu.be/wnH1GlOPZk0

Locali

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“Potete bere il calice che io bevo?”, chiede Gesù ai discepoli che ambiscono i posti migliori nel regno che verrà. Il calice, nel primo testamento, è l’ira di Dio incombente sull’empio, costretto a berlo sino alla feccia. Curioso che la stessa sorte spetti al Cristo, quanto di più alieno vi sia dall’empietà. C’è una sola spiegazione: il nazareno aderisce alla condizione umana fino al grado massimo di lontananza, accetta di mettersi nei panni del peggiore, paga il fio di malefatte altrui, ne condivide l’angoscia fino all’ultimo. Noi siamo bravi e buoni, ma arrivati al limite facciamo un passo indietro, il povero, il disperato li lasciamo là, e torniamo a casa. L’abisso si spalanca: siamo in salvo, al riparo, sotto un tetto accogliente. Peccato che il regno sia dall’altra parte, il calice dell’alleanza sia servito altrove, in un locale malfamato, una lurida panchina, un portico esposto al vento gelido.

Caos calmo

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Mi hanno insegnato fede, speranza e carità. Fatico, a volte, a collegarle con il mondo. La fiducia è svanita: si vive a colpi di scoop, chiunque può tradirti, registrarti, denunciare. Il risvolto è fare e dire come si fosse in piazza, votati a una trasparenza obbligatoria: apprezzabile, ma non virtuosa, perché senza libertà non c’è virtù. Sperare è da folli, sapendo che i meccanismi ben oliati della politica mondiale vanno compatti verso la distruzione del pianeta a vantaggio dei soliti noti. Amare è il verbo dei romanzi rosa e di una televisione commerciale abietta nella sua volgarità. Tre sono le cose che rimangono, dice Paolo di Tarso nella prima lettera ai Corinzi. La domanda è: dove? C’è ancora qualcuno che raccoglie un testimone così scomodo? Quale spartito abbiamo perso nel disordine del mondo?

Nobel per la pace

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Darei il Nobel per la pace ai poveri che non prendono le armi. A chi non ha da mangiare e muore in silenzio, nell’indifferenza generale. Che l’Accademia scelga tra i fantasmi nascosti negli angoli oscuri della storia, tra le voci che vorrebbero urlare e invece osservano mute la mano del passante. Rabbrividisco pensando alla consegna del premio prestigioso: mi tornano alla mente le mani tese dei mendicanti della terra, le richieste timide, querule, aggressive, la voce potente della fame che scardina il mondo dalle fondamenta. Nessuno se ne accorge, distratto dal rumore dell’aspirapolvere, del phon, del forno a microonde. Dal rumore assordante del potere armato del denaro.

Un’improvvisa compassione

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Avrei molto da ridire su consacrati tagliati per ben altro, ministri che non trovano il tempo per il minimo impegno pastorale, catechiste pronte a difendere le false vittime di turno. Avrei da scomunicare e denunciare, ma sarebbe vano. La catena del male va arrestata, anche a costo di restare schiacciati da un meccanismo mostruoso d’ingiustizia, arrivando a dubitare di qualsiasi verità. Qualcuno vede. Potrei dire: prende nota, fa pagare lacrima per lacrima, ulcera per ulcera. Ma forse neanche questo è esatto: lo sguardo cui non sfugge nulla è sempre in attesa di una svolta, di un’improvvisa, magari tardiva compassione.

Rendere simili le chiese a Gesù e non Gesù alle chiese

di Mauro Pesce

C’è oggi una teologia cattolica italiana che finisce per

ostacolare l’accesso diretto di tutti alla figura storica

di Gesù.

E’ la teologia che dice che dovremmo

leggere i vangeli interpretandoli alla luce di una

certa teologia cattolica di oggi.

Ma è esattamente il contrario di quello che

dovremmo fare:

modificare la teologia in base a

quello che Gesù ha fatto e detto;

non: modificare

l’immagine di Gesù per renderla simile alla teologia di oggi.

