Archivi autore: fabrizio centofanti

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Pierluigi Cappello

a cura di Giorgio Stella

Il tempo si è diviso grano a grano
a passi lunghi nel buio si è inoltrato nello sguardo
le cose rimangono cose nel giorno senza nome
il bicchiere sul tavolo, la bottiglia
la luce giallina delle sei che ne illumina la cima
stanno lì, tra la mia voce e me
come un pensiero non detto.
La vista non è più quella e sono solo.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La parola dura e la parola di vita

[Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno Gv. 6,51-59]

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le? parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. 
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» [Gv 6, 60-69] Continua a leggere→

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Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Giustizia. 2

La Giustizia 2.   Il destino in un indirizzo

La poliziotta onesta: “Un giorno i fantasmi suoneranno alla tua porta. E sarai obbligato a seguirli. E ti troverai di fronte a tutte le schifezze che hai fatto”. Il poliziotto subdolo: “Un giorno… bisogna pur morire”.
Idealismo e cinismo. E senso del dovere: inteso e malinteso. A Parigi, nelle strade livide, nelle periferie lasciate a sé stesse, la luce insegue il buio, e due poliziotti, che un tempo erano amici, inseguono una feroce banda di malviventi specializzata nelle rapine ai furgoni blindati. La inseguono senza mai dimenticare la propria rivalità, alimentata da un motivo concreto: chi riuscirà nell’impresa, sarà nominato Direttore della Polizia Giudiziaria. La Giustizia e l’Ambizione sono irrimediabilmente incrostate in questo film laconico ed enfatico assieme, 36 Quai des orfevres, scritto e diretto da un ex poliziotto, Olivier Marchal, ed interpretato da due mostri sacri della scena transalpina: Daniel Auteuil, asciutto e introverso, il capo della Squadra Anticrimine, colui che incarna la Giustizia; e Gerard Depardieu, ossessivo e invidioso, il capo della Squadra Investigativa, colui che incarna l’Ambizione. Se il primo non aspira al comando e tiene solo a far bene il proprio dovere, il secondo, che nella vita privata si trascina, vuole semplicemente ottenere il potere. Vivono entrambi per il lavoro, vicini e poi lontanissimi, la donna dell’uno che ha scelto l’altro, creando una vera famiglia.  Continua a leggere→

Lo stato dell’arte. Giuseppe Carlo Airaghi

Nel novembre del 2021 ho partecipato come relatore a un incontro dal titolo “Arte e psiche”. Sulla locandina che presentava l’incontro il mio co-relatore era indicato come sociologo. Per essere definito tale questa persona aveva intrapreso un lungo percorso di studi e di esami che lo aveva portato a conseguire una laurea, un titolo rilasciato da un’istituzione, l’università, riconosciuta ufficialmente a livello internazionale. 
Nella stessa locandina io venivo presentato come poeta ma, a differenza del sociologo, nessun percorso accademico, nessuna istituzione mi aveva mai riconosciuto come tale.
Avevo usato proprio questo argomento per aprire la mia relazione e avevo proseguito affermando che scrivere poesie non faceva di me automaticamente un poeta. Non è sufficiente scrivere poesie per definirsi poeta, come non è sufficiente cantare sotto la doccia per definirsi cantante. Continua a leggere→

Franco Tralli

a cura di Giorgio Stella

Non aprire la porta, resta dunque
di là perché la nostalgia
è un rozzo passatempo.
Goditi l’eterno, noi sopravviveremo
ai tuoi festini sull’arte postmoderna,
parla con Dio, fa’ le capriole
ma non tornare dove avevi il nido:

è un paese di matti. Stanne fuori.

Dargli retta

Suggerisco sempre di pregare davanti a un volto di Gesù: così, contemplando i Suoi occhi e la Sua bocca, è possibile fare del bene con i propri occhi e con le parole che escono dalla propria bocca. Imparate da Me, dice Lui, e conviene dargli retta.

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L’editoriale di Atelier, di Giuliano Ladolfi. 1

