Marco Marziali, Suites francesi


di Fabrizio Centofanti

Con il suo nuovo romanzo, le Suites francesi, Marco Marziali ci fa il dono di un dialogo. Non importa tanto con chi – il padre defunto, i pazienti da assistere, i figli, la musica, se stesso -, perché è il dialogo in sé che è indicatore di una forma di vita, di una nota musicale, l’ispirazione di fondo che dà colore e sapore a ogni cosa e ogni persona: la relazione è vita, tutto il resto è un virus che corrode, distrugge, come la decisione di chiudere una struttura sanitaria che è salvezza per tante persone. Il medico-scrittore, che vorrebbe compilare una “breve storia della musica a modo suo”, riesce nel suo intento creando uno spartito che è quello della vita, come testimonia l’originale copertina del libro, una Lettera 35 che al posto del solito A4 ha appunto uno spartito musicale. Continua a leggere

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Se


Se il Paradiso è superamento definitivo dei conflitti, se è armonia indistruttibile, se questa è la meta, se siamo creati per toccare questo approdo, allora è qui che cominciamo a tessere la trama di relazioni nuove, di sentieri magari impervi, ma che puntano dritti all’obiettivo.

Il giusto passo


Dio lavora e si riposa: l’amore ha i suoi ritmi, che in noi sono spesso stressanti e frammentari, ma in Lui sono perfetti. Per questo invochiamo il Pneuma, lo Spirito, il Respiro di Dio: per imparare, pian piano, il giusto passo.

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20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Devo dire la verità. E’ più facile scrivere poesia che leggerla. Nonostante, come ripeto spesso, sono più orgoglioso delle cose che ho letto che di quelle che ho scritto, mi sta diventando faticoso leggere la poesia. E’ accaduto come se mi fossi anestetizzato. Qualcosa deve accadere tra me e il testo perché riesca a scriverne. Ecco, così mi è capitato leggendo Passeggeri solitari (Edizioni La Gru, 2022) di Stefano Lorefice. Intanto, questa raccolta è un esempio raro di poesia-in-prosa. Mi faccio aiutare dal saggio di Claudio Crocco e, infatti, trovo conferma che la “poeticità” non deriva dalla presenza del verso ma dal “contenuto e dalla struttura enunciativa del testo.”

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La parola ai poeti. Guglielmo Aprile


Imparai a fare versi
osservando le onde; intuii l’essenza del ritmo dal movimento delle acque – perfetta rappresentazione del divenire già agli occhi di Eraclito. Ma è necessario guardare ancora più indietro nei millenni, se si cerca una spiegazione al gratuito e misterioso gioco che alcuni di noi si ostinano a intrattenere maneggiando parole e combinandole su un foglio a imitazione dei disegni delle costellazioni. Continua a leggere

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Incontri XI


Tenere insieme i fili

di Mark Strand (USA, 1934-2014)

In un campo
sono l’assenza
del campo.
E’
sempre così.
Ovunque mi trovi
sono quello che manca.

Mentre cammino
separo l’aria
e sempre l’aria
riempie
gli spazi
che ha lasciato il mio corpo.

Ci sono buoni motivi
per muoverci.
Mi muovo
per tenere insieme i fili.

Gli immortali

di Stefanie Golisch (Germania, 1961)

Their heads are green, and their hands are blue,
And they went to sea in a sieve.

