Archivi categoria: Recensioni

La formazione di Lenni

di Mauro Baldrati

Se nella sua accezione originaria il “romanzo di formazione” (Bildungsroman, dal tedesco, poiché per convenzione si fa risalire la nascita del genere al Wilhelm Meister di Goethe) tendeva al racconto dei processi di integrazione sociale del protagonista, oggi si può dire che avvenga il contrario, cioè la difficoltà di integrazione in un mondo sempre più negativo, se non una vera e propria disintegrazione sociale. Infatti il concetto di romanzo di formazione si è allargato, e oggi possiamo classificare come tale qualsiasi racconto che tratti una crescita, anagrafica, sociale, politica, intellettuale, con tutte le relative difficoltà, con tutti i rifiuti e le pazzie che un sociale a dismisura d’uomo oppone a una giovane persona. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.95: Giorno dopo giorno, la rabbia e l’ Eros cosmogonico. Alfredo De Palchi, “Foemina Tellus”

Giorno dopo giorno, la rabbia e l’ Eros cosmogonico. Alfredo De Palchi, Foemina Tellus, con una Prefazione di Sandro Montalto e una Nota di Luigi Fontanella, Novi Ligure (Alessandria), Joker Edizioni, 2010

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di Giuseppe Panella*


Giorno dopo giorno (“Alfredo De Palchi nasce ogni mattina” – è l’unica nota biografica che si può trovare nel libro), il dolore di vivere permane e si rinnova e così pure la rabbia e il duro (quanto giustificato) risentimento contro coloro che hanno cercato di distruggerne la vita e la passione che l’animava prima dell’esplosione del furore poetico ed affabulatorio.

Foemina Tellus è il libro che conclude forse una carriera poetica densa e tracimante (ma, ovviamente, non si può mai dire mai) e in questa veste va letto come una resa di conti con il Tempo (ormai divenuto nemico) e la Morte, ultimo avversario contro il quale combattere con ferocia e non larvato disappunto. La conclusione della vita appare come un evento del quale si può fare poesia in termini che forse non sarebbero permessi alla prosa.

« per il mio compleanno. Il dieci dicembre / la morte è nata / compagna / sposa che allarga le cosce per accogliere / nello zolfo la mia vita // avida a succhiare la tetta sgonfia / rimanere scarna / ossuta e porosa quanto la pretesa / imponderabile »[1].

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Raccontare la follia, in emergenza

di

Andrea Sartori

Che cos’è una diagnosi in ambito psichiatrico? Un’etichetta incollata alla vita del paziente come un destino che questi non si può scrollare di dosso? Un escamotage che il medico utilizza per riempire l’apposita casella di un referto, garantendosi una coscienza tranquilla, professionalmente conforme?
Il libro dello psichiatra e studioso di antropologia culturale Giorgio Villa – Dimagrire con la psichiatria, Exorma Edizioni, Roma 2012 – è il tentativo di ragionare intorno a queste domande, utilizzando la rielaborazione narrativa della propria esperienza clinica nel servizio di emergenza del 118, come strumento d’indagine.
Non a caso Bruno Callieri, deceduto lo scorso febbraio a conclusione di una vita spesa a umanizzare la psichiatria, nella prefazione ascriveva il volume al filone della narrative medicine, ovvero a quell’ambito del racconto della malattia – e del suo possibile impiego clinico – di cui il ‘900 è stato prodigo di esempi ante litteram, basti pensare alle Memorie di un malato di nervi (1903) di Daniel Paul Schreber, ma anche alle angosce e agli sdoppiamenti – di certo non riducibili al solo dato clinico – di Franz Kafka, Italo Svevo, Luigi Pirandello, o allo stesso Sigmund Freud, cronista e narratore dell’inconscio di legioni di pazienti. Continua a leggere

Le “Poesie complete” di Julio Llamazares

Recensione di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

I libri di Amos Edizioni, piccola casa editrice di grande qualità, si contraddistinguono non solo per la bellezza materiale dei volumi, ma per i contenuti d’eccellenza. La raccolta delle Poesie complete di un grande autore spagnolo, Julio Llamazares, a cura e per la traduzione di Sebastiano Gatto (con testi a fronte in castigliano), offre un insight (non a caso uso il termine inglese, perché non c’è un equivalente italiano altrettanto pregnante: forse dovrei dire uno “sguardo penetrante”, ma non renderebbe l’idea) in un intero mondo, non solo nello stile e nella visione del mondo del poeta.

