di Pasquale Giannino
San Donato di Ninea Chiesa Dell’Assunta
La casa dove ho trascorso l’infanzia e parte dell’adolescenza era di mio nonno Pasquale. L’aveva acquistata negli anni Sessanta, coi risparmi svizzeri. Non fraintendetemi! Non era un uomo d’affari. E neanche benestante. Era da sempre un contadino. Aveva fatto la guerra d’Etiopia. Poi, richiamato per il secondo conflitto mondiale, dovette lasciare il figlioletto di pochi mesi (mio padre) e la giovane moglie, confidando nella solidarietà del vicinato. “Ero nel reparto munizioni e viveri,” mi diceva, “non ho mai sparato un colpo”. “Quando ritornò dopo lo sbandamento,” mi racconta mio padre, “vidi un uomo che barcollava in lontananza. Si fermò sotto un albero e ne strappò il frutto. Poi si avvicinò, mi prese in braccio… baciò mia madre. Subito dopo si lasciò andare stremato.”
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Ogni tanto si è fortunati e si ricevono regali senza motivo – che sono i più graditi. Ieri quindi per il mio noncompleanno mia zia mi ha comprato un volume di versi di Bukoswki, che come narratore mi è sempre piaciuto poco, mentre adoro la sua poesia, diretta, asciutta: lo immagino a saltare come una scimmia sul letto di uno squallido motel per afferrare le note dei grandi compositori. Ho aperto il libro a caso, come si fa quando si cerca un responso, un segno del destino ed è apparsa questa: 