La natura delle riviste militanti

La storia di una rivista militante si fa non solo sui contenuti, ma soprattutto rileggendo gli editoriali, il “luogo” cioè dove si annida il pensiero estetico e pratico del gruppo che fa capo ai direttori, i quali aprono orizzonti di lavoro per coloro che intendono partecipare al progetto culturale.
Il Novecento letterario potrebbe essere definito, a buon diritto, il “secolo delle riviste”. Nel periodo seguente, il quarto Novecento, che possiamo far decorrere dal 1967, le riviste scontano un’enorme difficoltà a farsi largo, con una funzione e uno spazio riconosciuti, nel mare magnum delle comunicazioni di massa, affollato come non mai e monopolizzato dai nuovi media. Perché questa, alla fine, è la situazione in cui si è venuta a trovare la cultura militante negli ultimi decenni, indipendentemente dal numero delle pubblicazioni periodiche che hanno continuato la sfida. 
Le riviste del quarto Novecento partecipano di quella che Ferroni ha definito la “condizione postuma” della letteratura. «Quindici» (1967-1969), una delle due riviste che, tenute a battesimo giusto nel 1967, segnano il terminus a quo della nuova congiuntura, punta subito il dito, a chiare note, contro la congiura del silenzio che ha colpito la cultura come una damnatio memoriae: «Lo sciopero è compatto e unanime; anzi, è una serrata, il primo indizio del regime che è nell’aria». Vittime di questa serrata, le riviste sopravvivono, bensì, ma ridotte al lumicino, senza più voce in capitolo, relegate nella riserva indiana delle specie in via di estinzione. Rispetto ai best seller, ai rotocalchi, ai record d’incassi dei film di successo, alle cifre iperboliche dell’audience televisiva, le riviste, anche le più fortunate, restano prodotti di nicchia, non escono dal circuito più o meno ristretto della tribù o del clan, degli addetti ai lavori o dei pochi simpatizzanti. Obtorto collo o di buon grado, esse devono ammettere che il quadro venutosi a creare è per loro assai sfavorevole. Il secolo delle riviste, partito di slancio coi migliori auspici, conosce così questo malinconico tramonto. Una testata come «Carte Segrete» (1967-1980; 1986-1987) suggerisce in partenza l’idea di un lavoro defilato, tanto amorevole quanto lontano dai riflettori: «ci interessano la letteratura e l’arte “dietro le quinte”, in tempi di divismo e di invasione di pocket-books». E su questa “linea d’ombra” dei risvolti, dei perdenti, degli ignoti, o degli esclusi, si muoveranno, quale più quale meno, anche gli altri periodici, a cominciare dal «Lettore di Provincia» (in vita dal 1970), il cui editoriale, d’altronde, sottolinea in positivo anche i vantaggi e l’utilità di questa dislocazione periferica: «Oggi, con la cultura e la letteratura assediate dall’industria, leggere in provincia può significare atto di difesa e di indipendenza. […] Può persino esistere e sussistere un impegno alla conoscenza e al giudizio soltanto assolvibile in una dimensione provinciale del leggere, o dell’analizzare».
Analogamente, un’attenzione non rousseauianamente nostalgica, ma vigile a dialettica, alle «identità culturali» minacciate dalle «logiche perverse della colonizzazione / omologazione / folclorizzazione / colpevolizzazione», e alle realtà periferiche in quanto «luoghi, fra i più parlanti, della trasformazione e della fragilità», dimostrerà «In Oltre» (1988-1998). Ma va detto, altresì, che un simile sforzo di elaborazione progettuale è diventato rara avis nelle ultime stagioni. «Linea d’Ombra» (1983-1999) si era affacciata con la precisa convinzione che invece quello presente non sia più «tempo di manifesti o di battaglie di corrente», e un certo disarmo programmatico si coglie tra le righe di presentazione di diverse altre testate. Le più, anzi, non si sono mai date la pena di formalizzare, almeno in maniera esplicita, un programma: si pensi soltanto a «Poesia» di Crocetti (fondata nel 1988). Ma sottraendosi a questo patto preliminare, è come se avessero rinunciato a priori ad assolvere a un compito militante: non, probabilmente, per mancanza d’idee, ma per sfiducia nelle residue potenzialità del veicolo. Lanciare proclami da una rivista, pronunciare solenni giuramenti, tranciare giudizi, esternare fulminanti strategie d’azione, è sentito ormai gesto velleitario, grottesco, fuori luogo: meglio evitare… La congiura del silenzio ha vinto. Ma, mettendo a tacere le riviste, ha ucciso anche, per asfissia, la cultura militante. Se la letteratura creativa annaspa e, in attesa del capolavoro che non viene, i tanti titoli che il mercato quotidianamente rovescia nelle librerie finiscono per confondersi in un tutto caotico e indistinto, è anche perché nell’ultimo trentennio le riviste sono state espropriate della loro storica funzione di stimolo e di filtro. Si lamenta poi, non a caso, la scomparsa degli intellettuali: non pensando, tuttavia, che essa è la conseguenza, prima di tutto, dello sfratto dato alle riviste. Ogni cultura inventa i suoi luoghi di produzione e il suo sistema circolatorio: la cultura militante ha inventato le riviste. Saprà mai risorgere in altre forme? Se dobbiamo credere al teorema di McLuhan, secondo cui medium is message, c’è poco da sperare. Continua a leggere→

Riccardo Mannerini

a cura di Giorgio Stella

Signore!!!

Signore!!! Signore io sono qui!
sono Hairisch, quello che non ha la testa.
Ti ricordi quanto bevevo
e quante cose cattive io facevo?
Ti pregai allora d’insegnarmi a non bere.
Quella sete d’alcool, mi spingeva
a perdermi in un piccolo bicchiere
e a sera ero cattivo, quasi rinnegando
il bene che tu mi avevi insegnato.
Era la mia testa a farmi sbagliare
e a darmi dolori e visioni confuse;
il mio corpo godeva di un calore amico
e tutto in me era forza e gioia,
ma la testa no,
pesava doleva e si riempiva di fumo denso
tanto che io ti supplicai di togliermela
e tu mi esaudisti
o grande signore, quanto fui piccolo!!!
Inutilmente le mani e il bicchiere
cercano una bocca che non c’è
e la bettola e la strada non le trovo,
perché i miei occhi sono spariti.
Anche la tua voce non mi giunge più
e solo il marmo dei tuoi altari
dice alle mie dita
che tu esisti ancora.
Signore,
rendimi la mia testa
e non berrò più
e fa’ che i miei fratelli di sventura ritrovino la loro,
anche se a differenza di me,
essi non hanno mai bevuto.