
Napoli l’ho scoperta da poco, affettivamente; non avendola concettualmente mai visitata o saputa prima, in due brevi visite l’ho trovata tutta diversa e tutta uguale a quella che pensavo, e ci ho cucito dentro quel sentimento che ti strappa per forza, se hai occhi sentimentali sulla bellezza. Chissà che effetto mi avrebbe fatto questa lettura, altrimenti, questa galoppata di nomi, situazioni, quartieri strade, alti e basci, questa puzza e questo profumo, queste speranze tritate che spremute hanno più succo di quello che il concetto di “neomelodico” riesce a esprimere mai.
Premetto che non amo il genere, e non lo amerò mai, perché sulla musica ho gusti totalmente diversi, ma è stato interessante capire cose c’è/c’era dietro, quante contraddizioni, per chi le vede tali non conoscendone i meccanismi, e quanto fluido senso invece contenga il mondo che questa musica esprime, così ancorata alla sua realtà da essere folcloristica nel senso più profondo del termine, ché “popolare” è più ambiguo.
Questo testo, scritto da Carrino con l’aiuto di Ettore Petraroli, esce dalla sua ottima penna come una lunga narrazione di persone, più che di personaggi: ognuno di loro ha poco del divo, è legato al luogo dove canta come avesse delle radici, ogni quartiere le sue ugole, come una spartizione, e il tributo dell’umiltà, il tributo ai fans, tutti o quasi lo devono e vogliono pagare, anche se non dà ricchezza ma spesso chi canta lo fa a feste private, più che a concerti, e spesso guadagna poco, a volte niente, sull’ingaggio. Cantare sembra davvero più una questione di vocazione che di soldi, di prestigio, di fierezza, di affermazione, di legame con la terra e la propria vita/famiglia, obbedienti a un comando di sentimento.
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