
Siamo ricchi, in Occidente. Conviene ricordare ciò che disse in proposito Gesù. Per evitare il rischio del cammello e della cruna, concediamoci ogni cosa come se la concedessimo a un povero. Per amore di Dio.
Poesia italiana del XXI secolo

Floriana Coppola, (1961) scrittrice napoletana, docente di Lettere negli studi statali superiori, counselor professionista in Analisi Transazionale e in Psicologia Esistenziale, perfezionata in Didattica e Cultura di genere e in Scrittura autobiografica. Iscritta alla Società Italiana delle Letterate e all’Osservatorio interreligioso contro la violenza sulle donne. Scrive articoli e recensioni sulle seguenti riviste letterarie on line: Menabò on line, Lo Spazio di Atena, ReadAction Magazine. I suoi testi, poesie e racconti, sono presenti in numerose antologie poetiche. Nel 2020 ha coordinato il workshop e curato gli Atti del convegno di studi su Beatrice Hastings, ed. Le cicale operose, con Maristella Diotiaiuti e Federico Tortora. Nel 2020 è presente con un suo contributo nel saggio su Claudia Ruggeri, a cura di Anna Maria Farabbi, edito da Terra di Ulivi. Nel 2021 è presento con il racconto Storia di Anna nel libro Che c’entriamo con la mafia, a cura di Gisella Modica e Alessandra Dino, ed. Mimesis. Nel 2021 pubblica la silloge di prosa poetica, La vertigine del taglio, ed. Terra di ulivi. In via di pubblicazione il suo quarto romanzo, La bambina invisibile, ed. Terra di ulivi.
Il passo
Frammenti di Cinema # 53

Secondo alcuni i titoli di testa di Toro scatenato (1980) di Martin Scorsese sono i più belli nella storia del cinema. Robert De Niro, nel corpo di Jack La Motta, saltella sul ring. Di fatto è una danza triste sulle note di Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. Emozionante. I titoli, in effetti, sono importati, inseriti, secondo la scelta del regista, in testa o alla fine. Non fanno certo di un film mediocre una grande opera, tuttavia, possono renderlo memorabile, salvandolo in qualche modo. La Talpa (2011) di Tomas Alfredson è un film molto bello. Ma la sequenza musicale finale trasmette una commozione umana che lo porta quasi al limite del capolavoro, permettendogli di rompere gli argini del genere spy story. All’opposto, Animali notturni (2016) di Tom Ford è un film sopravvalutato. Eppure, gli opening credits, del tutto sconnessi con la storia, sono magnifici e misteriosi. Al centro, anche questa volta, un corpo che danza, è una majorette obesa che senza alcuna inibizione espone la propria nudità. Produce l’effetto ideologico della più naturale dichiarazione dei diritti dell’uomo. Rivendica un habeas corpus post-moderno e senza significati nascosti, puramente e semplicemente.
Dire
Luigi Maria Corsanico legge Evgenij Evtušenko
Libertà
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Mamma scrive i messaggi sullo smartphone. La vedo da qui, da una galassia lontanissima, quella dei ricordi, dell’infanzia, delle uscite al Belsito, le corse con le biglie, sulla spiaggia, la faccia di Gimondi, che vinceva sempre, almeno mi pare, da qui, dalla nebbia del futuro. O in montagna, nell’albergo dei laureati cattolici, come se i diplomati fossero da meno. Mi ricordo le marce forzate col gesuita sardo, la sosta nei rifugi pieni di grappa, di voci alterate dalla gioia d’avercela fatta, finalmente. Telefona la penultima sorella, che racconta della festa del figlio, degli auguri cantati e del suo imbarazzo di nipote troppo timido. Ho detto a mia madre della mia vacanza, del viaggio che è sempre nel tempo, delle incursioni con don Mario, le preghiere dopo l’ictus, e sudava e scriveva, e scriveva e sudava, davanti alla Cappella dei Francesi, con la mia ansia per la sua salute, le malattie infinite, il dolore a catena , come nelle fabbriche, come se senza dolore non valesse, come se Dio volesse somigliare a noi, il Crocifisso del Calvario, come se tutto ripartisse da lì: se è possibile, allontana da me questo calice, ma no, non è possibile, tutti lo sanno, c’è una galleria da attraversare, come al luna park, con le streghe che ti colpiscono con la scopa di paglia, e quando esci ti sembra che tutto ti spaventi, anche il bancone dello zucchero filato. Ricordi, ricordi? Al cinema eri svenuto all’improvviso, cosa sarà stato? Una delle tante malattie, la reazione a catena, la fabbrica della sofferenza, mentre il cavallo diviso a metà del Barone di Münchhausen beveva, beveva, come mia madre che prende la medicina rossa che non può sopportare perché è amara, amara come il calice del Gat Shemanin, se è possibile, lo sai, non è possibile, da questo tempo dilatato, ora che le ho detto della mia vacanza, ora che il passato diventa già futuro, che la badante le fa bere il farmaco per la cistite, ora che don Mario si riprende, che usciamo dal cinema più risollevati, ora che abbiamo pagato il nostro dazio, ora, lettore, ora lettrice, solo ora, tutto riparte, tutto, come sempre.
