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SONIA CAPOROSSI E ANTONELLA PIERANGELI: “CRITICA IMPURA”, BLOG E LIBRO

Intervista di Giovanni Agnoloni

Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, fondatrici del blog Critica Impura, hanno trasformato parte dei contenuti della loro esperienza di Rete in un e-book edito da Web Press EdizioniUn anno di Critica Impura (gennaio 2011-gennaio 2012). In questa intervista illustrano contenuti e risonanze del loro lavoro.

Critica Impura

Il vostro blog è un’esperienza di critica e conoscenza. Adesso che è diventato un libro, vede esplicarsi appieno la sua vocazione, che è quella dell’apertura, della contaminazione e dell’uscire dagli schemi. La vocazione, appunto, dell'”impurità”. Da che cosa nasce tutto questo?

Antonella Pierangeli: Critica Impura nasce essenzialmente come rivolta di critica e di conoscenza, oltre che come vera e propria vocazione a quella che ormai è diventata la nostra caratura estetica, l’impurezza. Nelle nostre intenzioni di “rivoltosi”, ricordiamo ciò che Maurice Blanchot nel giugno del ’36 dichiarò su Acèfale: “È tempo di abbandonare il mondo dei civili e la sua luce. È troppo tardi per fare il ragionevole e l’istruito, poiché ciò ha condotto a una vita senza attrattive […]. È necessario rifiutare la noia e vivere solamente di ciò che affascina”. Il nostro desiderio di rivolta contro “il ragionevole e l’istruito” ci ha indotto con urgenza a sviluppare un discorso critico intorno alla scrittura che, con il passare del tempo, ha richiesto una sempre maggiore attenzione al significato di questa meravigliosa avventura della mente e al senso del suo agire attraverso la parola. Scrivere è certamente una tremenda responsabilità e, ne siamo convinte, la letteratura ci trattiene in quel moto che è di illusione e di appartenenza e obbedisce alla necessità di distruggere per rinnovare. La parola, che della letteratura costituisce la granatura, è disagio, guerra, distruzione, rinnovamento. La critica impura è dunque, in primo luogo, estrema attenzione, sensibilità aguzza, monologo ossessivo con il testo, luogo d’elezione dove il farsi letterario è corpo di parola, dove la scrittura non enuncia ma crea e rigenera, il nascosto, perturbante antipensiero che si annida tra gli interstizi della pagina, in quelle pieghe di senso e fonemi, i cui rilievi sono a loro volta pieni di corridoi, porte, camere, luoghi senza luogo, soglie che attirano. I nostri testi sono infatti attraversati da tensioni cariche di sovrasignificati che interrompono ogni possibile continuità discorsiva e orientano la nostra esperienza verso una circumnavigazione permanente del “globale” inteso come realtà effettuale del circostante. In secondo luogo, tutto ciò che avviene su Critica Impura sembra trovarsi in un’altra dimensione rispetto alla norma dei lit-blog che circolano in rete, quasi in un “fuori” che la stessa scrittura si incarica di accentuare attraverso il dispiegamento di un arsenale di scelte tematiche, e quindi stilistiche, talmente eterogeneo e vorticante da rendere manifesto il conflitto imperante tra realtà e linguaggio, certificando ininterrottamente la dimensione costituente della parola. Continua a leggere

EDMUND BURKE: SUBLIME E OMBRA. INTERVISTA A GIUSEPPE PANELLA

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

“Edmund Burke: Sublime e Ombra”, mi verrebbe da intitolare questa intervista al Prof. Giuseppe Panella, critico letterario e docente presso la Scuola Normale di Pisa, autore di una trilogia di saggi sul Sublime, concetto cruciale nell’evoluzione della modernità e della percezione che l’uomo ha di se stesso, al suo interno. I tre libri, tutti editi da Clinamen, sono Il Sublime e la prosa. Nove proposte di analisi letteraria (2005), Storia del Sublime. Dallo Pseudo-Longino alle poetiche della modernità (2012) e Prove di Sublime e altri esperimenti. Letteratura e cinema in prospettiva estetica (2013). La chiacchierata di oggi ci porta al cuore di una questione molto più vicina alla nostra anima e alle nostre paure di quanto non si possa di primo acchito pensare.

– Il Sublime è un concetto metamorfico, che nel tempo ha assunto significati diversi. È per questo che hai deciso di dedicargli una trilogia di saggi?

Certamente. Studiare il Sublime permette di attraversare in maniera trasversale e articolata gran parte della cultura occidentale (filosofica, religiosa, psicologica e soprattutto letteraria) e, di conseguenza, verificare il modo in cui questo concetto che nasce dalla dimensione retorica dell’oratoria e del bello stile approda prima alla letteratura (soprattutto alla poesia e poi al romanzo) e infine alla psicologia del profondo (nel concetto freudiano di Unheimlich, il Perturbante, in primo luogo)… Continua a leggere

“LA MASCHERA DI PAZUZU”. INTERVISTA A VITO INTRONA

di Giovanni Agnoloni

In prossima uscita con EditoriunitigdsLa maschera di Pazuzu è un romanzo weird di Vito Introna, autore che col suo lavoro dimostra come l’orizzonte del fantastico (in senso lato) sia effettivamente molto più legato alla realtà di quanto si tenda a pensare. Ho avuto il piacere di intervistarlo.

