Archivi autore: fabrizio centofanti

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Giorgio Vigolo

da Linea della vita

Conclave dei sogni

Il viso

Malinconia d’esistere con questo
volto remoto che ci esprime l’anima
e la sua storia e i giorni alti e perduti,
senza più averne la memoria e il senso.

Scruti meglio la pietra; in selve amare
più domestica lingua hanno le foglie
e i paesi si leggono; s’intende
l’innocenza dei monti. Ma l’umano
viso, il tuo stesso, che ti senti in carne
fitto all’essenza, che vuol dire?
Indaghi
inutilmente questa tua persona
che sempre hai teco e nei notturni vuoti
s’ingrandisce di sogni, apre il suo libro
su figure dolcissime e tremende.

E’ allora che prendendo del tuo buio
una rapita conoscenza, credi
finalmente di leggerti; decifri
lettere e i nomi sciogli.
Illuso! in altro
specchio t’appari. O dispieghi in vaste
epoche d’astri e spaziati cosmi
o stringi i tempi in questi sensi d’uomo,

solo saprai di non saper chi sei.

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International Summer School – “Religione e democrazia”

International Summer School – “Religione e democrazia”

La Fondazione Italianieuropei organizza la prima edizione dell’International Summer School di
Filosofia e Politica sul tema “Religione e Democrazia”. La Scuola, rivolta a un pubblico qualificato
di studiosi e ricercatori, vedrà la partecipazione di docenti di fama internazionale. La Summer
School si svolgerà a Marina di Camerota (SA), dal 23 al 25 maggio 2008. Continua a leggere→

Maria Luisa Spaziani

da La traversata dell’oasi

Ibernati, incoscienti, inesistenti,
proveniamo da infiniti deserti.
Fra poco altri infiniti ci apriranno
ali voraci per l’eternità.

Ma qui ora c’è l’oasi, catena
di delizie e tormenti. Le stagioni
colorate ci avvolgono, le mani
amate ci accarezzano.

Un punto infinitesimo nel vortice
che cieco ci avviluppa. C’è la musica
(altrove sconosciuta), c’è il miracolo
della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.
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Lettura romana di Marco Giovenale

Roma, giovedì 17 aprile 2008, ore 18:00

Papyrus cafè
via dei Lucchesi 28 (Fontana di Trevi)

Marco Giovenale
legge da

La casa esposta
(Le Lettere, 2007 – collana fuoriformato)

e

Criterio dei vetri
(Oèdipus, 2007 – collana i megamicri)

Intervengono

Damiano Abeni, Antonella Anedda, Cecilia Bello Minciacchi

§

Papyrus cafè – Via dei Lucchesi 28 – 00187 Roma – Tel. 06.6990949
Aperto tutti i giorni dalle ore 8.30 alle 23.00
http://www.papyruscafe.com/

* * *

Risposta a Vito Mancuso, di Andrea Ponso

LA RESURREZIONE E IL PROBLEMA DELL’ESSERE SACRAMENTALE.

“Credo che l’impresa di dare una spiegazione sia sbagliata già per il semplice
Motivo che basta comporre correttamente quel che si sa, senza aggiungervi
Altro, perché subito si produca da sé quel senso di soddisfazione che si ricerca
mediante la spiegazione. E qui non è affatto la spiegazione a renderci soddisfatti.”
(Ludwig Wittgenstein, Note sul “Ramo d’oro” di Frazer)

“Il nostro modo di riconoscerci eredi di una grande tradizione è meditare
Su ciò che essa esclude e che tuttavia è quello che la rende possibile.”
(L.M. Chauvet, Simbolo e sacramento. Una rilettura sacramentale dell’esistenza cristiana)

Nel suo intervento sull’evento pasquale di Cristo, apparso in questo sito dopo essere stato ospitato ne Il foglio di Giuliano Ferrara, il teologo Mancuso mette in campo una serie di problematiche di non poco conto e di particolare importanza, come del resto ha fatto con la recente e fortunata pubblicazione de L’anima e il suo destino nella collana di Raffaello Cortina diretta da Giulio Giorello. Continua a leggere→

Vittorio Sereni

da Frontiera

Nebbia

Qui il traffico oscilla
sospeso alla luce
dei semafori quieti.
Io vengo in parte
ove s’infolta la città
e un fiato d’alti forni la trafuga.
Chiedo al cuore una voce, mi sovrasta
un assiduo rumore
di fabbriche fonde, di magli.