E’ come se ci fosse sempre stato

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Che bella sorpresa: Gesù è tornato, è venuto a vedere come procedono le cose. Deve adattarsi alle tecnologie, ai ritmi inediti, al tempo concentrato di comunicazioni e spostamenti rapidissimi. Ha un vestito sobrio, l’espressione calma, un sorriso facile ad aprirsi. Fa il volontario in una parrocchia di periferia, alla mensa dei poveri, coi quali si ferma a chiacchierare. Parla di felicità, sa che per loro è una cosa naturale, sebbene nessuno se ne accorga. Avverte la nostalgia di Dio, ma quando incontra quelle barbe ispide, gli abiti logori, la pelle secca, si sente finalmente a casa. Gli chiedono perché abbia tardato tanto a ritornare, lasciando che le tracce delle sue parole si perdessero nel rigore dei canoni e la pesantezza delle istituzioni. Lui li guarda, sorride: “Il regno di Dio ha questo di bello: quando arriva, è come se ci fosse sempre stato”.

La donna ossimoro. Modernità di Jolanda Insana

di Viviana Scarinci

Se si dovesse pensare a un unico cardine su cui far ruotare quella frenesia plurima che è l’inventiva linguistica di Jolanda Insana, credo che l’ossimoro possa essere annoverato come costante di una sorta di moto perpetuo che ne caratterizza l’intima sfrenatezza. L’ossimoro è una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini in forte antitesi tra loro. A differenza della figura retorica dell’antitesi, i due termini sono spesso incompatibili. Si tratta di una combinazione scelta deliberatamente o comunque significativa, tale da creare un originale contrasto, ottenendo spesso sorprendenti effetti stilistici (wikipedia). È Jolanda stessa a svelarne apertamente la meccanica, definendo la sua scrittura “libertà, spudoratezze e coprolalie, in funzione di mascheramento protettivo, per troppo pudore del sentimento, per troppa tenerezza” (1). Troppo pudore sembra essere l’assunto da cui partono tutte le sue violazioni.Immagine in linea 1 Allo stesso controverso modo, l’invettiva sviando l’attenzione dalla pena, conferma la gravità dell’offesa, qualificandola nel dna di una parola del tutto nuova affinché ciò renda la misura esatta di una dolenza inaudita; tanto da essere bestemmiata per dissimularne l’insopportabilità. Lo slancio poetico di Jolanda Insana è così di frequente attraversato da una tentazione irresistibile: l’abuso dell’ossimoro. Jolanda Insana è “impigliata nell’intemperanza dello spasmo ossimorico” (2) quando amplifica la dizione con la violenza sfrenata della sottigliezza linguistica, partendo da un’ipersensibilità materiale del corpo che in luogo di ogni nervo, popola sfumature semantiche irriducibili e perciò estremamente precise. La poetessa viola perché tenerezza è stata violata. E l’ossimoro spicca dal suo stesso corpo, che è da dis-abitare, poiché tale convivenza è impossibile senza che il corpo rovente non arda la tenerezza di cui è portatore. Quindi che il corpo arda pure, ma da non morire prima di averne bestemmiato per filo e per segno, ogni singola ustione “chi sì forte ammaliò con i latrati della fame/ nell’ora della distrazione/ rovescia acque ardenti/ sulla mummia che non sono” (3). Chi ammaliò se non il corpo? Capace di latrati di fame. Ancora una volta il corpo dalla cui malia c’è da sottrarsi, per sopravvivere al travolgimento del continuo gioco del partecipare tra corpi: “equilibrista rischio la pelle sugli intrallazzi/ teatranti dell’anfitrionica grandezza del mio doppio/ e ricaccio nel suo buio la metà”(4). Jolanda parla esplicitante di un suo doppio infingardo. Il corpo, l’altro termine inammissibile dell’ossimoro che messo insieme alla poesia pare renda un’incompatibilità vivissima e fruttuosa. E che assona profondamente con una costante ossimorica della femminilità: quella del femminile materiale, in qualità di corpo femminile e quella del femminile etereo. Ancora oltre pare che l’ossimoro sdoppiatore riguardi anche la donna in quanto madre e figlia “ non lo amo ma non è una ragione per