Edward Lear, The Jumblies

Pesante di carne e storia cammino
nel cerchio come posso, non ho
destino, sono la voglia della vita di
essere viva, si dice che immortali
siamo e non ci dispiace affatto
sentirci così importanti Continua a leggere

La parola ai poeti. Giorgio Stella


Per me la poesia è dettato non canto da sempre pensato e pagato. La novella delle biografie attrae la poesia consolatoria ma è un deterrente non un attenuante, un immergersi in vena. Verso la poesia totale di Adriano Spatola è il calibro di questa monarchia platonica.  La categoria si evade come un una mimica di Keaton come del resto non porta avanti né indietro pur non richiesto si estende all’atto inciso del morso nel cordone ombelicale. Confermo la poesia è dettato non canto se Whitman  lo avesse saputo prima io cancellerei la poesia a sé medesima in quanto retroattiva. Pulcinella ha dato senza togliere a nessuno i versi nei libri degli altri poeti: Giuliano Gramigna in ES-O-ES è il manifesto di una epoca e dei suoi protagonisti nella traballante ora occidentale. Meglio la morte di un figlio che essere poeti in entrambi i casi fine pena mai. Chi non mi portò nessuno dal nulla? Plotino  e l’Umanesimo.

Come poesia

Sfilando il nettare alla
rosa questa volta
l’inverno è vero.

La mia storia:
un coriandolo d’ombra
su un carnevale bianco.

Rapito nella taverna
della via lattea,
come “calcea” orzata

sulla maschera,
come poesia
cancella.

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La parola ai poeti. Maurizio Evangelista

Lo sguardo che la sensibilità alla scrittura ci offre è una possibilità reale di comunicazione. Si è soli forse solo nella condizione fisica del lavoro da scrivania (o in qualsiasi luogo – spazio – tempo ci si ritrovi a fidarsi della parola) perché un attimo dopo il proprio mondo è popolato di volti e voci e soprattutto di vite, portate nella poesia insieme alla propria, in uno scambio continuo di personalità e avvenimenti.  Continua a leggere

Momenti


Quante volte ci sentiamo stanchi e scoraggiati, incapaci di sciogliere i nodi o risolvere i dubbi: è quello il momento di appoggiare la testa sulla spalla del Risorto, di dimenticarsi e ritrovarsi in Lui.

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Babele, di Raffaela Fazio

La parola è un ponte verso l’interiorità e verso l’alterità. Come ogni strumento umano, deve essere al servizio della vita, non il contrario. La parola non va idolatrata, né strumentalizzata o reificata. Eppure, il rischio della deriva è sempre presente. Ce lo ricorda, ad esempio, il racconto archetipico di Babele. Il vero dramma di Babele è la perdita del senso dei rapporti interpersonali, a causa dell’omologazione e dell’utilitarismo. Il popolo che costruisce la torre, subordinando a tale ambizione fagocitante ogni altra attività quotidiana, è una massa uniformata, oggi potremmo dire “robotizzata”, che usa una lingua sola, una lingua meramente funzionale, che ha annullato ogni legittima specificità. Ecco perché l’Eterno interviene, reintroducendo la diversità (simboleggiata dalla pluralità delle lingue), ovvero la coscienza vitale dell’alterità, e restituendo alla parola la sua più autentica vocazione. Solo così essa può tornare ad essere una realtà capace di rinnovarsi e di rinnovare.

 

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Pentecoste


Pentecoste

[Gn 11,1-9;  Rm 8,22-27;At 2,1-11;  1Cor12,3-7ss; Gv 20, 19-23]

?Quando percepiamo la realtà, lo facciamo sempre a partire dalla nostra esperienza, che, però, essendo, appunto, la nostra esperienza, in quanto tale, è limitata e frammentaria. La percezione della realtà, quindi, risulta frammentaria e la realtà percepita, è percepita come frammentata. Solo il frammento è a portata del nostro pensiero. Tanto, che ci convinciamo che quel frammento sia tutta la realtà, e il nostro modo di percepirla sia l’unico possibile. In questo modo di concepire il mondo, radichiamo la nostra ricerca di identità. Siamo bisognosi di identità. La cerchiamo e la  stabiliamo, cercando continuamente di definire, di porre confini, di autodeterminarci, di stabilire una identità chiara ed evidente. E ci imbattiamo subito in una apparente contraddizione: ricerca di unità e constatazione di differenza. Continua a leggere

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