La maschera di Pazuzu

La maschera di Pazuzu è un romanzo weird impregnato di italianità. Come hai coniugato questi aspetti?

Ho tentato una sperimentazione non facile, mescolando la mia fede comunista ad antichi miti sumeri e caldei. Ne è venuto fuori un romanzo lungo e complesso, trasudante ironia grazie alla chiara strafottenza dell’antipaticissimo protagonista.

– In che misura lo “straniamento” generato dal weird può aiutare a conoscere meglio il mondo e ad affrontare i problemi dell’attualità?

Dipende dal concetto che si ha di weird. Trattandosi di una letteratura poco nota e dai confini labili, tutto è rimesso alla penna dell’autore. Weird non è disimpegno dalla realtà, ma essenzialmente uno sberleffo al mondo reale e contemporaneamente una mano tesa alla “soft sci-fi”. In quest’ottica il weird può rivelarsi lettura formativa e d’impegno. In caso contrario si ricade nel più comune urban fantasy. Continua a leggere

QUANDO UNA DONNA, di Mavie Parisi

QUANDO UNA DONNA, di Mavie Parisi
Giulio Perrone editore, 2012 – pagg. 254 – euro 15

di Massimo Maugeri

Zaira è una giovane aspirante chirurgo che si invaghisce del primario Sergio Macchiavelli. La storia parte da qui… dal desiderio di conquista di Zaira che cresce fino a diventare ossessivo. Si intitola “Quando una donna” il nuovo romanzo di Mavie Parisi, già autrice di “E sono creta che muta” (anche il primo è stato pubblicato da Perrone nella collana Lab). Come ha scritto Lia Levi nella nota al libro, si tratta di «una storia dove l’oscura forza passionale capace di portare al delitto, in un suo più profondo contesto, pare svuotarsi della potenza distruttiva per dare abilmente spazio all’eterno gioco dei sentimenti, aneliti, dubbi, speranze e frustrazioni, insomma agli imprescindibili archetipi del tortuoso cammino di una donna il cui unico desiderio è “vivere se stessa”».
Ne ho discusso con l’autrice…

– Sergio e Zaira, due persone che – in apparenza – avevano tutto per essere felici: il successo, l’intelligenza, un lavoro gratificante (sono medici stimati). Perché rimangono ingabbiati nel loro rapporto?
Rimangono ingabbiati nel loro rapporto perchè l’essere umano è inquieto. Mai soddisfatto. Non sempre presente a se stesso. Cito una frase di Bukowski: La sanità mentale è un’imperfezione.
Ma andrei ancora oltre: Cos’è la sanità mentale? E’ una condizione che si addice all’uomo? o l’uomo, in quanto tale è già un’imperfezione?

– Il noir non è “consolatorio” come il giallo, e infatti il tuo libro non offre una soluzione ma semmai induce a una riflessione. Si chiude infatti con la stessa domanda con cui si apre: perché. Come mai questa scelta narrativa? Continua a leggere

“IL TEMPO È IMMOBILE” DI HEINZ CZECHOWSKI, A CURA DI PAOLA DEL ZOPPO

Segue qui un’intervista di Anna Maria Curci a Paola Del Zoppo, curatrice del volume di poesie scelte di Heinz Czechowski Il tempo è immobile (Del Vecchio Editore).

IL TEMPO è IMMOBILE

Anna Maria Curci: Leggere il titolo della tua versione di Schafe und Sterne di Czechowski, che hai resto con “Pecore e pianeti” e andare immediatamente con il pensiero al primo verso di Tombe precoci di Klopstock nella traduzione di Carducci è stata una cosa sola. Ci troviamo, in entrambi i casi, di una resa dell’originale feconda, efficace e, allo stesso tempo, incurante delle classificazioni dei corpi celesti. Se in Carducci la resa di “silberner Mond”, letteralmente “luna d’argento”, con “astro d’argento”, è funzionale al mantenimento del genere maschile, che ritorna più avanti nei versi di Klopstock, mi sembra che qui, Paola, tu abbia voluto mantenere l’allitterazione, che nel titolo originale propone la ‘s’ e nella tua resa fa della lettera ‘p’ il suono prevalente del verso. Si riaffaccia l’antico e mai sopito contrasto tra “belles infidèles” e fedeltà rigorosa nella traduzione. Da qui discende il mio quesito: quale criterio prevale sulle tue scelte? Si può parlare, nel caso delle tue scelte, di reale prevalenza di uno dei criteri o non, piuttosto, di alternanza di criteri, adottati in maniera di volta in volta funzionale a testo-fonte e testo di arrivo, in un andirivieni continuo, sfida e azzardo? Continua a leggere

