Poesia italiana del XXI secolo

Maria Grazia Palazzo è nata nel 1968 a Martina Franca, dopo gli studi classici e di Giurisprudenza ha esercitato per lungo tempo la professione forense. Vive a Monopoli dal 2006 ed a partire dalla seconda laurea in Scienze Religiose (2015) è impegnata nella costruzione di un nuovo percorso lavorativo e creativo. Dal 2014 infatti è mamma adottiva di Amit. Attualmente è insegnante precaria di religione cattolica. Ha esordito in poesia con la sua prima raccolta Azimuth, Lietocolle, 2012. Ha pubblicato di seguito In punta di piedi, Terra d’ulivi, 2017, e nel 2018 il poemetto Andromeda, I Quaderni del Bardo di Stefano Donno. Nel 2020 il suo ultimo lavoro in poesia, Toto Corde è stato pubblicato con La vita Felice.  Sta lavorando alla riscrittura di un saggio dal titolo Per un’ermeneutica delle differenze, che tenta di tener conto anche di alcune prospettive degli studi di genere nella teologia delle donne.  

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Raffaela Fazio, Il cerchio, la croce e la corona

Da “La corona che non appassisce. L’escatologia nella scultura funeraria dei primi cristiani” di Raffaela Fazio (Contatti, 2020) 

Nei primi sarcofagi cristiani [1], come in quelli pagani, i ritratti dei defunti compaiono solitamente al centro, all’interno di un “clipeo” [2]. Questo termine deriva dallo scudo di bronzo usato dai soldati romani, che, secondo la descrizione di Plinio [3], veniva decorato con il ritratto [4] di un antenato e appeso in un tempio o in un altro luogo pubblico. Ma la forma del clipeo usato in ambito funerario non è casuale. Di fatti, tra le figure geometriche, il cerchio [5] è quella che più di ogni altra assume un significato escatologico, in quanto tradizionalmente è simbolo di perfezione, pienezza, eternità. “Dio è per natura circonferenza” diceva Platone [6]. Nelle cosmogonie degli antichi il cerchio era spesso legato al movimento delle stelle. Presso greci e romani, il disco era attributo delle divinità solari. E il sole è di fatti il cerchio per eccellenza, l’ “occhio del mondo”. Nella funeraria pagana, ripresa poi dai cristiani, l’imago clipeata indica quindi che il defunto è ormai inscritto in un’altra dimensione: quella dell’eternità. 

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Arte

La gente vuole essere ascoltata. È un’urgenza inalienabile, perché siamo fatti per la relazione. La bontà ha un ingrediente tanto importante quanto difficile da rintracciare: l’arte dell’ascolto, abilità dimenticata.

Frammenti di Cinema # 36

Ritorniamo sul tema della famiglia. Non si tratta di una predilezione ma della constatazione, fin troppo ovvia, che essa registra i cambiamenti più profondi e significativi della società. L’art. 29 della nostra Costituzione, infatti, la definisce “società naturale.” E la conferma viene dai numerosissimi film che su di essa e sulla sua evoluzione hanno rivolto il proprio occhio indiscreto. Vi ritorna spesso, per esempio, Ferzan Ozpetek, con la sua particolare ma delicata attenzione verso la sessualità. Con La dea fortuna (2019), tuttavia, compie un’opera “ideologica.” La famiglia allargata, anzi a sessualità variabile (lo dico senza alcuna ironia), è la culla dell’amore, in quanto nutrito nella libertà. La famiglia tradizionale è una gabbia, anzi, può essere una vera e propria prigione. Si tratta solo di uno spaccato, si dirà, ma la vocazione universale dell’apologo è palpabile e rovina il film.  All’opposto, è “ideologico” anche Padrenostro (2020) di Claudio Noce, che raccontando la vicenda di suo padre delimita l’orizzonte universale e e invalicabile della serenità familiare. E’ ideologico anche La comune (2016) di Thomas Vinterberg. Solo che qui è il libero amore a soccombere, soffocato dentro l’insopprimibile e mortifera camicia di forza della necessità sociale. 

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Il ricordo

Alcune cose bisogna soltanto sopportarle: il male, sulla terra, è inevitabile. Ma c’è un modo migliore per farlo: pensare a quanto ha sopportato per noi l’Uomo dei dolori, che ben conosce il patire. Condividere tutto, unirsi a Lui, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, come se fosse impossibile rimuoverne il ricordo: così è un’altra cosa.

Vivalascuola. Bianchi libera tutti senza tamponi e senza vaccini

Il 23 aprile 2020 apprendevamo che la commissione del ministero all’Istruzione, guidata dall’economista ex assessore alla scuola in Emilia Romagna Patrizio Bianchi, si era insediata. “In carica sino al 31 luglio, lavorerà al ritmo di due incontri al giorno vista l’urgenza” . Tanto lavoro per nulla? No, un risultato c’è stato: Bianchi ha sostituito Azzolina al vertice del MIUR. Non rimpiangeremo l’una e sul neo-ministro abbiamo, per ora, più di un dubbio ma ci limitiamo ad un solo appunto: la scuola, a nostro avviso, non è affare da economisti. Chi non comprende che il problema della scuola italiana non sta nel discettare di “territorio educante” o di’ “autonomia” o di “metodologie innovative” ma consiste nel ridare un senso profondo al processo delicato dell’insegnamento e dell’apprendimento sarà pure un buon economista ma non sta dalla parte di chi spera che la scuola serva per trasmettere conoscenza al fine di costruire, passo dopo passo, una società di eguali.