distruggerlo/ questo mio corpo incoerente mai sazio né beato/ e dunque lo allevo e lo tutelo come madre/ e lo rattoppo e strappo alle grinfie della figlia”(5). Unico è il corpo pulsante nella dicotomia femminile; nella poesia di Jolanda Insana ciò appare ossimoricamente evidente quando il corpo intrallazza alle spalle della poetessa, come se fosse solo quello e non colei che parla, ad avere dimestichezze mondane, a volere ricacciare nel suo buio la poetessa non con parole, che del corpo non sono la prerogativa evidente, ma con atti, suscitandole l’esigenza che la parola stessa diventi un atto di almeno pari prevaricazione. Una vera e propria colluttazione tra corpo e poesia in cui non c’è nulla di oscuro o di sottinteso. Insana muove “tra vizi e sfizi in pieno sole” (6) e alla parola, che nel suo dna confini l’illusione di una formula inalienabile replica “io che posseggo qualche parola non posso aprirla \e farla urlare perché mi incateni” (7) e perché questo non avvenga, ancora una volta vinta dall’ossimoro, lo fa, facendo uscire materialmente una parola che sgangheri il suo attributo ovvio lungo labirinti intestini. E lo fa come fosse uno scongiuro. Un fattucchierismo che delle oscure vie della magia nera ha ben poco se non la dissacrazione necessaria a una categoria mai classificata per dirsi donna. A quest’essere privo di categoria deve corrispondere tutta una rinomina delle immediate adiacenze e attraverso le adiacenze, un nuovo battesimo delle cose e del rapporto con le cose, in virtù di una sorta di ontologia corporale che in quanto atavica sa farsi riconosce solo dal lettore disposto allo smarrimento. Perché nella lettura dell’opera di Jolanda Insana bisognerà smarrire oltre che il proprio genere anche il proprio nome, bisognerà utilizzare il pro-nome che ci accomuni, per dirla con parole di Raimon Panikkar (8), che non significa necessariamente mettere il nostro io al posto di quello della poetessa, non si tratta di sostituirsi, ma di trovarsi comunemente in una poesia che si collochi prima di un genere o di un nome, seppure evidentemente dettata da un corpo femminile. Perché è chiaro che mai si tratta in questa scrittura di una postura prona in cui la poetessa viene agita da un’ortodossia che imponga l’illustrazione seppur originale di un genere. L’utilizzo della lingua avviene con una presunzione di alterità fattiva sul concetto di rispettabilità di ogni strumento “nullo confortamento nutrìca\ desianza \ (non ti nutricare di confortanza\ è finta pïetanza” (9). Se l’evoluzione vera, che è anche l’unica rivoluzione possibile, procede per estremismi, forse l’estremismo non edulcorato di questa poesia può dettare la regola di una lingua solo accidentalmente femminile; una lingua involontaria come la caduta di un corpo, in un genere anziché in un altro, fa accidentalmente la donna o l’uomo. Il questo caso la poetessa.

1. Jolanda Insana, Tutte le poesie, 1977-2006, Garzanti, Milano 2007, p. 577
2. Ivi, p. 575
3. Ivi, p. 221
4. Ivi, p. 308- 309
5. Ivi, p. 223
6. Ivi, p. 575
7. Ivi, p. 207
8. Raimon Panikkar, Lo spirito della parola, Bollati Boringhieri 2007, p. 96
9. Jolanda Insana, Tutte le poesie, 1977-2006, Garzanti, Milano 2007, p. 82

Prima, molto prima

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Don Mario pensò, tanti anni fa, di costruire un centro per i giovani: la categoria più bistrattata per i fastidi che procura, il lavoro che richiede, l’incoscienza che necessariamente porta dentro, l’incerta educazione e mille altri ragionevoli motivi. Il prete pensò a uno spazio solo loro, un posto dal quale non potessero cacciarli, dove esprimersi con libertà, nel rispetto di ritmi e modi della loro crescita. Sono anni che chiediamo un riconoscimento giuridico, che ne garantirebbe l’esistenza anche dopo la mia morte (che non giudico lontana). Rien de rien. Prima di tirare le cuoia vorrei vedere realizzato questo sogno. Ma temo che morirò prima, molto prima che i giovani abbiano una voce, un semplice diritto a esistere.