A tutto questo siamo egregiamente introdotti dall’intervista all’autore da parte dello stesso curatore, oltre che dalla postfazione di Llamazares. Che non è solo un autore di versi, va detto. Nella sua produzione lirica, tanto rada quanto essenziale e quasi ermetica, esprime un ricco pentagramma e un intero campionario di sfumature emotive, fatto non soltanto di toni e semitoni, o di colori primari e secondari, ma di microtoni, di sfumature intermedie che danno il senso della profondità e della complessità di un’intera esistenza.

Un tema ricorre come in una follia, nelle poesie di Llamazares. E mi è personalmente vicino, per un motivo che dirò alla fine. Si tratta del suo paese, Vegamián, scomparso sotto un lago artificiale, ma rimasto permanentemente nella sua memoria come un bacino di memorie e di potenzialità inespresse. Tutte le poesie di questo autore sono venate da un senso di “spora sommersa”, in cui suoni e le percezioni sembrano dilatarsi all’infinito, seguendo percorsi ritmico-melodici che attingono alle profondità del suo essere. Continua a leggere

Marcello D’Orta. Era tutta un’altra cosa. I miei (e i vostri) anni Sessanta

di Guido Michelone

A ventidue anni dallo strepitoso e inaspettato successo con Io speriamo che me la cavo – il libro di temi carichi di strafalcioni dei bambini delle elementari napoletane – e dopo altri libri sulla scuola (dal sequel Dio ci ha creato gratis al recente Aboliamo la scuola), il cinquantanovenne ex maestro partenopeo debutta nella narrativa con un romanzo che sta in mezzo all’autobiografia e al saggio, quasi una memoria storica pubblica e personale, collettiva e privata di un decennio cruciale sia per l’Autore sia per l’intera società italiana. Continua a leggere

I LIBRI DEGLI ALTRI n.5: Vitam impendere amori. Renzo Paris, “La banda Apollinaire”

Vitam impendere amori. Renzo Paris, La banda Apollinaire, Matelica (MC), Hacca Edizioni, 2011

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di Giuseppe Panella*


Guillaume Apollinaire (al secolo Guglielmo Vladimiro Alessandro Apollinaire de Kostrowitzky – come annota con acribia proprio Renzo Paris) è tra i poeti più importanti della tradizione poetica del Novecento. Quello che conta nella sua produzione letteraria, in realtà, non è tanto quello che ha scritto ma il modo in cui l’ha fatto. Con la sua opera l’idea di una separazione possibile tra vita e poesia, tra esistenza e arte, già incrinata in modo radicale dai grandi poeti maudits della fine Ottocento (tra Verlaine e Mallarmè ma soprattutto attraverso Rimbaud) scompare nettamente portando finalmente il concetto di avanguardia letteraria al suo culmine. L’impatto che Apollinaire avrà sulla successiva storia della poesia del Novecento è straordinario e probabilmente non compiutamente analizzato e spesso difficilmente distinguibile da quello di altri autori a lui contemporanei (il caso di Picasso è certamente esemplare al riguardo ma anche autori come Aragon e Breton, poi approdati a posizioni politiche e culturali molto diverse e divaricate, gli debbono molto più di quanto avrebbero ammesso in seguito). Scrivendo delle Lettres à Lou (uno dei testi finali del corpus poetico di Apollinaire redatte tra il 28 settembre 1914 e il 18 gennaio 1916), proprio Paris dichiara con grande autorevolezza che il ruolo dell’artista e dello scrittore è stato profetico:

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Fabrizio De André Tra Riccardo Bertoncelli e la London Symphony Orchestra

di Guido Michelone

C’è anche Fabrizio De André Sogno n°1 London Symphony Orchestra nella discografia finale: stiamo parlando di Belìn, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André, la nuova uscita dedicata al cantautore genovese che è poi l’edizione aggiornata del testo (2007) che Riccardo Bertoncelli aveva curato per Giunti, oggi ristampato in brossura con un paio di aggiunte significative. Perché anzitutto inserire Sogno n°1? Il disco, uscito mesi fa, per la Sony, con il bene placet di Dori Ghezzi, prodotto e arrangiato da Geoff Westley (che pure dirige un prestigioso ensemble britannico), sembra una tipica operazione commerciale post mortem che, alla luce dell’intervento artistico inglese, può anche risultare un inedito deandreiano, benché costruito non dal protagonista ma attorno o sopra la sua voce in dieci famosissime canzoni, qui rinate con sontuose orchestrazioni e le voci aggiunte di Franco Battiato e Vinicio Capossela in un paio di songs. Continua a leggere