E il tempo piega all’inverno.
Io batto le strade
che ai giorni delle volpi gentili
autunno di feltri verdi fioriva,
i viali celesti al dopopioggia.
Al segno di luce si libera il passo
e indugia l’anno, su queste contrade.
S’illumina a uno svolto un effimero sole,
un cespo di mimose
nella bianchissima nebbia.

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Vota Antonio

Antonio ha la barba lunga e una giacca a vento verde, troppo grande per lui. Dorme su una panchina davanti a un giornalaio. Ogni mattina si sveglia indolenzito, si alza un po’ alla volta e arriva all’edicola, dove gli danno il quotidiano, spesso gratis. A volte Antonio allunga la mano con dentro degli spiccioli, e paga come può. Anche oggi ha ripetuto i suoi gesti, sempre uguali. Torna alla panchina, si siede a gambe larghe, con i gomiti appoggiati sui ginocchi. Legge: Berlusconi trionfa, la sinistra crolla. Dà un’occhiata alle pagine interne. Poi ripiega il giornale, si stende lentamente sulla sua panchina, e un po’ alla volta si addormenta. Ogni tanto riesce a ricordare un sogno. Allora se lo tiene stretto, per tutta la giornata.

Valentino Zeichen

da Metafisica tascabile

Il gomitolo del tempo

Sul bianco tavolo di fòrmica
una formìca solitaria
gira in senso antiorario
simile alla lancetta vivente
d’un orologio biologico.
Forse è intenta a sdipanare
il gomitolo del tempo.
Il suo è solo un moto perverso
o l’annuncio d’una prossima
inversione generale dei moti?
Già intravedo un’altra formica
intenta a riavvolgere ciò
che la prima aveva svolto;
i movimenti di entrambe
divengono concentrici
come quelli di due centauri
nel giro della morte.
Le loro orbite s’intersecano
con rischio di collisione;
provo a sviarle dal loro
inconsapevole proposito,
nel tentativo di scongiurare
una catastrofe cosmica. Continua a leggere→

YVES BONNEFOY: Il poeta del sogno notturno, di Luigia Sorrentino

YVES BONNEFOY: Il poeta del sogno notturno
Mantova, 6 settembre 2007
di Luigia Sorrentino

“Mi svegliai, era la casa natale,
la schiuma s’abbatteva sulla roccia,
non un uccello, solo il vento ad aprire e chiudere l’onda,
l’odore dell’orizzonte da ogni parte,
cenere, come se le colline celassero un fuoco
che altrove divorava un universo.”

Da: Le assi curve, di Yves Bonnefoy, Mondadori , 2007 Continua a leggere→

La visita del Papa a Pavia, di Roberto Plevano

Ci prendiamo tardi questa mattina e ci mettiamo in strada di gran fretta con l’agitazione delle cose da fare e già cominciate male. È mezzogiorno di un sole estivo e pesante, eppure questo sole non è alto, non sale nemmeno e pare quasi di toccarlo. C’è afa nella bassa, come se un qualsiasi limpido orizzonte fosse stato cancellato per mancanza di spazio. Continua a leggere→

Fernando Bandini

da Appena uscito

Zampette d’uccello

E tremo sempre perché sei piccola
e la neve qui intorno così vasta,
tu fuscello di brina
che a toccarlo si spezza.

E la neve non sembra nemmeno
sentire il tuo peso.

Ma a me
ti aggrappi forte, inventi sconosciute
tenerezze carnali
con una voce d’orca che vorrebbe
spaventare anche i grandi,
ardore smisurato con zampette d’uccello. Continua a leggere→

Franco Fortini

da Foglio di via

E’ questo il sonno

E’ questo il sonno, edera nera, nostra
Corona: presto saremo beati
In una madre inesistente, schiuse
Nel buio le labbra sfinite, sepolti.

