Antonella Anedda

 

a cura di Giorgio Stella

Per trovare la ragione di un verbo
perché ancora davvero non è tempo
e non sappiamo se accorrere o fuggire.

Fai sera come fosse dicembre
sulle casse innalzate sul cuneo del trasloco
dai forma al buio
mentre il cibo s’infiamma alla parete.

Queste sono le notti di pace occidentale
nei loro raggi vola l’angustia delle biografie
gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.

Ci difende di lato un’altra quiete
come un peso marino nella iuta
piegato a lungo, con disperazione.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Pasqua

«Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».  [Mt 28,1-10]

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da Ecco l’uomo

LXXXI

Sentì sopra di sé il peso del tempo. Si percepì incapace; affiorarono immagini, ricordi, per esempio il ragazzo al Cottolengo, cui avevano affidato il compito d’innaffiare il giardino. Lo aveva preso seriamente, non mancava mai di procurarsi l’innaffiatoio di plastica e attaccava sempre alla stessa ora, dallo stesso punto. Un giorno venne giù il diluvio universale; gli ospiti dell’istituto e gli assistenti si affacciarono alla finestra per godersi lo spettacolo della pioggia che si rovesciava a ondate, schiaffeggiando tutto ciò che capitava a tiro. In un angolo scorsero un’ombra, alla stessa ora, nello stesso punto del giardino: era lui, con l’innaffiatoio che sgocciolava in mezzo alla tempesta.
Oppure quella volta che una donna, madre di cinque figli, di cui quattro disabili, abbracciava disperata la bara di una delle sue creature e non poteva staccarsene; le si avvicinò un ragazzo handicappato dallo sguardo smarrito che la strinse a sé discretamente e le sussurrò in un orecchio:
«Suo figlio è fortunato ad avere una madre che gli vuole bene e piange per lui». Il figlio era una specie di mostro che aveva finito di campare per insufficienza generale di risorse. Eppure sì, oggettivamente si poteva ritenere fortunato, perché aveva una madre che piangeva disperata sulla bara ricoperta di fiori, mentre il ragazzo handicappato dallo sguardo smarrito era stato dimenticato o abbandonato da tempo immemorabile. La donna avrebbe voluto abbracciarlo, ma non ne ebbe la forza, e continuò a disperarsi, abbarbicata al feretro.
I ricordi lacerarono don Davide, lo precipitarono in un
vortice in cui si dissolveva ogni confine tra salute e malattia: era lui l’uomo della pioggia, incollato al suo posto di innaffiatore ufficiale, era lui il ragazzo handicappato che sapeva cogliere la felicità nascosta nelle piaghe del mondo, era lui la madre divisa tra opposti sentimenti e per un istante comprese che Dio è un ragazzo dallo sguardo smarrito, abbandonato al Cottolengo, dimenticato da tutti, eppure ancora capace di abbracciare.

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Giorgio Stella. Una poesia

Tempo di scirocco antico tempo stolto da nessuna Dio che non sia Dio – tempo del terzo piano dove chiunque era al piano terra per la guerra, la guerra in famiglia. Tempo di conserve col miele nel cuore di onore come canto di foche, prese a bastonate per le mignotte ma non è questo ma neppure quell’altro stesso. La betoniera accende il faro di ceramica nel museo delle cere. (###)
Gli ordini pregati nel sangue, pregando bene chi o colui che gli offese – pure/purè di vendemmia se ne vergognano: la betoniera accende il faro nel museo delle cere…. La conchiglia abbraccia il faro per clessidra di ceramica.
Il faro della betoniera alle bocce di onore come se la clessidra di ceramica avanti la boa fosse rosa.
Mamma perché mi hai abbandonato nell’ Eden!? Non ti ho mai cercato nella confettura dei fiori nel nulla. La betoniera, mamma cara ha il faro nella conchiglia di ceramica, avvolta nella questua del principe e della principessa della seta. Antico corredo della betoniera medesima.

20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Con Se tolgo il nodo (2023) Anna Rita Merico continua la sua riflessione poetica e sperimentale sull’identità, gli stigmi e la liberazione, che aveva già intrapreso con Fenomenologa del silenzio, entrambi pubblicati da Musicaos Editore. Come coglie Claudia Mirrione, il testo condiviso di questa scrittura è il corpo femminile. Se c’è un differenza è in un passaggio dall’interno all’esterno. Mi sembra che la Merico, tagliato il nodo terrestre, getti il suo sguardo poetico nel cosmo. La verità, anzi le verità come ci suggerisce Antonio Nazzaro, possiede un’esistenza sensibile, tattile e visiva. La disposizione dei testi sul lato lungo della pagina e la completa disarticolazione del verso ci trasmettono la sensazione fisica di non muoverci più in un sistema gravitazionale. Vaghiamo nello spazio poetico apparentemente senza riferimenti. Un movimento ralenty-irreale/ mi catapulta in uno spazio turchino in cui nulla sa di respiro/ ora nulla più mi lega/ il linguaggio è tentacolo filiforme. Altro che meccanico andare a capo.

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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

L’ultima consegna

(Masaccio, Crocifissione, Napoli)

”Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse:

«È compiuto!».

E, chinato il capo, consegnò lo spirito.» [Gv 19,30]

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Una specie di fine

Da quando sono tornato a casa dopo l’ospedale, a Barreiro, credo inevitabilmente, ho sentito dentro di me maturare una specie di fine.

Non spaventiamoci: si tratta di aver preso nelle mani una consapevolezza misteriosa. Ora sto proprio svelando questo mistero, che è fatto di accettazione dell’inevitabile e di una specie di paura, diciamo così, temperata, perlappunto dell’inevitabile. Chiamiamola con consapevole brutalità: la morte.