don Mario e i giovani

Steinway to heaven

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Il Carnaval al teatro greco di Taormina suonato da Ashkenazy, di sera, anzi di notte, con l’Etna sullo sfondo, con te al mio al fianco e tutta la vita che ci aspetta, la gioia che ti prende e non sai da dove viene, e vorresti gridarla, parlarne con quelli delle file avanti e dietro, gridare che quella musica è vicina, molto vicina al paradiso e che tutto è troppo bello per finire, che deve continuare, le dita sui tasti, l’Etna sullo sfondo, la gente che sogna, la vita che scopre per la prima volta di esserci davvero, l’applauso che scroscia appena lui si arresta e stacca le mani dallo Steinway.

Tra poco arrivano

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Tra poco arrivano. Ci sono macchie chiare, sapientemente dosate con zone contrapposte, di diverso colore. Il chiaroscuro è essenziale, in questi casi. Bisogna che la mente sia presa senz’accorgersene, una specie di trappola per topi. E i topi sono tanti, già pronti con l’acquolina in bocca, i baffi in perenne movimento. Sono lì che aspettano impazienti, la coda dell’occhio spia curiosa l’orizzonte dello schermo, perché questo è il tempo, è questione di ore, forse di minuti. Ora ci giungono per categorie, come se avessero a che fare col pensiero, la filosofia, come ci fosse qualcosa in comune con la materia grigia. La loro natura, invece, è una pesantezza invincibile, incollata al grado zero della vita: più in basso non c’è niente. Eppure miriadi di persone si mobilitano, sgomitano, sognano, per lo stesso, poco nobile motivo. Facciamo una mozione, supplichiamo insieme: risparmiateci.

La battaglia dei Pupi

di Pasquale Vitagliano

Il duce è seduto alla scrivania del suo studio. Ormai è vecchio. Attende la visita di quel giorno con lo sguardo perso di chi ha appena terminato uno sforzo fisico. La sua figura ha conservato negli anni una strana solidità, si è solo avvizzita. Sembra un pupazzo di sughero. La calvizie e la nera cavità degli occhi accrescono questa impressione. Lui è adagiato dietro la grande scrivania in noce, ormai quasi sgombra di carte, appare come disteso dentro un imponente letto regale, nei giorni dell’estrema malattia. Eppure, anche lui ha vinto. Non solo la Germania.

E’ il 1972, in estate lui e il capo del nazismo festeggeranno a Monaco le Olimpiadi della Vittoria, il momento più alto di celebrazione del nuovo ordine che essi hanno creato. Le Olimpiadi dell’Eurasia sanciranno la Pace definitiva sul Continente, con la partecipazione dei vecchi nemici sconfitti, Inghilterra e Stati Uniti. Mussolini è stanco, ha compiuto 84 anni ed attende il suo ospite, fissando nel vuoto il miraggio di un’ultima illusione umana. “Come sta maestro?”, Mussolini saluta l’ospite con rispetto, tenta di sollevarsi dalla poltrona, dietro la scrivania, ma non ci riesce. Continua a leggere→

Armagheddon 3

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Cosa fare, dunque? Quale ruolo giochiamo noi delle lettere, impotenti ad agire ufficialmente sulle realtà economiche e sociali, impossibilitati a raggiungere le leve del potere, capaci di plasmare non le grandi forme della vita del paese, ma solo le realtà impalpabili e sfuggenti che chiamiamo parole? La risposta è già stata formulata da uno scrittore che nella seconda metà del novecento ha detto quasi tutto quel che c’era da dire, con parole non meno impalpabili e sfuggenti, ma destinate a lasciare il segno per sempre: Continua a leggere→

Obama e il Dalai Lama, il Nobel a chi non ha voluto incontrare un Nobel.

obama

(Obama. Manifesto)

[ Alll’articolo di Marco Del Corona segue una intervista sulla pace e la non violenza al maestro Thich Nhat Hanh.]