LE TERZINE PERDUTE DI DANTE: intervista a Bianca Garavelli

LE TERZINE PERDUTE DI DANTE: intervista a Bianca Garavelli

di Massimo Maugeri

Bianca Garavelli, scrittrice e critica letteraria (scrive sulle pagine del quotidiano Avvenire), è un’appassionata studiosa dell’opera di Dante: ha curato diverse edizioni della Commedia, saggi e manuali di interpretazione. Di recente ha pubblicato un romanzo che si rifà, per l’appunto, alla figura del grande poeta. Il titolo è molto evocativo: “Le terzine perdute di Dante” (Dalai editore)

– Bianca, partiamo dall’inizio, cioè dalla genesi del libro. Come nasce “Le terzine perdute di Dante”? Da quale idea, o esigenza o fonte di ispirazione?
La prima fonte di ispirazione è il canto XXVIII del Paradiso: qui Dante ci racconta la sua prima visione di Dio, che con un’incredibile intuizione sembra anticipare alcune teorie sull’universo della cosmologia contemporanea. È un canto poco letto a scuola, poco conosciuto in generale, eppure merita una rilettura perché è di grande suggestione visiva e cosmica. Qui il pellegrino, dopo aver attraversato tutti i cieli visibili dalla Terra insieme a Beatrice, arrivato nel Primo Mobile e quindi sull’orlo dell’Empireo, si affaccia sul vero Paradiso, invisibile dal mondo terreno, e vede per la prima volta Dio. Che appare in forma di luminosissimo, minuscolo punto, da cui dipende tutto il creato, e che ne è il vero centro, ma al tempo stesso lo contiene. È un un’immagine davvero affascinante: questo “punto” che dà origine all’universo mi ha fatto pensare al Big Bang e ad altre teorie sulla formazione del cosmo. Come se Dante avesse intuito qualcosa che la scienza contemporanea sta ancora studiando … E poi, qui c’è un particolare degno di un grande romanziere: la prima visione del punto divino passa attraverso gli occhi di Beatrice, che gli fanno da specchio e lo introducono così in un “altro universo” che sembra contenere tutto il sistema planetario conosciuto. Ancora una volta, fino all’assoluto, è la sua donna che gli sta accanto, e lo introduce alla più sconvolgente e positiva esperienza della sua vita. Ce n’è abbastanza per stuzzicare l’immaginazione di una narratrice …

– Da grande studiosa di Dante e dell’opera dantesca… che tipo di esperienza è stata, per te, far “rivivere” Dante come un personaggio di un tuo romanzo? Continua a leggere

LETTERE DALL’ORLO DEL MONDO. Intervista a Barbara Garlaschelli

LETTERE DALL’ORLO DEL MONDO. Intervista a Barbara Garlaschelli

di Massimo Maugeri

La “letteratura epistolare”, che vanta una tradizione antica e consolidata, continua a produrre opere di narrativa di qualità. Tra i “nuovi nati”, registriamo la pubblicazione di questo delizioso volume scritto da Barbara Garlaschelli e intitolato “Lettere dall’orlo del mondo” (Ad Est dell’Equatore, 2012). Protagonisti una donna e un uomo e, ovviamente, le loro lettere… che incrociano amori e solitudini. Per una nota critica, si consiglia la lettura di questo articolo di Marina Bisogno, pubblicato sul Corriere Nazionale

– Classica mia domanda di “apertura”, Barbara. Come nasce “Lettere dall’orlo del mondo”. Da quale idea o esigenza?
Nasce dal desiderio di raccontare due apparenti solitudini e un amore grande: per un’altra persona e per la vita.

– Cos’è per i protagonisti del libro “l’orlo del mondo”? E per Barbara Garlaschelli?
Per i protagonisti “l’orlo del mondo” sono loro stessi e il legame che li unisce, vissuto come ultima, salvifica possibilità di comprensione. Per me è la condivisione, la vicinanza, la linea sottile che divide il vivere dalla disperazione del sopravvivere.

– Esistono davvero amori irriducibili, capaci di durare nel tempo?
Sì, io credo di sì. Non necessariamente quello di una coppia, ma di certo quello tra alcune persone.

– C’è relazione – a tuo avviso – tra amore, dolore e egoismo?
Sì, c’è. L’amore è una forma di tirannia: chi ama e chi è amato vuole tutto, non concede tregua.
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LA MEMORIA DI AUSCHWITZ: “LA NEVE NELL’ARMADIO”, DI ENRICO MOTTINELLI

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Il giorno di Auschwitz, il giorno della memoria. Quest’anno l’ho affrontato in un’intervista con Enrico Mottinelli, autore de La neve nell’armadio (ed. Giuntina), un libro che scava nel significato profondo della terribile esperienza storica di O?wi?cim. L’opera, nella parte conclusiva, presenta anche una conversazione con una sopravvissuta a questo e ad altri campi di sterminio, la scrittrice ungherese Edith Bruck.

