Francesco Di Ciaccia, recensione di “Di novembre” di Gian Piero Stefanoni

Un pensiero intorno al diario poetico “Di novembre” di Gian Piero Stefanoni

 

Seguire giorno dopo giorno la malattia della propria madre, fino alla sua “nascita”, non è senza tensione, senza tremore, senza dolore.

Ma non è senza certezza. La certezza della ri-nascita

La prima immagine che si presenta, polivalente e pregnante, è proprio quella della “nascita” – termine usato dal poeta –, che è ri-nascita.

La ri-nascita corre tra il tempo del credere e il non-tempo del vedere, il vedere che è il sapere diretto, chiaro, inequivocato e inequivocabile, “quando non saremo ciechi, quando tutto sarà finito” (2 dicembre 2021), cioè quando sarà finito il tempo della opinione, del pensare secondo le nostre costruzioni mentali. Continua a leggere

Una Antologia di poesia italiana contemporanea sulla perdita della Memoria storica

How the Trojan War Ended I Don’t Remember, An Anthology of Italian Poets in the Twenty-First Century, Edited by Giorgio Linguaglossa, Chelsea Editions New York, 2018

 

Una Antologia di poesia italiana contemporanea sulla perdita della Memoria storica

È uscita negli Stati Uniti la prima «Antologia della poesia italiana contemporanea» curata da Giorgio Linguaglossa e tradotta da Steven Grieco Rathgeb con prefazione di John Taylor, edita da Chelsea Editions di New York, 330 pagine complessive, How the Trojan Ended I Don’t Remember, titolo che ricalca la omonima Antologia uscita in Italia nel 2017 per Progetto Cultura, “Come è finita la guerra di Troia non ricordo”. I poeti si dispiegano lungo un arco generazionale di circa cinquant’anni, dal 1926 anno di nascita di Alfredo de Palchi (il primo libro è del 1967, “Sessioni con l’analista”) passando per Anna Ventura il cui primo libro è del 1978 “Brillanti di bottiglia”. I poeti sono: Alfredo de Palchi, Chiara Catapano, Mario Gabriele, Donatella Giancaspero, Steven Grieco Rathgeb, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Renato Minore, Gino Rago, Antonio Sagredo Giuseppe Talìa, Lucio Mayoor Tosi, Anna Ventura e Antonella Zagaroli. Continua a leggere

La parola ai poeti. Marco Ercolani

Realtà e surrealtà

 

La poesia, in quanto enigma, è esperienza dell’inconciliabile. Tutto non è mai come appare: l’universo di ogni parola ha l’inafferrabilità e la potenza del miraggio. La magia del canto incrina la compattezza del discorso, lo dissolve e ne fa pulviscolo di prospettive, di sparizioni, di evocazioni. Il destino del poeta si affida a questo pulviscolo, dove il senso cerca il suono e il suono il senso, come l’onda che scontra nella roccia. In questo ondivago cercarsi abita il mio rapporto con le parole. Nella mia scrittura in versi lascio che le parole stesse mi suggeriscano, ipnoticamente, certe sequenze musicali. Mi lascio incantare da loro, come se vivessi un sogno, e poi in un secondo momento cercassi di dare a quel sogno un ordine possibile, nato da uno stato di trance: quell’ordine è l’universo fluttuante di una poesia. Al poeta, da sempre naufrago, tocca in sorte costruire nuove rotte e nuovi porti. Scrive René Char: “Il poeta deve accettare il rischio che la sua lucidità sia giudicata pericolosa. Il poeta è la parte dell’uomo refrattaria ai progetti prudenti”. Se il silenzio è l’approdo a cui tende la parola, non può mai essere il silenzio dell’inizio: deve essere il silenzio del viaggio. Lo scrittore vive l’impulso del nomade, l’esperienza di uno stupore sempre nuovo, perché la poesia è linguaggio allarmato, meraviglia per quanto non è ancora pensabile e dicibile, acqua dove navigare o dove naufragare: rischio, non prudenza. Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro. Epifania

?“[I Magi] fecero ritorno per un’altra strada.” (Mt 2,12)

 

C’è sempre una strada che separa il desiderante dall’oggetto desiderato.

Unica traccia è l’attrazione del desiderato sul desiderante. Seguirla implica uno spaesamento. Uscire dalla propria terra. Uscire. E andare verso.

Non è noto l’oggetto dell’attesa, è noto solo il desiderio. Per esso si attraversano deserti, si scavalcano montagne, portando con sé ciò che si ha. Quale gioia, quale struggimento per via.