“Viali dell’indipendenza”, di Krzysztof Varga

Recensione di Giovanni Agnoloni

Da Postpopuli.it

Gli antichi aedi cantavano le gesta eroiche con una cetra. E cantavano pure i trovatori medievali, celebrando donne e cavalieri. Krzysztof Varga, in Viali dell’indipendenza (ed. Nikita) non canta, ma lascia decantare e poi declama, sgranandole quasi come i grani di un rosario pagano, le deprimenti vicissitudini di un individuo che è fin dal nome un ossimoro vivente: Krystian Apostata, un artista un tempo promettente, poi sostanzialmente fallito, che trascina i suoi giorni annoiati e stanchi affogando la sua frustrazione nell’alcol e nella pornografia, e incrocia più o meno ad ogni piè sospinto l’amico dei tempi della scuola, Jakub Fidelis. Questi, il suo alter ego, al contrario di lui ha imparato a strizzar l’occhio alle mode e si è fatto strada nella danza, nella TV e sui rotocalchi, dicendo la sua su ogni argomento e venendo considerato un’autorità in materia di “tuttologia”.

Apostata e Fidelis, due nomi che sono dei simboli, come l’autore ha sottolineato in occasione della sua recente presentazione fiorentina insieme al traduttore Leonardo Masi. E due simboli, aggiungo, che si declinano insieme come un inevitabile, quasi kharmico binomio, sullo sfondo di una Varsavia prima schiacciata dal comunismo, poi (ancora una volta, dopo la seconda guerra mondiale, ma metaforicamente) rasa al suolo dall’assenza di qualunque sensibilità umana tipica della cultura di massa, che tutto omologa e nulla risparmia. Continua a leggere

I LIBRI DEGLI ALTRI n.4: Parlare in un’altra lingua, vivere in un altro corpo. Anna Vincitorio, “Il limo di Eva”

Parlare in un’altra lingua, vivere in un altro corpo. Anna Vincitorio, Il limo di Eva, Cagliari, La Riflessione – Davide Zedda Editore, 2010

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di Giuseppe Panella*


Giuseppe, il protagonista assoluto, del testo narrativo di Anna Vincitorio vive in un corpo che non sente essere il suo. Vorrebbe essere Lucia, avere la possibilità di sentirsi una donna, fare la sua vita, non essere costretta a un nome e a una condizione che non sente propria. Soprattutto vorrebbe parlare con la lingua di una donna. Gilles Deleuze e Felix Guattari hanno mostrato, in un loro celebre libro su Kafka, che il grande scrittore praghese ha composto i suoi capolavori linguistici in una lingua che non era quella parlata dalla maggioranza dei suoi compatrioti boemi ma apparteneva ad una “letteratura minore”, il tedesco utilizzato dalla comunità ebraica della capitale della Cecoslovacchia. Anche Lucia-Giuseppe parla in un’altra lingua – vorrebbe che fosse liscia e delicata come quella di una donna, è costretta ad avere le forme spezzate e sporgenti della loquela maschile. Vorrebbe avere un corpo di donna ma è limitata dall’anatomia di un maschio e dalle sue attribuzioni sessuali secondarie e deve fare ricorso all’elettrocoagulazione per poter evitare la barba e altre pelosità tipiche di un uomo maturo. Nonostante questo, il suo fisico è delicato e dolcissimo (così viene definito nel libro) e attira l’attenzione degli amanti del “terzo genere”.

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I LIBRI DEGLI ALTRI n.3: Ricordi e passioni d’antan. Franz Krauspenhaar, “La passione del calcio”

Ricordi e passioni d’antan. Franz Krauspenhaar, La passione del calcio, Bologna, PerdisaPop, 2011

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di Giuseppe Panella*

La passione del calcio non è un romanzo e neppure un testo esclusivamente autobiografico (nonostante il sottotitolo del libro lo dichiari tassativamente). E come potrebbe? Le confessioni e le descrizioni delle proprie passioni non sono mai reali ma sempre sognate, rivissute, rivisitate. Si tratta, in realtà, di una lunga ricostruzione, a tratti assai lucida e perfino con intensità fotografica, a tratti quasi coperta dal buio della mancanza di ricordi e di punti di riferimento, di un periodo di storia nazionale convissuta con tanti altri appassionati di calcio e rimasta forse realmente consapevole per pochi. Non c’è solo il pallone, infatti, in questa breve confessione-saggio di Franz Krauspenhaar: in essa trascorrono brevemente, per flash e per esplorazioni oniriche, momenti molto significativi del passato ormai non più tanto prossimo dell’Italia che è stata.

