Archivi categoria: Lirico terapia

Lirico terapia. Pietro Mignosi

 

Le scarpe

 

E poiché la Morte verrà all’insaputa come i ladri,

tu temi possa trovarmi con queste scarpe logore

– scarpe ostinate e seguaci – e raggranelli il tuo gruzzolo

perché i miei piedi non sfigurino sul mio ultimo letto.

 

Ma io penso che le scale del paradiso sono di vetro

– vetro limpido e sottile che non lo scorgi neppure –

e le scarpe che compreresti, rigide, pese e loquaci,

picchierebbero troppo sull’esile scala del cielo.

 

Lasciami ai piedi queste mie logore scarpe

queste mie povere scarpe soffici e silenziose

sì che arrivando nel cielo, la figlia nostra – se dorme –

non interrompa il suo sonno

e si risvegli serena come soleva quaggiù.

 

Delicatissimo pensiero di padre, questo di Mignosi. Se il mondo progredisce, è per dettagli come questi, degni del cielo.

Lirico terapia. Giuseppe Conte

Troppo umano un destino

Vorresti la certezza, la verità

– e sai che la verità non è che Luce –

ma vai cieco dove vanno i desideri

 

e i piaceri, dove ti conduce

troppo umano un destino. Cerca ancora.

Scegli il tuo cammino. Cerca, esplora

 

tutte le vie del finito, come chi

ha fame dell’infinito forse deve

fare, sempre veloce, sempre immemore.

***

 

Non c’è bisogno di spiegare questi versi, anche se il mistero resta intatto: quello del cammino e della meta, della scelta da fare in ogni istante, in ogni angolo.

Lirico terapia. Umberto Fiori

Piazzata

Se di colpo giù in piazza

in mezzo al chiasso

qualcuno alza la voce

e un’altra voce, più forte,

gliele ricanta, e si mettono a urlare

insulti e minacce, è come

se mi chiamassero per nome.

 

Si capisce ben poco, quasi niente

con gli alberi di mezzo, dal quinto piano,

ma io non chiedo al mio vicino

– anche lui sul balcone – perché lì sotto

si mangiano la faccia. Lo so bene

cosa li fa gridare. Lo riconosco

adesso, mentre mi prende

– anche me – per la gola, e mi tiene

qua sopra, senza fiato:

è grande, e non ha una ragione.

 

È che ognuno al mondo sta lì

con il suo ingombro osceno. Mento, guance,

e gli occhi in fuori, e in mezzo a quel testone

il naso a becco, dicono: così

e in nessun’altra maniera.

Ogni momento uno ti si para

davanti, ti fa vedere come,

ti fa vedere chi 

bisogna essere.

 

Così ce ne andiamo in giro

nei bar, sui tram: ognuno un santo mistero

messo in piazza, un esempio

che nessuno può seguire.

 

È questo lo spettacolo sfacciato,

la scenata che sale fin quassù.

*

Viene il respiro degli ippocastani,

col buio. L’onda ci lascia.

 

Da una finestra illuminata

anch’io lancio il mio urlo

e mi ritiro.

***

Difficile non ritrovare l’umanità quotidiana, in questi versi, la dose di violenza, la tassa da pagare a qualche forza oscura che si annida nella storia. Il “santo mistero”, tuttavia, nasconde sempre un germoglio di speranza, per chi non si arrende al proprio assurdo.

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Lirico terapia. Renzo Paris

Tommaso

Poesia che sei rinata per il compleanno

D’un poeta, stattene un momento accucciata

Sotto la scrivania, gioca col gatto, intrattienilo,

Non aver fretta, dai,

Almeno per questa volta!

Vedi, un pizzico di distrazione è bastato

Perché quel bastardo mi graffiasse le dita.

La poesia entra anche nel quotidiano, non teme la banalità. Renzo Paris lo dimostra efficacemente in questi versi che odorano di casa, ma hanno un chiaro valore simbolico.