Sogno
Giuseppe Settanni, Affreschi strappati, Ensemble 2022
di Alberto Fraccacreta
la ragnatela appesa al ramo del castagno
e i capelli genuflessi
il passaggio è aperto ma
sembra un’arpa in decomposizione
ammutolita dal troppo rumore
la bocca si è sciolta tempo fa
nei vigneti di mio nonno
bruciati dalla fatica
un invito
a cui ora non so più rispondere
*
Alibi
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La Madonna, da qui, non si vede: l’immagine ufficiale sta sopra l’altare; poi c’è la statua in cima al tetto, ugualmente invisibile, da qui. Nell’ufficio delle letture, sant’Ambrogio ci ricorda che l’essenziale è invisibile agli occhi. Prima della volpe di Saint-Exupéry. Il nostro carisma è non vedere, è fidarsi: che la Madonna stia là dentro, stia là sopra. Gli occhi del piccolo principe si spingono al di là, come quelli dei bambini. Il bambino vede così bene perché ha incorporate nel cuore fede, speranza e carità. Chissà che fine fanno, dopo. Restano lì dentro, sull’altare; o là sopra, sul tetto. Ci infiliamo nel tunnel, iniziamo la scalata, per recuperarle. Le signore si avvicinano per la confessione, i pensieri si interrompono. Dio mi deve perdonare, dice, perché gli chiedo: dove sei? Il Padre ci guarda; aveva fatto la stessa domanda all’Adamo, quel giorno: dove sei? Dio e l’uomo si cercano, non vedono l’ora d’incontrarsi. A volte si perdono, almeno a quanto dice la signora: Dio mi deve perdonare perché gli domando: dove sei? Dov’è Dio? Dove lo si lascia entrare, dicono i rabbini. Qui, la porta è aperta: sento la voce del prete che celebra la messa. Neanche lui riesce a vedere la Madonna: ce l’ha alle spalle, sopra l’altare; l’altra è sopra il tetto, invisibile a entrambi, come se davvero l’essenziale non potesse mai vedersi, come se quello che ciascuno cerca, potesse salutarsi solo da lontano. Dios está muy lejos, scriveva Garcìa Lorca, Dio è molto lontano. Davanti al plotone d’esecuzione, forse, l’ha sentito così, guardando la campagna all’alba, quando tutto è invisibile, se le lacrime ingombrano gli occhi. C’è qualcosa d’importante, che non può vedersi. Per questo, nella Bibbia, il verbo è un altro: ascolta. Ciò che è invisibile al piccolo principe, alla volpe, alla signora che è venuta a confessarsi, quello che è sempre un po’ più in là, sopra l’altare o sopra il tetto, tutto l’invisibile, lettrice, tutto l’invisibile, lettore, però si può ascoltare. Sì, si può ascoltare.