(da lasestina.unimi.it)

– Ogni anno si celebra il giorno della memoria, focalizzato sull’olocausto, e legato in modo particolare ad Auschwitz. Alla luce del quadro di orrori globali che la storia anche recente presenta, avrebbe senso pensare di fare di questa ricorrenza un giorno dedicato al ricordo e alla condanna di tutti gli stermini?

Il Giorno della Memoria è stato collocato il 27 gennaio perché in quella data l’Armata Rossa liberò il campo di Auschwitz, peraltro già abbandonato dai tedeschi poco prima. Quella data è diventata il simbolo della fine di quella vicenda, sebbene gli ultimi campi siano stati raggiunti anche mesi dopo.

La questione che poni mette in evidenza un tema molto ampio, ovvero l’unicità di Auschwitz (inteso non come un singolo campo, ma come simbolo dello sterminio). Auschwitz è diverso dai tanti stermini che la storia dell’uomo ha conosciuto prima e dopo? Credo di sì. Lo è da un punto di vista direi “filosofico”, come scrive George Steiner. Auschwitz è stato qualcosa di più e di diverso da uno sterminio di essere umani per mano di altri esseri umani. Volendo sintetizzare, direi che ad Auschwitz l’uomo ha tolto il velo del senso che aveva costruito fino a quel momento, e sfruttando tutto il meglio delle cose che sa fare (scienza, tecnologia, organizzazione, diritto ecc.) ha messo in scena una catastrofe immane. Ad Auschwitz l’uomo ha distrutto il senso e si è affidato al non senso. Fare memoria di quell’evento significa tenere presente che, qui e ora, ognuno di noi deve sapere che convive con questo baratro di caos, che si porta dentro da quando ad Auschwitz si è reso possibile e manifesto. Continua a leggere

“MELE MARCE” E IL NOIR IBERICO. INTERVISTA A JUAN MADRID

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Juan Madrid, come ebbe a dire una volta Manuel Vázquez Montalbán, è uno dei “due” veri scrittori noir spagnoli. Acuto osservatore della società che ritrae nei suoi romanzi, è autore di Mele marce. Marbella noir (ed. e/o), un romanzo che descrive il sottobosco criminale della Costa del Sol. Lo ringrazio per avermi concesso questa intervista.

Mele marce è un romanzo che intreccia i destini di diversi profili umani, criminali e non, sullo sfondo di una Costa del Sol che siamo abituati a vedere soprattutto nei cataloghi turistici. L’umanità di questo “sottobosco” è così lontana da noi?

Non è lontana, è accanto a noi, e convive con noi.

– Qual è il segreto del genere noir? Perché cattura così tanto i lettori?

Parla della morte, del crimine, della forza di attrazione esercitata su di noi dal male. Io però penso che a tutto questo si aggiunga il fatto che il romanzo noir sa raccontare alla società meglio di qualunque altra forma letteraria. Continua a leggere

LA “CASA DELL’AUTORE” DI MANUELA LA FERLA

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

La Casa dell’autore di Manuela La Ferla, nota editor e curatrice di testi letterari, è una nuova esperienza in campo editoriale, che si prepara a dare un contributo vitale alla crescita di scrittori che affinano il proprio talento. Manuela ci ha gentilmente concesso quest’intervista, che illustra tutti i più importanti aspetti della sua iniziativa professionale e letteraria, con sede a Firenze.

– Com’è nata l’idea di questo progetto innovativo in campo editoriale?

Manuela La Ferla

La Casa dell’autore nasce da un’esigenza: il bisogno reale degli autori di avere a fianco un Editor dedicato. A volte si pensa che gli scrittori che hanno già una loro – anche autorevole – casa editrice di riferimento, non abbiano questo problema. Ma così non è, gli autori sono sempre più soli, tranne eccezioni. Non è solo un problema di competenza o bravura o altro, spesso è (anche) un problema di tempi oggettivi.
Un editor interno lavora su più tavoli in contemporanea, come è giusto che sia, ma spesso proprio il lavoro sul testo, che dovrebbe stare al centro dell’attenzione, finisce per diventare un dato marginale, che viene delegato alla redazione o a consulenti esterni. La mia idea allora è quella di lavorare con l’autore prima di arrivare in casa editrice, oppure per conto della stessa su testi già in programmazione.
Attenzione, perché esistono decine di service editoriali e ottimi editor free-lance.
La Casa dell’Autore offre invece un lavoro diverso, che parte dalla maieutica ma ha come conditio sine qua non lo spessore e valore del progetto (se ci riferiamo alla saggistica), e la voce dell’autore (se parliamo di narrativa). Non escludo di motivare io stessa degli autori, nel caso della saggistica, a scrivere su un argomento che mi sembra possa poi essere spendibile editorialmente. Continua a leggere

INTERVISTA A BRUCE STERLING: IL CYBERPUNK, IL CONNETTIVISMO, L’ITALIA

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Ho avuto il piacere di intervistare Bruce Sterling in occasione della NeXT-Fest, il primo festival interamente dedicato al Connettivismo, tenutosi a Roma dal 26 al 28 ottobre 2012. È stato molto interessante conversare con il gentilissimo scrittore americano, tra i padri fondatori della letteratura cyberpunk (fu il curatore della raccolta di racconti Mirrorshades, che raccoglieva contributi degli autori protagonisti di questa grande esperienza di letteratura fantascientifica). Ne sono emersi aspetti inerenti non solo alla sua opera di narratore, ma anche alla sua attività di blogger, al Connettivismo (che segue da sempre con grande attenzione) e all’Italia, dove, sia pur viaggiando molto per il mondo, trascorre parte del suo tempo.