E quel che odi, poi, non sai se ascolti
Da vie di neve in fuga un canto o un vento,

O è in te e dilaga e parla la sorgente
Cupa tua, l’onda vaga tua del niente. Continua a leggere→

Il gigante, di Cinzia Pierangelini

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– Vatti a coricare un poco, ci sto io qua.
– Non ti scanti?
– No, di che?
– Va bene, solo un pochino… mi appoggio dieci minuti in salotto, ma se ti spaventi chiamami subito. Non dovrei allontanarmi, lo so… ma tutta la confusione di oggi e … mi scoppia la testa.
– Ti dissi che non mi scantu di Salvuccio… – mormorò Emma.
– Salvuccio…- sussurrò di nuovo quando sua sorella, accostata la porta, la lasciò finalmente sola con lui, nella penombra della camera da letto. Lo guardò…
Ricordava ancora l’impressione che aveva avuto vedendolo per la prima volta: – Matri… e questo ‘Salvuccio’ si chiama? – aveva esclamato, facendo ridere tutti. L’ampia porta dell’ingresso nobile, spalancata in attesa dell’ospite, era occupata da una specie di titano che, in controluce, pareva una montagna. Era l’uomo più grande che Emma avesse mai visto e lei era quasi una bambina ed estremamente gracile per di più. Continua a leggere→

Da “Devoti a Babele”, di Valter Binaghi

“Infermiere, sto male”
“Male dove?”
“Dappertutto. E’ la crisi, mi chiami il medico, per favore.”
“Il medico è in visita al piano di sopra, comincia a dire a me”
“Mi devo fare. Se no muoio. Morfina cloridrata, metadone. Non mi dica che non ce n’è”
E’ scafato, sa di medicina quanto gli basta per evitare guarigioni.
“Niente da fare”
“Mi chiami il medico”
“E’ la prescrizione del medico. Niente altro che sedativi, se ne vuoi.”
“Ma cosa vuol dire?”
“Vuol dire che mentre sei qui ti levi la scimmia, per amore o per forza”
E se ne va lasciandolo a smaniare. Continua a leggere→

La pelle (scuola di poesia, 12, di Massimo Sannelli)

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Lettore, il Signor Palomar insegna che l’interno è certamente profondo affascinante complesso – ma la superficie è bella… multicolore… varia… Così inesauribile ma dicibile, se allarghi gli occhi e il vocabolario. La superficie è fondamentale, come la pelle per l’individuo. Quanti particolari esistono in una cosa? e in un testo? Moltissimi, più di quanti tu ne abbia mai notati. Per esempio: i suoni. Ci sono poesie ossessionate da un suono-simbolo, come la T nel *Cantetto senza parole* di Ungaretti [il tu, la colomba, il suo verso, l’esitazione, tu, ti, tu, titubasti – e così via] e la R in *Arremba sulla strinata proda…* di Montale. Ci sono poesie e libri che evitano alcune parole: per esempio, la *Raccolta* di Alberto Mori nomina a piene mani la *merda* e gli *occhi* [testimoni della merda], ma non l’*amore*, non il *corpo* – nemmeno una volta. La presenza è ricchezza, ma l’assenza non è sempre carenza. Ciò che non si nomina è ciò che ognuno di noi *non vuole vedere*: l’innominato è innominabile, per eccesso di devozione o per trionfo della nausea. Continua a leggere→

Luciano Erba

da Gradus ad, in Il nastro di Moebius

Lontananza da mia madre

Tu anche mi appari agli ultimi sogni
e il giorno per te s’inizia
con altro cielo.
Sul treno delle vacanze
cerco il tuo viso
e le nostre stature
il nostro respiro giovane
oltre i larici.
Mi ridico
per ritrovare la tua voce di allora
certi nomi di luoghi
che pronunciavi indicandoli al di qua della valle.
Amarti è questo, e piangere.
Altro non so. La pena
è certa
è il rimorso. Continua a leggere→

Giovanni Raboni

raboni.jpg

da Le case della vetra

Risanamento

Di tutto questo
non c’è più niente (o forse qualcosa
s’indovina, c’è ancora qualche strada
acciottolata a mezzo, un’osteria).
Qui, diceva mio padre, conveniva
venirci col coltello … Eh sì, il Naviglio
e a due passi, la nebbia era più forte
prima che lo coprissero … Ma quello
che hanno fatto, distruggere le case,
distruggere quartieri, qui e altrove,
a cosa serve? Il male non era
lì dentro, nelle scale, nei cortili,
nei ballatoi, lì semmai c’era umido
da prendersi un malanno. Se mio padre
fosse vivo, chiederei anche a lui: ti sembra
che serva? e il modo? A me sembra che il male
non è mai nelle cose, gli direi. Continua a leggere→