Il segno
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Non è difficile immaginare il pellegrino che si trova all’improvviso davanti a un branco di cani inferociti. In fondo, è capitato anche a noi di provare uno spavento, un terrore: a me è successo il primo giorno di vita, provocando un trauma che mi ha abitato per anni, fino a quando, in via Prassilla, ho incontrato don Mario. La morte, che ci segue come un’ombra, ha sempre un appuntamento con la luce. Il pellegrino non avrebbe immaginato di essere aggredito a tradimento, altrimenti se ne sarebbe stato a casa: questa scelta, semplice, banale, avrebbe impedito la nascita del Divino Amore, la conversione di milioni di persone, il dispiegarsi della grazia che da secoli si effonde in quest’angolo di mondo. È inevitabile pensare che un fiume di bene proviene da un inizio doloroso, spaventoso, come un parto, quando, d’un tratto, si è costretti a lasciare una condizione di tranquillità per affrontare il pellegrinaggio della vita, il branco di cani feroci dei pensieri, delle situazioni, dei grovigli che l’esistenza ha in serbo per ciascuno di noi. Il santuario emerge da un pericolo mortale, da un vicolo cieco, una condanna senza scampo. Se non avessi dovuto affrontare una nascita così complessa, al punto che mi battezzarono il giorno dopo il parto per timore di non fare in tempo, non avrei sentito il desiderio di rivolgermi alla fede, né avrei vagato di vuoto in vuoto, fino ad approdare a via Prassilla, alle lunghe chiacchierate con don Mario, alla netta percezione di vedere, per la prima volta, i colori della vita, di sentirne i sapori, di scoprire i cani inferociti placarsi all’improvviso, come se la Madonna stessa avesse fatto un gesto, detto una parola, pensato un pensiero, e allora sì, valeva la pena sperimentare la paura, il senso di abbandono che mi aveva segnato dall’inizio, l’ansia dei genitori e dei parenti, la fretta di versarmi quell’acqua benedetta sulla testa, la faccia pallida e tirata di zio Eugenio, prete all’antica, con la casula di un tempo, la voce balbettante, e solo in questo modo avrebbe potuto nascere il santuario del progetto di Dio, l’opera da portare a compimento, la musica che avrei potuto suonare solo io, la gioia d’essere scampato ai cani inferociti, strumenti di una forza invisibile che si chiama Provvidenza. Se guardo la torre del miracolo, mi sembra già diversa: è il centro del mondo, la matrice delle storie, la madre di tutti i veri inizi.
Sviste
Poesia italiana del XXI secolo

Niccolò Nisivoccia, vive e lavora a Milano, dove è nato nel 1973. Avvocato e scrittore. Collabora stabilmente con varie riviste specializzate e, anche su argomenti culturali e come editorialista, con Il Sole 24 Ore e con il manifesto. È autore di tre raccolte di frammenti poetici: Sulla fragilità, Le Farfalle, 2019, con nota introduttiva di Eugenio Borgna, Variazioni sul vuoto, Le Farfalle, 2020, con nota introduttiva di Nadia Fusini e Quasi una cosmologia, Interno Libri, 2021, con nota introduttiva di Vittorio Lingiardi. È inoltre autore del saggio La rinascita del debitore, Il Sole 24 Ore, 2020 e coautore, con Adolfo Ceretti, di Il diavolo mi accarezza i capelli, il Saggiatore, 2020.
Affidamento
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Se guardo, sembra uguale. Piccoli spostamenti impercettibili: una sedia più in là, un volo d’inseparabili provenienti dal santuario nuovo, un ramo di palma più secco e più piegato. È lo sguardo che cambia: l’attesa di un ritorno che si fa più intensa, un ricordo da purificare, un’idea da tradurre in azione. Il fatto è che qui, l’eternità, si tocca con mano: non c’è bisogno di morire per intuire una presenza, né del genio di Leopardi per vedere, oltre la siepe, una traccia d’infinito. Un uomo si confessa col foglietto in mano: legge i peccati a testa bassa, come parlasse da solo. La coscienza eterna si fa tempo in quelle poche righe, la scrittura è una fila di formiche che trascina un bagaglio pesante, una merce tossica da consegnare alla prima stazione di servizio. Siamo operai che scavano gallerie per arrivare al cielo, perché l’alto è nel profondo, tutti lo sanno. Siamo certi di giungere alla meta pur non vedendo nulla, per questo l’Altissimo s’impietosisce, all’altro capo del filo, sempre attento che il piede del passato non schiacci le formiche e le parole, che i sogni di salvezza non si trasformino nella disperazione nera di certi pomeriggi. Il silenzio è questo: i canti degli uccelli, il vento che scuote i tendoni dell’assemblea all’aperto, le suore che scendono come colombe bianche dalla casa in cima alla collina. Da qualche parte sparano, si ammazzano, tremano. I rumori della guerra penetrano fin dentro la preghiera, calano sul santuario come fiori in braccio alla Madonna. È qui, la sento: mi poggia una mano sulla testa, in questo tempo immobile attraversato da movimenti impercettibili: una sedia un po’ più in là, un ragno che striscia sul muretto, un manipolo d’inseparabili che torna in direzione del santuario. Con Lei tutto è diverso: non c’è più il tempo, il dolore, la paura. La guerra è diventata pace.