09/10/2009 Corriere della Sera

Marco Del Corona

C’è uno stridore – o un apparente stridore – che può colpire la pubblica opinione occidentale. A ricevere il Nobel per la Pace è quel Barack Obama che pochi giorni fa non ha voluto incontrare un altro Nobel per la Pace, il Dalai Lama, in visita a Washinghton. Che invece si è visto con Nancy Pelosi, deocratica, figura comunque di prestigio dell’estabilishment obamiano.

INCONTRO A DICEMBRE Sembra una beffa. In realtà, si sa, Barack Obama ha posposto il faccia a faccia con il leader tibetano a dicembre, dopo la visita che il presidente compirà in Cina dal 15 al 18 novembre prossimi. Gli incontri fra i leader dell’Occidente libero e il Dalai Lama hanno un che di rituale, ma nella scelta di Obama sembra leggersi in controluce un preciso disegno, un’accortezza che sembra rispecchiare le motivazioni del Nobel: la capacità di dare un’accelerazione innovativa alle pratiche della diplomazia. Continua a leggere→

Herta Muller premio Nobel per la letteratura

herta

di Giovanni Agnoloni

Inattesa la decisione del Nobel per la letteratura di quest’anno. E’ stata premiata la scrittrice e poetessa
Herta Muller, nata e cresciuta in Romania – dove si è anche laureata, a Timisoara -, ma trasferitasi in Germania più di vent’anni fa con il marito (lo scrittore Richard Wagner). Ha pubblicato il suo primo libro nel 1982, ma è stata colpita dalla censura del regime comunista rumeno di Nicolae Ceau?escu, con il quale ha rifiutato di collaborare.

Questa la motivazione dell’assegnazione da parte dell’Accademia di Svezia: «Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo dei diseredati». Tema di grande spessore, nell’orizzonte di una realtà poco conosciuta, come altre analoghe dell’Est europeo. Una designazione inaspettata, dunque, anche se in America era sta indicata come favorita. Tra i candidati c’erano Amos Oz e Philip Roth, ma il premio è andato a un’autrice “minore”. Poco conosciuta in Italia, la sua ultima uscita, Il paese delle prugne verdi, del 2008, la si deve a un piccolo editore, Keller. In precedenza, erano stati pubblicati in italiano nel 1987 i racconti della raccolta Bassure (Editori Riuniti) e nel 1992 il romanzo breve In viaggio su una gamba sola (Marsilio). E’ confortante notare come le logiche connesse al massimo riconoscimento letterario mondiale non seguano necessariamente quelle del mercato. E che i valori umani che sottendono all’arte trovino, talvolta, un riconoscimento.

Armagheddon 2

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Nessuno è innocente. Partire da qui per fare il punto, sempre provvisorio. Da una parte, strappare la maschera a chi parla dalla cattedra di scriba e fariseo, svelare le intenzioni falsamente trasparenti; disarmare, dall’altra, l’avidità insaziabile di denaro e potere, la ricerca di un’immunità infinita. Immaginare un orizzonte in cui passo dopo passo si possano mettere sul tavolo le carte, senza più barare. Sputare sul nemico o vivere alla giornata cercando di arraffare il più possibile senza un progetto a lungo termine, che cambi radicalmente gli elementi in gioco, sono analoghe forme di suicidio. C’è un altro stile, un altro ritmo, un altro modo di ballare questa vita. Un tango rischioso e irresistibile.