La lezione della pandemia, il virus rimosso e la “questione scolastica”
di Giovanna Lo Presti

…Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune.

Il 9 aprile 2020 in Italia si contavano 610 morti e 4.200 nuovi casi di contagio da Coronavirus. La situazione veniva considerata così grave da non mettere in discussione né l’allentamento delle severe misure restrittive né la riapertura delle scuole. Continua a leggere

I poeti di trent’anni esordiscono su Poesia, di Antonio FIORI

 

La nuova rubrica di Milo De Angelis apre con Giovanni Ibello

 


Pur apprezzando anche la nuova versione bimestrale della storica rivista ‘Poesia’, mi
chiedevo quanto potesse resistere una rivista letteraria senza rubriche e stabili centri
d’interesse. Continua a leggere

Lirico terapia. Angelo Maria Ripellino, da Lo splendido violino verde.

 

[da Lo splendido violino verde]

Astres! Je ne veux pas mourir! J’ai du génie! Jules Laforgue, Éclair de gouffre 

Sonare su un violino in fiamme

una mia seguidilla,

prima che cada il sipario come una ghigliottina.

Mi piace il fragore, il bailamme, 

ma la mia vita arlecchina,

veliero viluppo di stracci,

con la sua gracile chiglia 

si impiglia in un groppo di ghiacci.

Avanzare con grandi falcate di goffa pavana, 

gonfiarsi come una rana. 

Riempire di propri scartafacci la stiva, 

sognare che il nome

fra tanto oblio sopravviva.

Quanta enfasi, quanta arroganza cetrulla. 

O vita, o Hanna Schygulla, sciantosa di varietà, sulla riva 

del Nulla. 

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Lirico terapia. Giovanni Raboni, Cinema nel pomeriggio

Cinema di pomeriggio 

Quasi sempre, a quest’ora 

arriva gente un po’ speciale (però

di buonissimo aspetto). Chi si siede

ma poi continua a cambiar posto,

chi sta in piedi, sul fondo della sala, e fiuta, 

fiuta rari passaggi, la bambina

mezzo scema, la dama ch’entra sola, 

la ragazza sciancata… Li guardo per sapere 

che storia è la loro, chi li caccia. Quando 

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Poesia italiana del XXI secolo

Enrico Barbieri è nato a Pavia nel 1976, ha frequentato la Scuola Paolo Grassi e ha fatto l’attore per 25 anni, ora, come lui stesso dice, “è fermo e allo stesso tempo non lo è.” Ha pubblicato quattro libri di poesia dal 2014, uno dei quali per la CFR di Gianmario Lucini con prefazione di Pasquale Vitagliano, Il Tremore della  Terra. Con Ladolfi Editore, Provincia; con Zona Contemporanea, Terra Incognita. La sua ultima raccolta è Ore nere nell’utero della Bassa, Il Seme Bianco, 2017. Nel 2015 ha pubblicato un memoriale sulla guerra in Bosnia, La Tigre e La Morte, Giallomania Edizioni, grazie alla testimonianza dei parenti materni di origine croata.

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Pazienza

Quando arriverà, la grazia? Quando ci darà, Gesù, ciò che ci serve e magari non avremmo mai pensato? Bisogna saper aspettare, non andarsene. Sarebbe sufficiente, a volte, stare lì un minuto in più, per essere esauditi.

Cosa sceglie un bravo drago?

di Antonio Sparzani

Quand’ero giovane giovane, dire che uno era “un drago” era sinonimo di uno “forte”, bravo molto, più o meno in tante cose, uno da ammirare e magari invidiare e cercar di imitare. Adesso mi sembra che si usino metafore diverse per la stessa cosa. Ma quello che voglio dire io è che, anche se uno è un drago, in quel senso, può trovarsi in situazioni non invidiabili e che certo almeno io mi guarderei bene dall’invidiare, perché mi troverei davanti a problemi così grossi da doverci pensare su tutta la notte e magari senza trovare una soluzione soddisfacente.
Facciamo il non casuale esempio di uno che debba mettersi a reggere le sorti di un paese di sessanta milioni di abitanti in preda da un anno a una maledetta pandemia Continua a leggere

Il parlamento uniformato: pace o tragicommedia?

di Giampaolo Centofanti

Viviamo un passaggio politico possibile cartina di tornasole di molte cose. Com’è possibile, si chiede qualcuno, che gruppi di orientamenti politici opposti si dichiarino disponibili a collaborazioni varie? È cosa buona?

Ho osservato da molto tempo che la società della ragione astratta tende a tecnicizzare ogni cosa. In vario modo ogni cosa deve funzionare. Ma così prevale una scienza falsamente neutra al servizio del più forte. L’uomo viene svuotato e manipolato. Si tende a creare un apparato al servizio di tali dominatori e una massa spogliata di tutto.

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Salute eterna

Se vedessimo Gesù negli altri saremmo più propensi ad amarli. Ma sarebbe ancora meglio diventare consapevoli che tutto è amore, e ciò che non è amore è malattia. Siamo medici che corrono in soccorso di patologie croniche, in se stessi e negli altri. La vita è guarigione, fino al giorno della salute eterna.