Paradossalmente, oggi mi sento vivo come quando ero ragazzo, e non avevo alcuna idea pratica della morte che non fosse quella turbolenta e alfine metaforica dei film e anche dei libri; anche di quei primi, non più per ragazzi, che cominciai presto a leggere. Continua a leggere

Roberto Carifi

a cura di Giorgio Stella

Le cose non dimenticano,
hanno troppa memoria.
Si rammenta di noi questa finestra
che un tempo, chiusa, proteggeva
i nostri corpi, lasciava passare
uno spiraglio che ti baciava il viso.
Chi sa se vedeva la minaccia,
chi sa se piange la finestra!
Ma noi duriamo, nelle cose.
E parlano, ragionano di noi,
specialmente se si accende un lume
e lo porta una mano misteriosa.
Chi sa se piangono le cose,
se questo freddo è la loro nostalgia.
Ricordi, stanza, come l’aspettavamo?
E tu, quaderno consumato, e voi,
finestra, porta, sedia con le sue forme,
terrazzo che mi somigli, cosí sospeso,
avete atteso invano il suo ritorno?

*

Eccola qui la casa, vedi,
l’angelo è venuto anche stanotte,
la creatura che mi mostrò, ragazzo, il mio destino
nelle foglie secche, nei ponti abbandonati,
nelle passanti curve in un dolore ignoto.
Presto sarò piegato come un giunco,
inginocchiato pregherò da solo,
nelle mie ore che il tempo ha disertato
rammenterò che solo tu mi amavi

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La consegna

  (Giotto, Scrovegni, Padova)

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».
Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.” [1Cor 11,23-26]

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Jorge Luis Borges

 

a cura di Giorgio Stella

Ho commesso il più vile dei peccati
Da addebitare a un uomo. Io non fui
Felice. Che i ghiacciai dell’oblio
Mi travolgano e annullino, spietati.
Mi vollero i miei padri per il giuoco
Umano delle albe e delle notti,
Per la terra e per l’acqua e l’aria e il fuoco.
Li ingannai. Non fun felice. Tradita
Fu quella voglia giovane. La mente
S’involò alle simmetriche insistenze
Dell’arte, che ricamano sui niente.
Stima ne trassi. Ma non fui eccellente.
Non mi abbandona. Sempre mi sta a lato
La colpa d’esser stato un disgraziato.

Traduzione di Domenico Porzio, da La Nacion di Buenos Aires del 21-9-1975.

Daniel Faria e l’invisibile respiro

di Gian Piero Stefanoni

Mistica di una ricerca che procede per sospensioni, per aderenza all’invisibilità di un respiro in cui il mistero della creazione avvolge e determina in tutta la sua non trattenibile presenza. Così nella corposa trasparenza di un buio che si rivela per accensioni, di un divenire per battesimi e fughe, tra fuochi della terra e bocche d’aria cui il volo presta un verso che non conforta mai pienamente. Ma che continuamente, ripetutamente propone, ora nella rimessa in gioco, ora nella sconfessione. Questa nell’audace sintesi di una scrittura potente, continuamente alla rincorsa di se stessa, l’interrogazione poetica di Daniel Faria, autore tra i più significativi dell’ultima poesia portoghese. Di certo la più originale pur nell’arco breve della sua produzione, Faria scomparendo precocemente nel 1999 a ventisette anni. Un paio di titoli prima della sua morte, un altro paio postumi; in Italia a parte apparizioni su blog e riviste specializzate mai pubblicato. Un percorso tra l’altro il suo, a proposito di mistica, segnato dall’incontro con la vocazione religiosa dopo la laurea in Studi portoghesi all’Università di Oporto, dall’opzione per la vita monastica e al noviziato benedettino purtroppo mai completato. Un Dio il suo però poco nominato ma attraversato, lodato, bramato da grammatiche di corpi che non si pensano, non si adontano nelle liturgie delle interconnessioni ma semplicemente le celebrano nella reciprocità dei disvelati e accarezzati confini. Per questo il canto si fa levità, perché tocco leggero di una continua mutazione, di una nota che innalzata evidenzia e svanisce. Seppure il dolore dell’uomo, così in affanno, così imperscrutabile, resti da sfondo nell’antico mistero della sua solitudine. Una malinconia questa che se parte dell’animo portoghese in Faria è segno di una immanenza che solo nella confusione col paesaggio, nel suo silenzio, può dar pace alle sue trasfusioni. E nell’equilibrio delle vertigini, allora, l’uomo che per continuare il viaggio deve deviarne il corso, nei lasciti e nella perdita delle eredità cercando di discernere il passaggio. I piedi uniti a quelli degli altri, cercando, chiedendo nell’insieme degli elementi inghiottiti dai vortici la Parola dispiegata “affinché elevazione e profondità si uniscano”. Continua a leggere

Dario Bellezza

 

a cura di Giorgio Stella

La sofferenza del corpo
Dio abbine pietà
Lo sconvolgimento aumenta
Dio abbine pietà
In questa giornata in queste idi
di dolore dici vieni
col nemico allontana da me
il calice amaro

*

Inediti, rari, -variante- e tracce

Non merito aiuti né misericordie.
Cantando la scenata ai gatti di casa
mia, rivolgo all’Assente il vangelo
di una rosa rossa; portiamola
alla vita che è passata, o al cuore
che non batte più.

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Le tristezze e le angosce

(M. Rothko e Giotto)

«Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo». [Mt 26,36-46]

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