Si segue una stella. “Se ben ch’i sia mortal corpo di terra, lo mio fermo desir ven da le stelle”, dice Petrarca. E come ogni stella, è lontana, è oltre. Come il desiderio, viene da un oltre e ad un oltre conduce. Continua a leggere

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Zbigniew Herbert, Mandel’štam

Mandel’štam

E alla fine come tutti i grandi poeti è diventato un buffone

alla corte dei muschi e dei licheni nel reame sovrano

della tundra

desta l’allegria generale quando a quattro zampe come

un cane

cerca gli avanzi di cibo vecno nenažratyj

e così per la gioia dei prigionieri compagni di sventura il

poeta canta come un gallo

fa le capriole si mette sulle mani a testa in giù

quando gli manca l’inventiva semplicemente fa l’ebreo

Sono passati decenni nessuno più ti cerca

adesso forse il signor Brodskij nell’aldilà cerca di ritrovare

una traccia

è sempre stato così preciso il tempo e il luogo lo hanno

abbandonato

contava le sillabe come un avaro ma parlava anche con le

ombre

E Mandel’štam balla per la gioia degli urka

con la camicia mortale della paura i torsoli

gettati in faccia

dimenticato sul fondo del mar rosso

che si è chiuso su di lui non vedrà Jerusalem

gettati in faccia

E Mandel’štam balla per aumentare la gioia di

esistere

e Mandel’štam balla da solo scalzo sulla neve

[1996-1997]

La parola ai poeti. Gianluca Garrapa

Innanzitutto ringrazio Fabrizio Centofanti per l’invito. 

 

Un piccolo avvertimento per la lettura di quanto segue: quel che leggerete è esso stesso una forma poetica, ovvero una forma di scrittura desiderante che cerca di illustrare il tema proposto. Quanto vado scrivendo  è esso stesso desiderante-poetico; il discorso intorno alla poesia è, a mio parere, sempre contorno del desiderio, passeggiata intorno e dentro uno spazio del desiderio: ancor prima di essere metrificata, storicizzata, conclusa in un ‘genere’ contraddistinto dalla prosa, la poesia è lo spazio del desiderio, spazio che è anticamera di ogni inconscio, ogni Dio, ogni materialismo. Lo spazio del desiderio è, in sostanza, l’anticamera di sistemazioni di comodo che etichettino il modo e il mondo poetico in.  Continua a leggere

La parola ai poeti. Isabella Bignozzi


Poesia è anelito al vero, preghiera collettiva che va mendicando un luogo in parola. Poeta è colui che tenta, in piena inadeguatezza, di farsi tale luogo, radicando il suo dire in lacerti d’assoluto, oltre le orizzontalità e contingenze del tempo.

Al pari d’ogni altro essere umano, chi vive in poesia è anima colata in un corpo, e come tale sente, nel punto d’incontro tra membra e soffio del pensiero, una tensione, una sdrucitura. È in questo divario che s’annida il conato del dire: tra l’essere verticale e trasparente, parte di un tutto, e l’esserci nel fluire, forma che scorre. Continua a leggere

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Giuseppe Gallo, Quattro mollette blu made in Cina, nota di lettura di Ewa Tagher

Giuseppe Gallo, Quattro mollette blu made in Cina, Progetto Cultura, Roma, 2022, pp. 70,€ 12

 

Giuseppe Gallo, è nato a San Pietro a Maida (Cz) il 28 luglio 1950 e vive a Roma. È stato docente di Storia e Filosofia nei licei romani. Negli anni ottanta, collabora con il gruppo di ricerca poetica “Fòsfenesi”, di Roma. Delle varie Egofonie,  elaborate dal gruppo, da segnalare Metropolis, dialogo tra la parola e le altre espressioni artistiche, rappresentata al Teatro “L’orologio” di Roma. Continua a leggere

Inizio


Ogni risveglio è un buongiorno a Dio, tanto più se è l’inizio dell’anno. È come se entrassimo in cielo, nella città riscattata dal male. Partiamo così, e il resto verrà di conseguenza.

Joseph, di Alida Airaghi

di Alida Airaghi

Otto anni Benedictus

poi gravatus senectute

sofferente di salute 

a basite eminenze 

in concistoro

flebilmente scandisce

inaudita insospettata

decisionem

dopo fervida preghiera

tormentata riflessione

ribadisce 

pervenuto 

ad certam cognitionem 

supplicando comprensione

declaro renuntiare

io semplice operaio 

nella vigna del Signore

coscientia coram Deo

explorata

risolto ad abdicare

se si trova zizzania

più che grano

nel campo della Chiesa

Benedictus iam Joseph

preferisce migrare 

spogliato di mitrie

pivali fanoni

sontuose liturgie

si allontana silenzioso 

il più antiquus

vegliardo 

della storia vaticana 

invocando

la schiera dei santi

i saggi timonieri 

della barca di Pietro

testimoni 

di una croce sostenuta

restaurando

nel solco traditionis 

ha scelto

il vicino più spoglio

monastero

dove un gatto

lo attende

e Mozart lo consola

pontifex non summus

ma emerito soltanto

altero curvo bianco

patiendo 

et orando 

lui teutone severo

così stanco

del mondo. 

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