Bruce Sterling (da Wikipedia)

– Che cosa la affascina, nel mondo di oggi? Che cosa la fa pensare e immaginare?

Mi piace lavorare al mio blog e dedicarmi agli argomenti che normalmente seguo sulle sue pagine. Tendono a cambiare, nel tempo, perché sono un “dilettante”, e dopo un po’ perdo interesse per le cose. A volte però le riprendo in seguito. Ma di solito ho un insieme di interessi mutevoli, che nella mia mente sono vagamente interconnessi. Così, al momento sul blog ho diverse categorie, una delle quali si chiama “Design Fiction”, e riguarda soluzioni speculative di design e design industriale, e servizi che ancora non esistono. È una cosa che attualmente trovo esaltante, e credo che sia un settore molto “caldo”. È un ambito in cui conosco un sacco di persone, e ho una certa familiarità con il loro modo di pensare. Ho la sensazione che sia una realtà destinata a crescere. Non si tratta di un “genere”, e in definitiva nemmeno di design, ma è come una nuova forma di attivismo. Poi mi occupo pure di “Architecture Fiction”, che riguarda forme di costruzioni particolarmente immaginative, città del futuro e così via… E quindi c’è una categoria che si chiama Tech Art, che riguarda persone che praticano l’arte elettronica e l’arte in rete o realizzata mediante dispositivi elettronici. Continua a leggere

“LA SAGGEZZA DELLA CONTEA”. NOBLE SMITH, GLI HOBBIT E LA VITA

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Gli Hobbit sono ormai personaggi universalmente noti di J.R.R. Tolkien. Soprattutto adesso che sta arrivando nelle sale il primo atto della trilogia filmica di Peter Jackson ispirata al romanzo Lo Hobbit del Professore di Oxford.

Ma c’è anche un’altra opera, un saggio di grande bellezza e profondità, che riguarda l’argomento. L’autore, americano, è Noble Smith, scrittore e drammaturgo oltre che produttore cinematografico. Da poco uscito in Italia, il suo libro è La saggezza della Contea (ed. Sperling & Kupfer), dedicato alle lezioni di semplice filosofia della vita che ci vengono proprio dagli Hobbit. Noble mi ha gentilmente concesso un’intervista.

Giovanni: Ciao, Noble, siamo felici di averti qui sul nostro blog! Per me è stato un lavoro piacevolissimo tradurre il tuo libro The Wisdom of the Shire (La saggezza della Contea) in italiano per Sperling & Kupfer, e specchiarmi nella tua esperienza del mondo fantastico di Tolkien. La mia prima domanda è: quando e perché hai deciso di scrivere questo saggio?

Noble: Ciao, Giovanni! È fantastico poter rilasciare un’intervista al traduttore italiano del mio libro! Sono elettrizzato all’idea che ci sia una versione italiana di The Wisdom of the Shire. Amo l’Italia, dove ho fatto uno dei miei viaggi più belli. Per rispondere in breve alla tua domanda, l’idea di scrivere un libro sugli Hobbit mi è venuta mentre guidavo verso casa sull’autostrada dopo un lungo colloquio presso i Microsoft Studios. Ero di cattivo umore, e mi facevo delle domande sul mio posto nel mondo. Avevo l’impressione che mi stessi vendendo, cercando di ottenere un lavoro con quell’impresa così grande e insensibile. E mi chiesi, “Che cosa ti ispira?” e “Come vuoi veramente passare il resto della tua vita?”. Le risposte mi colpirono come se fossi stato percosso in testa dal bastone di uno Stregone: “Tolkien mi rende felice; e, per quanto posso, voglio cercare di vivere come un Hobbit.” Andai a casa, scrissi la proposta e nel giro di sei settimane il mio agente l’aveva piazzata a New York e a Londra. E adesso stanno traducendo il libro in otto lingue. E tutto questo è successo in meno di un anno. Che strana è la vita! Continua a leggere

Simone Gambacorta intervista Giovanni Agnoloni su “Sentieri di notte” (Galaad Edizioni)

Sentieri di notte, di Giovanni Agnoloni (Galaad Edizioni – Collana “Larix“, a cura di Davide Sapienza)

copsentieridinotte2Quale energia è racchiusa nel Chakra del Castello di Cracovia? E chi è Luther, l’androide che una notte del settembre 2025 si sveglia sulle sponde del lago di Lucerna accanto al cadavere del suo creatore? Un’oscura minaccia si profila all’orizzonte di un’Europa messa sotto scacco dalla Macros, multinazionale informatica che da Berlino ha preso il potere privando il continente di internet e dell’energia, mentre a Cracovia un’enigmatica nube bianca avanza inglobando la città. La salvezza sta nel cuore di quella nebbia, attraversata da uno studioso irlandese di teologia in cerca del suo passato, e nel viaggio verso la Polonia di Luther e del programmatore cieco Christoph Krueger. Un romanzo figlio della poetica del Connettivismo e di una lunga ricerca spirituale che mira al ritorno alla Fonte, a una fusione con la radice dell’Essere. Un viaggio viscerale tra l’Ombra e la Luce.