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La ‘voce’ Stratos

di Guido Michelone

Il 13 giugno prossimo sono trentatré anni dalla scomparsa di Demetrio Stratos, tra i maggior vocalist del XX secolo: se, nella musica leggera del Novecento, la ‘voce’ per antonomasia resta quella Frank Sinatra, l’altra ‘voce’, sperimentale, alternativa, unica appartiene di certo Demetrio Stratos. Il singolare personaggio (22 aprile1945 – 13 giugno 1979) all’anagrafe fa Efstràtios Dimitrìu, ma nome e cognome vengono poi capovolti, perché più facili da memorizza nel pubblico nostrano. Continua a leggere

I LIBRI DEGLI ALTRI n.2: Pensando su per le scale. William Marino, “140 passi”

Pensando su per le scale. William Marino, 140 passi, Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2011

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di Giuseppe Panella*


«Oggi l’ascensore non funziona. Sono tanti i gradini da salire prima di raggiungere il mio piano. Inizio a contarli e, mentre salgo, numerarli mi tiene compagnia. E’ come se fosse un gioco, una distrazione.

Sette, otto, nove.

Mentre conto, scorrono nella mia mente tanti pensieri. Sono ricordi, sensazioni, che si accavallano velocemente. Sono tracce sparse nella memoria, che devono essere riordinate. A volte riesco a fermarne uno. A volte no. A volte mi confondo. Credo che la mia vita sia così, un insieme di frammenti» (p. 5).

L’incipit di questo breve romanzo di William Marino riporta subito tutto il peso della narrazione al centro della mente del suo protagonista (anonimo) che sale su per le scale del palazzo dove abita nel momento in cui sta ritornando a casa dopo aver fatto la spesa. Le vicende della sua vita, le esperienze angosciose della sua esistenza, la sofferta acquisizione del suo essere “diverso”, omosessuale, le vicende private dei suoi amori, della sua analisi, della sua relazione con l’amato Ernesto gli attraversano la mente come tanti flashes di un film mai girato (e forse impossibile da realizzare). Tutta la storia di un’esistenza angosciosa e ormai disperata viene ricapitolata mentre il suo protagonista sale per le rampe di scale che portano a casa sua: 140 gradini che valgono una vita.

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Le prigioni e i paradisi della Colette 1912-1932

di Guido Michelone

Colette – al secolo Sidonie Gabriele Colette (1873-1954) – valutata post mortem tra le grandi scrittrici novecentesche, in vita risulta instancabile animatrice della vita parigina a cavallo tra due epoche culturali decisive, a modellare l’immagine di una città, di una nazione, persino di un modus vivendi poi internazionalizzato: sono, nel cosiddetto primo Novecento, da un lato la Belle Époque, dall’altro le avanguardie storiche, di cui la Ville Lumière, soprattutto negli anni di vita di Colette, artisticamente compresi fra l’altro tra impressionismo e art brut, resta ineguagliabile capitale cosmopolita. Continua a leggere

Dopo il miracolo: il nuovo romanzo di Alessandro Zaccuri

di Guido Michelone

A metà degli anni Ottanta in una località collinare del Piacentino, un giovane seminarista s’impicca al cancello dell’istituto dove studia: è uno degli undici figli di una ricca famiglia di imprenditori locali, persone devote e religiosissime, ma dietro le quali si nascondono forse questioni di adulterio o libertinaggio. Ma, sul luogo della tragedia, pochi giorni dopo, arriva una sorta di profetessa (ex fricchettona) per chiedere conferma del miracolo sulla giovane figlia al prete (il teologo Don Alberto) che l’avrebbe resuscitata dopo un brutto incidente. Continua a leggere

I LIBRI DEGLI ALTRI n.1: Romanzo di formazione. Angelo Australi, “L’usignolo di provincia”

Romanzo di formazione. Angelo Australi, L’usignolo di provincia, Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2010