Lirico terapia. Primo Levi


Il canto del corvo (II)

«Quanti sono i tuoi giorni? Li ho contati:

Pochi e brevi, ognuno grave di affanni;

Dell’ansia della notte inevitabile,

Quando fra te e te nulla pone riparo;

Del timore dell’aurora seguente,

Dell’attesa di me che ti attendo

Di me che

                   (vano, vano fuggire!)

Ti seguirò ai confini del mondo,

Cavalcando sul tuo cavallo,

Macchiando il ponte della tua nave

Con la mia piccola ombra nera,

Sedendo a mensa dove tu siedi,

Ospite certo di ogni tuo rifugio,

Compagno certo di ogni tuo riposo.

 

Fin che si compia ciò che fu detto,

Fino a che la tua forza si sciolga,

Fino a che tu pure finisca

Non con un urto, ma con un silenzio,

Come a novembre gli alberi si spogliano,

Come si trova fermo un orologio».

Primo Levi non ha mai smesso d’indagare il mistero del male: qui l’ombra che insegue l’aguzzino fino alla fine dei giorni.

Lirico terapia. Leonardo Sinisgalli


La casa di Nievo

La lapide è sul muro

sopra le scuderie.

Il giovane non ebbe tempo

di girare tra gli alberi e le aiuole.

Rapito dalla guerra

radunò le sue carte.

Le trovarono in un tiretto

quando si mise in mare

e annegò. Ai poeti la sorte

vieta di tornare

nelle loro camerette.

Per il poeta tutto diventa simbolo. Sta a noi interpretare: non tanto l’intenzione di Sinisgalli, quanto l’eco che risuona in noi.

Lirico terapia. Fernanda Romagnoli


Sobillazione

Nei ghetti del mio corpo, certe notti,

i cinque sensi circolano cupi

sobillando lo Spirito: «A che vale

il tuo slancio di fiamma, sempre eluso,

i rossi rami che s’agitano e attorcono

tribolati in abbracci di se stessi

– mentre il buio si svincola illeso

e ripropone il dilemma -.

Far barriera ai lupi, che ti vale.

All’alba sarai fumo».

 

In quelle notti di congiura e d’odio

la fiamma geme, s’accuccia nel suo grumo

di braci: e invoca che su lei s’affretti

la pietà della cenere, l’assedio

d’occhi fermi in circoli

sempre più stretti.

Straordinaria questa descrizione della lotta fra la carne e lo spirito di Fernanda Romagnoli: interpella chi legge con una domanda tanto implicita quanto decisiva.

Lirico terapia. Giovanni Giudici


Con tutta semplicità

Con tutta semplicità devo dire

che un tempo sembrava lontano

il tempo in cui morire.

 

Ora non è piú un pensiero strano.

Ora è sempre lontano (almeno spero) ma

posso già prefigurarmelo. Ho l’età

 

in cui dovrei fare ciò che volevo

fare da grande e ancora non l’ho deciso.

Faccio quello che faccio, altra scelta non ci sarà:


leggo di miei coetanei che muoiono all’improvviso.

Il tema è scottante, ma la poesia lo trasfigura: Giovanni Giudici è un maestro nel procedere su un crinale da cui ognuno può osservare il suo paesaggio.

Lirico terapia. Maria Luisa Spaziani


Dev’essere passato quel passero

Dev’essere passato quel passero sulla tua casa,

che qui sul terrazzo è planato a beccare briciole.

Mi diceva di te, del tuo risveglio,

del saluto silenzioso che mi avevi mandato.

 

Saprò riconoscerlo, il passero messaggero.

Aprirà le porte dell’alba, ospite benvenuto.

In secoli remoti sarebbe stato un angelo

ma in tempi sconsacrati mi va bene lo stesso.

Ogni epoca ha i suoi angeli. Ma il cuore è sempre vigile nella medesima attesa.