Sentieri di notte è il primo romanzo della collana “Larix”, diretta da Davide Sapienza. Dopo Nel cuore della Groenlandia di Fridtjof Nansen (2012) e prima di un’antologia inedita di scritti di Barry Lopez curata da Davide Sapienza in uscita nel 2013, quest’opera contribuisce a tracciare la visione della Collana che è dedicata all’esplorazione in senso geografico, umano e letterario.

Distributori: Medialibri Diffusione srl e Libro Co. Italia srl

Booktrailer a cura dello scenografo Gabriele Calarco:

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“OLONOMICO” DI SANDRO BATTISTI. UN ROMANZO CONNETTIVISTA

Recensione e intervista di Giovanni Agnoloni

Olonomico di Sandro Battisti (Ciesse Edizioni – prefazione di Giovanni De Matteo; postafazione di Marco Milani) è un romanzo che invita a un’esperienza complessa e molto particolare. Il libro del co-fondatore romano del Connettivismo racchiude in sé la sostanza della saga, da lui già da tempo sviluppata, dell’Impero Connettivo, un impero che si proietta non solo su distanze abissali nello spazio, ma anche su profondità insondabili nel tempo. È un esempio di “stato” dai tratti assonanti con quelli dell’impero romano – la cui nascita ha guidato e ispirato dalle imperscrutabili distanze dello spazio-tempo – che abbracciano tutto lo sviluppo della storia umana, fino al suo ulteriore gradino evolutivo della post-umanità.

Ma non è questo il punto. Non quello che conta, almeno. Olonomico è un’opera profondamente connettiva, nella misura in cui collega e sollecita molteplici livelli percettivi e di lettura. Contiene spunti di grande apertura intuitiva, in una sorta di coscienza iperestesa in cui gli stessi confini dell’individualità soggettiva sfumano in una percezione di Oltre, aperta alle radici cosmiche dell’essere. Continua a leggere

“CELESTE E GALILEO”: INTERVISTA A MARCELLO LAZZERINI

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Celeste e Galileo è uno spettacolo teatrale scritto da Marcello Lazzerini, giornalista e scrittore fiorentino, che ripercorre in forma drammatica le linee dell’omonimo libro che ne è stata la prima espressione, edito da Romano Editore nel 2010.

Messo in scena dalla Compagnia delle Seggiole, ha riscosso successo anche a livello internazionale, e recentemente è andato in scena a Firenze nella splendida Villa il Gioiello, ultima dimora di Galileo Galilei, a due passi dal Convento di San Matteo, in cui vissero Suor Celeste e Suor Arcangela, le sue due figlie monache, con una delle quali in particolare, Celeste appunto, lo scienziato sviluppò un rapporto di particolare confidenza e una commovente corrispondenza epistolare.

In questa intervista che l’autore mi ha gentilmente concesso ripercorriamo le tracce di questa esperienza umana e teatrale. Continua a leggere

LA NINFA INCOSTANTE, di Guillermo Cabrera Infante

di Massimo Maugeri

Minimum fax ha pubblicato di recente LA NINFA INCOSTANTE, romanzo dello scrittore cubano Guillermo Cabrera Infante (traduzione di Gordiano Lupi, postfazione di Mario Vargas Llosa, pagg. 267, euro 15). Si tratta di un romanzo postumo incentrato sulla figura del personaggio Estela Morris, la conturbante ninfa del titolo: una ragazza di sedici anni che il protagonista – alter ego dell’autore – incontra sulla calle 23 dell’Avana. Nasce una relazione che dura solo un’estate, ma rimarrà per sempre nel ricordo del protagonista. Un brano del libro è disponibile sul sito di minimum fax. Ne parliamo con il traduttore, Gordiano Lupi.

– Gordiano, a tuo avviso, quali sono gli elementi caratterizzanti della poetica di Cabrera Infante?