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di Giuseppe Panella*


L’usignolo di provincia è palesemente un romanzo di formazione cioè un Bildungsroman (come scrivono di solito i critici letterari che desiderano fare una più bella figura). Il titolo, oltretutto, riecheggia L’usignolo della Chiesa Cattolica di Pier Paolo Pasolini che è anch’esso un racconto di formazione in poesia e che culmina con la presa di coscienza delle contraddizioni esistenti nella società da parte dell’autore (La scoperta di Marx). Eppure tra la nutritissima schiera dei romanzi in cui viene raccontata la crescita e la maturazione di un personaggio che passa attraverso numerose e spesso terribili prove (ad esempio, la guerra partigiana come in Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino o la ridiscesa del fiume Congo da parte di Marlow alla ricerca di Kurz per “porre fine al suo comando” in Cuore di tenebra di Joseph Conrad – e questi due romanzi non vengono messi in rapporto a caso!) e questo breve testo narrativo di Angelo Australi c’è una differenza specifica che non esito a definire interessante. Spartaco è un ragazzino vivace e intelligente (e non potrebbe essere diversamente dato il suo nome di battesimo legato alla scomparsa repentina e improvvida del suo giovane zio).

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“Il cameriere di Borges” di Fabio Bussotti

Devo premettere che nel corso degli anni dedicati al volontariato di lettura di inediti ho sviluppato un’allergia nei confronti di manoscritti il cui protagonista è un commissario di polizia (allergia doppia per quelli in cui il suddetto è alcolista e se la fa con una donna bellissima con tette enormi e occhi verdi, come di solito accade), e quindi ho cominciato questo romanzo con – come dire – alcuni pregiudizi. Presto svaniti, però, di fronte a una storia divertente e intelligente, con sfaccettature umane complesse e soprattutto una credibilissima rappresentazione dell’universo femminile. Non è poco, per me. Di solito i romanzieri, soprattutto se giallisti, dipingono donne improbabili, incoerenti, o troppo deboli o marziane, fumettistiche. Le due co-protagoniste di questo romanzo invece sono vere e interessanti.
Il plot è ricco, filmico, ambizioso perché coinvolge anche la repressione argentina, Borges, e persino Che Guevara, e pur presentando tutti i pregi (e anche qualche difetto) di una sceneggiatura, la scrittura tiene molto bene non solo nei dialoghi ma anche nelle parti narrative, dove le descrizioni dei luoghi e delle azioni è tridimensionale e di respiro. Anche grazie a questo (e non solo per la trama avvincente) la lettura procede spedita verso la conclusione che continua a “finire” per più capitoli, con le tessere – non solo dell’azione ma dell’affetto – che si ricompongono una ad una. Un libro molto carino, quindi, estivo ma non superficiale: piacevole con sostanza. Continua a leggere

Marco Bini e l’inconscio collettivo della Generazione Ottanta

di Saverio Bafaro

da Postpopuli.it

Marco Bini, classe 1984, è autore di Conoscenza del vento, edito da Ladolfi Editore. La silloge poetica ha vinto, nello scorso febbraio, la sezione ‘opera prima’ alla XXI edizione del Premio Letterario “Giuseppe Giusti”.

Il testo è autobiografico. Parte da un ritratto d’infanzia, quando giunge in regalo un atlante geografico, esperienza dalla quale Bini trae presto il senso “provvisorio” delle cose; procede con dei fotogrammi rubati alla sua giovinezza; si proietta infine, equipaggiato di incertezze, anche verso l’avvenire.
Troviamo delle buone riflessioni sul movimento e sul relativismo dello spazio e del tempo, il dinamismo di un veicolo su un’autostrada, ad esempio. Gli effetti della velocità hanno, tuttavia, anche un esito morale: a volte un macchinoso offuscamento, di sicuro un “pendolarismo esistenziale”: «caso mai compresso/ fiutassimo distinto l’odore di un altrove/ tra testa e destinazione, perché più nulla qui/ è rimasto che sia un qui./ Poi è lo stupore/ di scoprirsi inoffensivi.»