Lirico terapia. Cesare Viviani


Avevano ragione a dirci

Avevano ragione a dirci: non spingetevi oltre,

arrivate fino alla vigna grande e tornate.

Guardate le cose che già conoscete,

i tigli del viale,

la fila dei salici lungo il fossato,

l’orto della fonte vecchia, il boschetto,

dopo compaiono le case di San Romolo e proseguite

fino alla cappella e ai filari.

Fate il sentiero di sempre, fate

una passeggiata.

Difficile, forse impossibile non scorgere subito l’orizzonte simbolico che si apre dietro questi versi di Viviani. La strada sicura o il rischio? La poesia indica sempre il crinale della scelta.

Lirico terapia. Giovanni Raboni


Sono quello che eravate

Sono quello che eravate, sarò

quello che siete, sussurro a chi spia

i miei passi da un letto di corsia

d’un padiglione di Niguarda o

 

del vecchio policlinico di via

Sforza, mi sopravvalutate, ho

un rene solo, presto perderò

l’ultima battaglia con la miopia

 

e il cuore, eh, il cuore… No, perdono, care

anime, perdono! non posso fare

l’unto della Morte qui, non si deve

 

insegnare a morire a chi già tanto

muore o così poco spera, soltanto

un’altra primavera, un’altra neve.

Tutti dobbiamo fare i conti con la malattia e la morte. E anche con gli altri. Raboni, come sempre, dà da pensare. E da sentire.

Lirico terapia. Alfonso Gatto


A mio padre

Se mi tornassi questa sera accanto

lungo la via dove scende l’ombra

azzurra già che sembra primavera,

per dirti quanto è buio il mondo e come

ai nostri sogni in libertà s’accenda

di speranze di poveri di cielo,

io troverei un pianto da bambino

e gli occhi aperti di sorriso, neri

neri come le rondini del mare.

 

Mi basterebbe che tu fossi vivo,

un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.

Ora alla terra è un’ombra la memoria

della tua voce che diceva ai figli:

«Com’è bella la notte e com’è buona

ad amarci così con l’aria in piena

fin dentro al sonno ». Tu vedevi il mondo

nel plenilunio sporgere a quel cielo,

gli uomini incamminati verso l’alba.

Quando, dal passato, emerge la memoria dell’amore, subito avvertiamo l’eco della nostra vera identità. La poesia serve anche a questo?

Lirico terapia. Attilio Bertolucci


Le farfalle 

Perché le farfalle vanno sempre a due a due

e se una si perde entro il cespo violetto

delle settembrine l’altra non la lascia ma sta

sopra e vola confusa che pare si sbatta

contro i muri di un carcere mentre non è che questo

oro del giorno già in via d’offuscarsi

alle cinque del pomeriggio avvicinandosi ottobre?


-Forse credevi d’averla perduta ma eccola ancora

sospesa nell’aria riprendere l’irragionevole moto

verso le plaghe che l’ombra più presto fa sue

dei campi vendemmiati e arati della domenica:

tu non hai che a seguirla incontro alla notte

come l’attendesti nel lume inquieto del sole

finché fu sazia del succo di quei fiori d’autunno.

chi non è rimasto rapito, almeno una volta, dal volo delle farfalle. Il poeta coglie anche, al volo, le domande.

Lirico terapia. Vittorio Sereni


Terrazza

Improvvisa ci coglie la sera.

                                                     Più non sai

dove il lago finisca;

un murmure soltanto

sfiora la nostra vita

sotto una pensile terrazza.

 

Siamo tutti sospesi

a un tacito evento questa sera

entro quel raggio di torpediniera

che ci scruta poi gira se ne va.

 

Non è forse così? Siamo tutti, sospesi, sempre, a un tacito evento.

Lirico terapia. Mario Luzi. 12


Il giudice

Credi che il tuo sia vero amore? Esamina

a fondo il tuo passato » insiste lui saettando ben addentro

la sua occhiata di presbite tra beffarda e strana.