Far parlare me di Cabrera Infante è come invitare un pescatore a parlare di pesce. Ho scritto un libro (inedito) su di lui, dove narro la sua vita attraverso le sue opere, ma non troverò mai un editore disposto a crederci. A parte me stesso. Qui al massimo può avere mercato la biografia di Totti. “La letteratura di Guillermo Cabrera Infante è un gioco costante tra fiction e realtà, un gioco soggetto al ritmo inevitabile e spontaneo che impone la musica e l’amore della notte avanera”, scrive Rosa M. Pereda. Credo che in parte sia vero. La sua poetica è fatta di nostalgia di un esule per la sua terra, ma anche di amore per la terra che l’ha accolto. Invito a leggere Il libro delle città, edito da Il Saggiatore, dove descrive Bruxelles, Madrid e Londra in termini entusiastici, tre metropoli che l’hanno visto esule dopo la fuga dall’Avana. James Joyce, Raymond Queneau e Franz Kafka sono i suoi principali punti di riferimento.
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AFORISMI PER LE DONNE TOSTE. Intervista a Marinella Fiume

Aforismi per le donne toste. Scovati capovolti creatidi Massimo Maugeri

Aforismi per le donne, per le mamme e per le nonne, per le zie, per le cugine e per tutte le bambine… Aforimi per gli uomini che vogliono conoscere per quanto possibile, le donne. Stiamo parlando di “Aforismi per le donne toste. Scovati capovolti creati“, la nuova pubblicazione di Marinella Fiume (edizioni Arianna).
Come ha scritto Eleonora Lombardo, sulle pagine di “Repubblica-Palermo“, questo libro è il frutto di “un incontro fra donne, fra la scrittrice originaria di Noto, etnolinguista, professoressa di latino nei licei, e donna dalla capigliatura indomita, Marinella Fiume, e l’editrice madonita Arianna Attinasi che ha avuto l’idea di coinvolgere per le illustrazioni la catanese Marcella Brancaforte. Una triade felice che sconfessa subito il vetusto appannaggio maschile alla letteratura e che si diverte con l’aforisma di un anonimo («L’oca è l’animale ritenuto simbolo della stupidità, a causa delle sciocchezze che gli uomini hanno scritto con le sue penne») per avere l’occasione di indagare il rapporto fra le donne e la scrittura, fra la consapevolezza del sé e il linguaggio letterario.
Tradizionalmente usato per esprimere il pensiero degli uomini, l’aforisma solo nel Novecento è diventato terreno fertile di donne capaci di maneggiarlo con destrezza. (…)
Parole come frecce, quelle evocate nella bella copertina, capaci di colpire l’obiettivo, in grado di andare a segno con precisione…

– Marinella, chi sono le donne toste?
Le donne toste sono le donne disobbedienti ad ogni imposizione di qualsiasi potere, sfrontate ironiche buffe persino, senza paura di giudizi dei bacchettoni. Una tipologia di donne a cui stanno scomodi gli “ismi” e i dogmi, che per il loro guardare sempre troppo avanti, possono apparire talora persino inattuali. Vedi il caso di Goliarda Sapienza… quanti anni ci sono voluti perché venisse recuperata come modello di donna e come scrittrice!? Per lo più, infatti, dicono NO e se dicono Sì, dicono Sì, però… Responsabili solo di se stesse e coraggiose, resistono ad ogni bombardamento mediatico di coloro che le vogliono sempre in perfetta forma e produttive. Sono quelle che pensano che è meglio la polvere sui mobili che la polvere nel cervello… Quelle che non sono fanatiche di fitness e palestre perché, “se Dio avesse voluto che fosse facile toccarsi le punte dei piedi le avrebbe messe sulle ginocchia…”
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La paziente n. 9 – intervista a AlessandroDefilippi

La paziente n.9

di Massimo Maugeri

Alessandro Defilippi, psicoanalista torinese, ha pubblicato le raccolte di racconti Una lunga consuetudine, con Sellerio, e Cuori bui, usanze ignote, con Antigone Edizioni. Per Passigli sono usciti i romanzi Locus animae, Angeli e Le perdute tracce degli dei. Per Einaudi ha pubblicato Manca sempre una piccola cosa (2010). Nel 2011 ha preso parte al progetto “Il romanzo di Roma” con il volume Danubio rosso. Ha inoltre collaborato alla sceneggiatura di Prendimi l’anima di Roberto Faenza.
Autore “trasformista” (come lo ha definito Bruno Quaranta su Tuttolibri de La Stampa del 24 settembre 2012), Defilippi ha pubblicato di recente un nuovo romanzo intitolato La paziente n.9 (anche questo edito da Mondadori).
Una storia “forte” e ad alta tensione, ambientata nella Genova del 1942, che si dipana sullo scenario cupo di un manicomio che ospita – tra gli altri – una paziente molto particolare.
Ne parliamo con l’autore.