A pronunciare questi pensieri della post-modernità (e della sua non indolore consapevolezza) è un ‘Io’ che, come si può intravedere, cede il passo ad un ‘Noi’ collettivo. È, infatti, una sorta di inconscio collettivo – quello di coloro che sono nati negli anni Ottanta – ad affiorare dai versi di Marco Bini. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.100: L’amore ai tempi della Resistenza. Bert d’Arragon, “La Libellula. Una storia di persone nella Resistenza”

L’amore ai tempi della Resistenza. Bert d’Arragon, La Libellula. Una storia di persone nella Resistenza, Pistoia, Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Pistoia, 2009

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di Giuseppe Panella*


Habent sua fata libelli – l’amore e la vita trionfano anche nel corso delle peggiori lotte fratricide e vanno molto al di là della morte. E’ quello che, in fondo, accade in questo romanzo dolceamaro e teneramente stretto nella morsa sempre esistente e sempre lancinante tra storia e cronaca, tra angoscia del ricordo e speranza nel futuro. E’ possibile mettere al primo posto l’amore quando regna la morte, quando il dolore e la sofferenza regnano incontrastati in un periodo storico in cui dei sentimenti dei molti non importava affatto ai pochi che, imponendo la loro tirannica volontà di potenza, li trasformano in armi di distruzione del sentire umano? Certamente sì – se si deve dare ragione a Bert d’Arragon e il suo romanzo di “persone” situato all’interno della dimensione storica, politica e morale di quel grande processo di trasformazione della società italiana che fu la Resistenza contro i tedeschi e i loro alleati fascisti. L’amore di cui si parla nel lungo romanzo di d’Arragon, tuttavia, è un amore diverso tra “diversi”, una passione omosessuale che non solo risulta condizionato dai pregiudizi e dalle convinzioni virilistiche dell’epoca mussoliana ma risulta difficile da accettare anche dalle coscienze di chi lo vive. Uno dei protagonisti del romanzo, infatti, Pietro Zorzelli, approderà alla fine a una relazione eterosessuale, al matrimonio e a una paternità tanto difficile quanto incompiuta nel suo compimento (del figlio e della sua vita non saprà praticamente nulla e il figlio non conoscerà altrettanto nulla del proprio padre tanto che finirà per odiarlo); l’altro, Giovanni Balzoni, musicista affermatosi poi come pianista a livello internazionale, passerà ad altri amori anche se non rinnegherà il suo primo legame affettivo e rimarrà deluso dagli altri. Il loro amore, tuttavia, durante il fascismo, costituisce di per sé un crimine contro la razza e la nazione:

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QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.94: Elegie per la vita che passa. Carlo Carabba, “Canti dell’abbandono”

Elegie per la vita che passa. Carlo Carabba, Canti dell’abbandono, Milano, Mondadori, 2011

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di Giuseppe Panella*

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“Un giorno sarò morto e intanto vivo” – con questa lucida e terribile affermazione si chiude l’esile ma significativo e pregnante mannello di poesie contenuto in Canti dell’abbandono, opera seconda di Carlo Carabba. Il volumetto è strutturalmente costituito da poche poesie che risultano, tuttavia, tutte dense di prospettive liriche da approfondire, tutte confortate dalla volontà di sondare il mistero della vita e delle sue premesse, tutte fondate su una dimensione pensosa e, nello stesso tempo, coraggiosamente protesa allo sforzo di comprendere e di salvare ciò che resta dopo quello che il poeta definisce il possibile trauma dell’”abbandono”.

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Ippolito Nievo nella magnifica Palermo. Una questione geografica della storia. Paolo Ruffilli, “L’isola e il sogno”

Ippolito Nievo nella magnifica Palermo. Una questione geografica della storia. Paolo Ruffilli, L’isola e il sogno

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di Giovanni Inzerillo

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Dopo vent’anni dalla prima biografia pubblicata per i tipi della Camunia col sottotitolo Orfeo tra gli Argonauti e in occasione dei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, Paolo Ruffilli, sempre più affascinato dalla prosa, torna a scrivere su Ippolito Nievo, la cui controversa figura di eroe della storia e di letterato continua ad affascinare e far discutere. Ruffilli, che già nel 1991 aveva quindi tracciato una breve ma ricca biografia dell’eroe garibaldino morto nemmeno trentenne, corredata inoltre da un’appendice critica dei lavori letterari di Nievo, dai più ai meno noti (a parte le celebri Confessioni, si ricordano pure Antiafrodisiaco per l’amor platonico, Angelo di bontà, Il conte pecoraio – solo per citare alcuni romanzi), torna a insistere su un personaggio e su un periodo storico a lui caro come testimoniano, dello stesso autore, le curatele alle Confessioni e a un’antologia di scrittori garibaldini.

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