E aspetta. Mentre io guardo lontano

ed altro non mi viene in mente

che il mare fermo sotto il volo dei gabbiani

sfrangiato appena tra gli scogli dell’isola,

dove una terra nuda si fa ombra

con le sue gobbe o un’altra preparata a semina

« Certo, posso aver molto peccato”

rispondo infine aggrappandomi a qualcosa,

sia pure alle mie colpe, in quella luce di brughiera.

“Piangere, piangere dovresti sul tuo amore male inteso”

riprende la sua voce con un fischio

di raffica sopra quella landa passando alta.

L’ascolto e neppure mi domando

perché sia lui e non io di là da questo banco

occupato a giudicare i mali del mondo.

“Può darsi » replico io mentre già penso ad altro,

mentre la via s’accende scaglia a scaglia

e qui nel bar il giorno ancora pieno

sfolgora in due pupille di giovinetta che si sfila il grembio

per le ore di libertà e l’uomo che le ha dato il cambio

indossa la gabbana bianca e viene

verso di noi con due bicchieri colmi,

freschi, da porre uno di qua uno di là sopra il nostro tavolo.

Una confessione? Un dialogo con se stesso? L’importante è sentire nostre le domande, e le possibili risposte. La poesia coinvolge, inevitabilmente.

Lirico terapia. Sergio Solmi


Sopra alcuni miei vecchi temi

Una volta

era il getto sfrangiato

dal vento, screziato da tutti i colori

dell’arcobaleno. Era

l’albero che rinverdiva alla pioggia

di primavera, sotto il cielo volta

a volta rannuvolato e sereno,

azzurro o grigio secondo

calma o procella.

 

Ora il getto

si è spento, il ramo

è secco, sono cadute

tutte le foglie. Sul devastato

giardino spira

il gelo dell’inverno, e la punta

della spada sta toccando il cuore.

Dalla più alta

vetta del nero pino la nera

rauca cornacchia sguaiata ironica sghignazza

sul disastro.

Sergio Solmi lancia un tema comune che però sempre c’interpella, il cambiamento.

Lirico terapia. Pedro Salinas


È stato, accadde…

È stato, accadde, è verità.

Fu un giorno, una data

che il tempo segna al tempo.

Fu in un luogo ch’io vedo.

I piedi di lei calpestavano

questo suolo che tutti calpestiamo.

Il suo vestito

somigliava a quegli altri

che portano altre donne.

Il suo orologio

sgranava calendari

senza scordarsi un’ora,

come contano gli altri.

E ciò che lei mi disse

fu in un idioma del mondo,

con grammatica e storia.

Così vero

che sembrava menzogna.

 

No.

Bisogna che me lo viva dentro,

debbo sognarmelo.

Togliere il colore, il numero,

il fiato di fuoco

con cui nel dirmelo mi bruciò.

Convertire tutto in caso,

in puro azzardo, sognandolo.

Così, quando si disdica

di ciò che allora mi disse,

non mi morderà il dolore

d’aver perduto una felicità

ch’io tenni fra le mie braccia

come si tiene un corpo.

Crederò che fu un sogno.

Che ciò che fu così vero,

non ebbe corpo né nome.

Che perdo

un’ombra, un sogno di più.

 

C’è poco da aggiungere all’effetto straniante dei versi di Salinas: a chi non è accaduto di temere di perdere? E di trovare sistemi di difesa più o meno improvvisati? È stato, accadde…

Lirico terapia. Sandro Penna


Serenata

O cielo delicato

prima dell’alba ascoltami.

Forse io non sono nato

per vivere qua giù.

 

Ma cielo delicato

(mi ascolti?) io ben lo sento

che è tuo quello strumento

fierissimo e dannato.

 

Sei tu che l’hai buttato

a vivere qua giù.

Sei tu che l’hai legato

se sempre guarda in su.

Una preghiera, questa di Sandro Penna, in cui qualcuno potrebbe ritrovarsi. Il confine tra lontano e vicino è sempre incerto.