– Alessandro, per quale motivo hai deciso di ambientare il romanzo nella Genova del 1942? Cosa ti attrae, o colpisce, di quel periodo?
La paziente n.9, anche se può essere letto come romanzo del tutto autonomo, si inserisce in una sorta di trilogia, con Le perdute tracce degli dei e Angeli, pubblicati da Passigli. Il periodo storico va dai secondi anni trenta alla guerra. Mi sono spesso domandato perché quel periodo abbia su di me un tale fascino. La prima possibile risposta è connessa alle storie che mia madre e suo fratello, mio zio, mi raccontarono su quegli anni. Storie legate al fascismo e all’occupazione tedesca, che hanno nutrito la mia immaginazione. In secondo luogo trovo difficile raccontare la contemporaneità. Per scrivere ho bisogno in genere di un distacco, di un punto di vista abbastanza oggettivo che mi permetta di trattare temi per me “bollenti”, come il male, il mistero, l’amore, la sofferenza e il coraggio. Trovo questo distacco attraverso la dislocazione, di tempo e anche di spazio. Terzo: ho sempre pensato e più ancora “sentito” il nostro Paese legato a quegli anni, come se non ne fosse mai del tutto uscito. La fascinazione per l’uomo forte, la reazione individuale al male, l’essere, tuttora, un Paese di contadini inurbati, cui è mancato il rigore della Riforma luterana e quello del liberalismo. Noi abbiamo avuto in compenso la Controriforma e il fascismo, senza avere la possibilità di sviluppare un vero ceto borghese e un autentico senso dello stato.
In ultimo, ma non ultimo, credo che nei miei libri vi sia anche un tono epico, seppure sommesso e “postmoderno”. E, che ci piaccia o no, dopo il Risorgimento, che sento lontano, il fascismo, le colonie, l’Impero sono, nel bene e nel molto male, la nostra unica epica.

– I personaggi si muovono all’interno del manicomio di Pratozanino. È tutto immaginato, o le descrizioni dei luoghi sono frutto di ricerche e di “visite sul campo”? Continua a leggere

“PARLAMI DELL’UNIVERSO”: INTERVISTA A CRISTINA DONÀ

Introduzione e intervista di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Parlami dell’universo non è solo il refrain di una delle canzoni più belle e più note di Cristina Donà. È anche il titolo di una sua biografia, scritta da Michele Monina per Galaad Edizioni. Un itinerario tra la vita e la carriera di questa cantautrice, che è forse la voce più intensa e cristallina del rock indipendente italiano. Impreziosita da alcuni testi originali della stessa Cristina Donà, nella parte finale del bel volume (corredato da varie foto su diversi momenti del suo percorso artistico). Ecco la sua intervista, per cui la ringrazio.

– Un libro che è nato da un’amicizia e da un fitto e mai interrotto dialogo con l’autore, con cui avevi anche viaggiato attraverso l’America. Com’è stato ripensare alla tua carriera musicale in termini di scrittura?

Impegnativo, molto, ma anche molto utile. Ricostruire una buona parte del mio vissuto, tra collaborazioni con musicisti, produttori, ricordi degli incontri più o meno significativi e tutto quello che è gravitato attorno a me da quando ho iniziato ad oggi è stato un lavoro notevole, e sono certa di aver tralasciato, non volontariamente, parecchi dettagli. Scavare nei ricordi per ritornare all’emozione di quando ho scritto le canzoni è un percorso da psicanalista. Tanti episodi mi sono venuti in mente strada facendo. Diciamo che questo libro è servito per riordinare un po’ il mio passato e per creare le basi per una prossima biografia, che uscirà per il mio settantesimo compleanno. Continua a leggere

DANIELE PUGLIESE RIVISITA UN CELEBRE RACCONTO DI ARTHUR SCHNITZLER

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Daniele Pugliese, giornalista, storico e scrittore, è autore di un libro molto interessante, Io la salvero, signorina Else (ed. Portaparole), nel quale rivisita liberamente la vicenda del noto racconto dello scrittore austriaco Arthur Schnitzler (1862-1931) La signorina Else, nel quale si racconta la vicenda di una giovane che, pur di non cedere alle lusinghe sessuali di un uomo, disposto a darle i soldi di cui suo padre ha urgente bisogno, a patto di vederla  nuda, preferisce il suicidio. Ripercorro qui le linee dell’opera in un’intervista gentilmente concessami dall’autore a margine della recente presentazione fiorentina.

– “Io la salverò, signorina Else” è un’opera letteraria in cui convergono diversi livelli di scrittura (e dunque di lettura), narrativi, psicologici e filosofici. Quanta parte di lei, come autore e come uomo, è presente nelle sue pagine?

Come autore direi che ci sono al cento per cento in ognuna delle pagine, anche se, prendendo spunto da un capolavoro dell’autore austriaco, la presenza di Schnitzler è ingombrante: l’editore però ha detto che i diritti di autore li pagherà a me, non ai suoi eredi, e sono dispiaciuto di non poter chiedere una percentuale su quelli che dovessero derivare da una indiretta pubblicità da parte mia al libro originale che, garantisco, è da leggere. Come uomo solo un pezzo. Ovviamente ci ho portato dentro qualcosa di me, di quello che so o di quello che sento e ho sentito, ma un’altra grande fetta è rimasta fuori per lasciar spazio alla signorina Else. È quella ragazza di diciannove anni che si toglie la vita nel 1924 in quel crogiuolo di culture e idee che è stata la Felix Austria che merita spazio, ascolto, comprensione, anche perché sono convinto che dica qualcosa a tutti noi: maschi o femmine, giovani o vecchi, ricchi o poveri. Continua a leggere