FRANZWOLF (Un’autobiografia in versi) – Edizioni Torino Poesia di Franz Krauspenhaar

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Sabato 10 ottobre, la Casa della Poesia di Vercelli partecipa alla IV edizione del Festival Torino Poesia, che quest’anno gode del patrocinio del MiBAC (Ministero per i Beni Artistici e Culturali), con un evento a cura della poetessa Francesca Tini Brunozzi, fondatrice della Casa della Poesia e collaboratrice di Torino Poesia.
Si tratta dell’incontro dal titolo “iPop ultima generazione – Il podcasting radio-televisivo pop nella poesia italiana contemporanea”, una conversazione tra il sociologo, originario di Vercelli, Ugo Ceria e lo scrittore milanese Franz Krauspenhaar sull’immaginario pop – ossia ‘popular’- nella poesia italiana contemporanea, con particolare riguardo alla tradizione orale di testi canzone e di spot e jingle pubbilicitari.
Gli autori (entrambi in uscita con una raccolta di liriche per le Edizioni Torino Poesia) interverranno con esempi e letture dalle loro stesse liriche e si rapporteranno al tema del pop come fenomeno letterario, entrando nel vivo della propria esperienza professionale rispettivamente di pubblicitario (Ceria) e di critico-blogger (Krauspenhaar).
La conversazione, a cui prenderanno parte anche il giornalista Guido Michelone nello specifico della musica e dei mass-media, lo studioso Enrico Terrone nello specifico del cinema, e il poeta Tiziano Fratus (direttore artistico di Torino Poesia) sarà estesa anche al pubblico.
Per l’occasione, verranno presentati per la prima volta al pubblico le raccolte di poesia “Il cartografo” di Ugo Ceria (Edizioni Torino Poesia, 2009) e “Franzwolf” di Franz Krauspenhaar (Edizioni Torino Poesia, 2009).
L’appuntamento, a ingresso libero, è per sabato 10 ottobre alle ore 17 nella nuova sede della Casa della Poesia presso Santa Chiara, in corso Libertà 300 a Vercelli. Continua a leggere→

Armagheddon

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Tutti si chiedono quali siano le ragioni autentiche. Cosa ci sia dietro le manovre di attacco e di difesa, in margine a privilegi e garanzie. Siamo in attesa di un responso che dovrebbe decidere il presente, dare un’idea del futuro che ci aspetta. Ma resta un dubbio insuperabile: quali sono le vere forze in campo, chi sarebbe il vincitore in caso di bocciatura o approvazione? Che c’entra questo con la gente che dispera di giungere alla fine del mese con quello che guadagna? Tutto fa pensare a una guerra tra ricchi, all’ultimo duello fra potenti che hanno deciso di distruggersi a vicenda a colpi di giornali e di Tv. C’era una volta una città, di nome Meghiddo, venti volte rasa al suolo e venti volte risorta. Arroccata su un colle – in ebraico ar -, divenne l’emblema degli scontri finali, di tutte le battaglie decisive. Come questa.

E’ altrove

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Lo faccio per te, Mario. A volte ho la nausea. La gente chiede e devi dare, comunque sia, in qualunque condizioni versi. Versi il sangue. Mi sta bene, l’ha fatto qualcun altro, l’hai fatto pure tu. Tra qualche giorno andrò in pellegrinaggio alla tua tomba con le signore anziane del mercoledì. Ne parlavamo insieme: non eri per questo genere di visite, la presenza, convenivamo, è altrove. Le donne alla tomba mi ricordano sempre qualcos’altro, un tentativo patetico di onorare un morto che non c’è. A volte penso che la mia paura sia diventare una pia donna, andare a piangere sul tumulo di un amico vivo.

Due metri d’asfalto

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L’edicola di Alberto sta davanti alla parrocchia. Si rischia, ad arrivarci, perché bisogna attraversare la via di svincolo di tutto il quartiere. La mattina presto le auto sfrecciano come in autostrada. Così, con Alberto, siamo rimasti d’accordo che quando arriva il giornale  fa uno squillo. E’ la campana laica, annuncia la notizia che il mondo diffonde di se stesso. Poco dopo, suona l’altra campana, la notizia portata da Dio, dal suo vangelo. I due messaggi s’inseguono, non possono fare a meno di cercarsi. Sono divisi, a volte, dal traffico nevrotico dei giorni ingolfati, in cui due metri d’asfalto diventano un sistema solare, una galassia, l’universo intero.